Roma "Un modello europeo, un modello federale per il Nuovo Ulivo". Un "presidium delle migliori personalità politiche e non politiche del centrosinistra, scelte anche al di fuori delle segreterie di partito, presieduto da una delle più alte personalità dell'alleanza, sul modello della Commissione europea guidata Romano Prodi". Un "presidium" che "filtra ed elabora le proposte programmatiche, facendo da raccordo tra le istanze dei movimenti e della società civile e i partiti", e poi le sottopone al "Consiglio dei partiti" della coalizione, nel quale sono presenti tutti i segretari, così come la Commissione di Bruxelles fa con il Consiglio europeo. Ecco la grande proposta di rilancio del centrosinistra di Giuliano Amato, vicepresidente della Convenzione europea.
Come nasce questa sua proposta?
"Nasce da una constatazione: dopo una lunga fase in cui ha dovuto assistere alla luna di miele tra il Paese e la nuova maggioranza, il centrosinistra non può non accorgersi che in Italia, e non solo in Italia, il clima è profondamente cambiato. Non c'è solo lo scarto che si è creato tra l'eccesso di promesse fatte in campagna elettorale e i risultati concreti raggiunti dal centrodestra. C'è qualcosa di più profondo, c'è la perdita di credibilità del leit-motiv che ha consentito al Polo di vincere le elezioni".
E qual è stato questo leit-motiv?
"Il messaggio della nuova maggioranza è stato questo: è finito il tempo dei governi che guidano la società verso un obiettivo preciso, l'Europa, la moneta unica, e la innervano di regole che ne consentono il raggiungimento. Oggi è il tempo di lasciar fare a ciascuno. In particolare a noi, che siamo operatori dell'economia. E allora, lasciate che gli operatori dell'economia siano liberi, e ne trarranno beneficio tutti. Lasciate fare a chi ha già prodotto tanta ricchezza, e vedrete che diventerete tutti ricchi".
La sinistra era il simbolo dei sacrifici, la destra dello sviluppo.
"Diciamo che il centrosinistra aveva gestito la Quaresima, e il centrodestra ha vinto le elezioni assicurando che sarebbe arrivata la Pasqua. Ora questo schema è saltato, Le Borse mondiali e l'impazzimento dei mercati finanziari hanno portato la gente a una conclusione spaventosamente chiara: li abbiamo lasciati fare, e abbiamo perso un sacco di soldi. Oggi la questione non è più se lo Stato serva a regolare la società e l'economia, ma se l'economia basti a se stessa per diffondere la ricchezza. Al tracollo delle Borse si è poi sommato l'aumento dei prezzi".
Ed è colpa del governo anche quella, o non piuttosto dei commercianti, o dei grossisti?
"Anch'io sono convinto che più c'è concorrenza e più i prezzi calano. Ma è innegabile che in estate ci sia stato un accumulo di extra-profitti in settori nei quali la concorrenza c'è già, e si fa fatica ad immaginarne come potrebbe essercene di più. Un esempio per tutti, i ristoranti. E allora gli italiani hanno pensato: rifiutiamo il dirigismo, ma almeno teneteci un occhio sopra. Ebbene, quell'occhio non c'è stato. Di qui la seconda constatazione: li abbiamo lasciati fare, e si sono arricchiti solo quelli che hanno potuto".
Dove porta questo suo ragionamento?
"Vede, per noi del centrosinistra quello che è accaduto è solo una conferma: il mercato è un impasto di scelte individuali e di regole che fanno da sponda. Se manca questa sponda, c'è l'arricchimento di chi se lo può permettere, ma non c'è arricchimento collettivo. Ora tutto questo sta rientrando dolorosamente nella carne degli italiani. Sono tanti quelli che hanno perso soldi in Borsa. Tra i cittadini-elettori si è diffusa la percezione che il messaggio, a cui avevano creduto prima del 13 maggio 2001, li mette nei guai. Se n'è reso conto persino il governo, che ora cambia tattica al punto da meritarsi la critica di dirigismo nelle tariffe pubbliche".
Comunque una magra consolazione per il centrosinistra.
"Non troppo magra. Questo elettorato che il centrosinistra aveva perduto, e che per mesi e mesi si era guardato intorno o aveva rivolto lo sguardo sulla nuova maggioranza, ora ricomincia a voltarsi dalla nostra parte, e a domandarsi se le risposte più efficaci ai suoi problemi siano le nostre, e non le loro".
E secondo lei oggi il centrosinistra è credibile sul piano del programma e della formula di governo?
"Ecco, questo è il vero problema. Cosa vede l'elettore che distoglie lo sguardo dal centrodestra e si volta dalla nostra parte? Purtroppo, continua a vedere differenze e dissidi. Vede prevalere il bisogno di apparire di ciascuna delle tante identità particolari, piuttosto che una chiara e nitida identità comune, tradotta con un chiaro e nitido messaggio, portato avanti da un chiaro e nitido gruppo dirigente".
Per questo lei dice "non ne posso più delle nostre divisioni"?
"Certo. Perché se l'elettore vede tutto questo il rischio è che si rigiri di nuovo dall'altra parte. Per impedirlo, noi abbiamo due compiti. Il primo: dobbiamo superare la psicologia della sconfitta. Quella che spinge i politici a ripetere che avevano ragione ieri, invece che a lavorare per costruire il domani. Troppi tra noi continuano a comportarsi come quei coniugi che si sono lasciati: il loro classico è "avevo ragione io". Il secondo: dobbiamo capire il profondo cambiamento che sta avvenendo nelle strutture di rappresentanza politica del nostro tempo. Ai dissensi tipici di un partito come i Ds, che si avvitano nel vortice "non siamo stati abbastanza riformisti" oppure "non siamo stati abbastanza di sinistra", si accompagnano ora i dissensi tra i partiti e i movimenti. Ci si scontra tra chi pensa che per fare opposizione sia meglio la politica e chi ritiene invece che sia meglio la piazza".
Non è un tema nuovissimo, per la verità...
"Al contrario, è un motivo tradizionale di dissenso a sinistra. Ma guai a non capire che qui, oggi, c'è qualcosa che va al di là dei dilemmi del passato, e che riguarda la difficoltà e la ricerca di strade nuove per la democrazia, in una società che non è più quella del XX secolo. L'ha capito bene Domenico Fisichella, che sta lavorando alla riedizione del suo libro Denaro e democrazia. Il tema è gigantesco: la democrazia deve cambiare la sua strumentazione. Nelle fasi storiche è stata incarnata in forme diverse: le piccole comunità e le elìte borghesi nelle democrazie nazionali, i partiti e i sindacati nelle grandi democrazie di massa, cementate anche da altri organismi gerarchici che facilitavano l'aggregazione dei consensi, come la famiglia o la chiesa. Oggi tutto è cambiato. Siamo nella società degli individui: il problema di "farli partecipare" non lo risolvono più da soli i partiti, i sindacati, le famiglie o le chiese. C'è bisogno di "esserci" con forme del tutto nuove".
I girotondi non sono una di queste "forme nuove"?
"I ceti medi che fanno i girotondi, come i giovani che manifestano contro la fame nel mondo, esprimono la ricerca di soluzioni non ancora trovate. Per questo trovo davvero inadeguata e tutta rivolta al passato la discussione sulla società civile contrapposta ai partiti, come in una lotta tra i buoni contro i cattivi, per cui i secondi non possono parlare dove parlano i primi. Questo dibattito poteva reggere dieci anni fa. Oggi non più".
Oggi qual è il vero dibattito, allora?
"Oggi c'è da progettare il futuro, cercando punti nuovi di raccordo tra le strutture rappresentative della società e i centri vitali della sua auto-rappresentazione. L'esempio è il '68: allora donne e studenti vennero fatti scendere in piazza con gli operai e i pensionati, per lottare contro il capitalismo. Ci volle tempo per capire che la vera lotta di quella stagione in realtà non fu contro il capitalismo, ma contro le gerarchie della società pre-moderna di quegli anni. Oggi in ballo c'è molto di più: c'è addirittura la forma futura della democrazia. Per questo, insisto, è ridicola questa battaglia tra chi è "contro i partiti" e chi è "contro i movimenti". Sono conati rivolti verso il futuro, che tuttavia si auto-rappresentano con lo sguardo ripiegato sul passato. Ed è qui che si annida il pericolo vero".
Quale pericolo?
"Se questo dilemma della rappresentanza non si risolve con soluzioni proiettate al futuro, tra partiti sempre più deboli e movimenti che girano solo sulla propria pista, la società cade sempre di più nelle mani del potere economico e mediatico. Ed è così che la democrazia entra in sofferenza davvero".
Hic Rhodus, hic salta: l'Ulivo, diviso e incoerente, è capace di proporsi come alternativa a Berlusconi?
"Deve riuscirci. Io, da riformista, non ho una ricetta da imporre. Ma è una mia responsabilità cercarla, insieme a tutti gli altri. Facciamo questo Ulivo che si veda. E togliamo i nostri leader dalla penosa condizione di non trovare neanche una data per riunirsi. Altrimenti è chiaro che la gente dei girotondi si arrabbia".
Ma allora perché ha detto "i girotondi non cambiano la storia"?
"Perché chi fa i girotondi deve capire che stiamo cercando forme nuove di democrazia rappresentativa. Ma che queste manifestazioni servano a esprimere istanze e aspettative e siano un impulso forte per le vischiosità dei gruppi dirigenti, santiddio, questo sì!".
Un "Ulivo che si veda", dice lei. E' qui che nasce la sua proposta di "modello europeo"?
"Sì. Da tempo mi domando: gli elementi essenziali dell'architettura istituzionale europea non possono valere anche per l'Ulivo? In fondo, in entrambi i casi dobbiamo costruire una federazione. Lì la federazione deve esprimere direttamente il mandato dell'elettorato europeo, qui deve esprimere quello dell'elettorato ulivista. Lì fa i conti con la sovranità dei singoli stati membri, qui con quella dei singoli partiti".
Quindi quale sarebbe la formula?
"Mettere al vertice dell'alleanza un gruppo dirigente espressivo dell'interesse unitario di tutto l'Ulivo, come è la Commissione presieduta da Prodi. Dentro, immagino le personalità più diverse, che non vengano dai partiti. Questo organismo dirigente dovrebbe tenere i rapporti con le rappresentanze politiche e quelle della società civile, e dovrebbe elaborare indirizzi e proposte. Prima di diventare operative, queste dovrebbero essere vagliate e approvate dal Consiglio dei partiti: esattamente come fa la Commissione di Bruxelles con il Consiglio europeo".
Non c'è il rischio di un ulteriore appesantimento dell'alleanza, con la relativa moltiplicazione delle poltrone e dei personalismi?
"Allo stato attuale è l'unico modo di evitare che i non segretari dei partiti, in un Ulivo che non vuole rappresentare soltanto i partiti, siano solo figure ornamentali. Tuttavia questa formula, per funzionare, necessita di due condizioni. La prima è che del nuovo "presidium" dell'Ulivo non facciano parte i segretari di partito. La seconda è che il candidato premier si scelga in un secondo momento, e con una procedura apposita".
C'è il pericolo che chi guida il "presidium" si senta automaticamente candidato premier.
"Appunto. Questo va evitato. Ma non per questo chi guida il "presidium" subisce l'ostracismo, e non concorre alla leadership".
Capita la formula, facciamo qualche nome.
"Ai nomi non ho pensato. Verranno dopo. Ora realizziamo la formula. E diamoci da fare tutti quanti, prima che sia troppo tardi".