la Repubblica

Intervista al vicepresidente della Convenzione Ue, che lancia l´ultimo appello: «Serve un rilancio ora, o l´Ulivo non c´è più»

Su guerra, Fiat e giustizia i riformisti battano un colpo

I limiti del pacifismo. I cortei pacifisti non bastano: se non vogliamo la guerra e invochiamo l´Onu, dobbiamo stare uniti con Blair e Chirac. Lingotto, no allo stato. Un ingresso pubblico nella Fiat? Grave errore, ma su questo a sinistra sento solo il solito chiacchiericcio, sempre indecifrabile. Niente assalti al colle. Sbagliato il girotondo al Quirinale: l´opposizione incassi le modifiche sul legittimo sospetto, che ora sarà inservibile per Previti.

Intervista a Giuliano Amato

di Massimo Giannini
16 ottobre 2002



«E´ un momento delicatissimo. Il centrosinistra ha grandi potenzialità, ma corre anche rischi enormi. Camminiamo su un crinale pericoloso: da una parte possiamo raccogliere le opportunità che questa fase ci offre, dall´altra parte possiamo precipitare nella definitiva disarticolazione dell´alleanza. Io sono convinto che ci sia lo spazio per il rilancio del riformismo. Ma l´Ulivo, se non vuole morire, deve battere tre colpi. E deve farlo subito».

Presidente Amato, lei parla di grandi potenzialità per l´Ulivo. Ma dove le vede?
«Le manifestazioni spontanee di questi mesi dimostrano che c´è ancora una buona metà dell´Italia che si riconosce nell´Ulivo e avanza una richiesta precisa: dovete stare uniti. Su queste basi, le prospettive elettorali potrebbero essere ancora positive. Al Nord il centrosinistra può riprendersi regioni tradizionalmente del Polo, come il Friuli. Il governo incontra difficoltà sempre maggiori: la Finanziaria dell´anno scorso fu salutata da un coro di consensi, mentre quest´anno le parti sociali sono a dir poco furibonde. Infine, il Paese assiste attonito alla crisi della Fiat, percepisce i segni di un inesorabile declino e aspetta risposte. Nel frattempo tocca con mano l´illusione perduta: aveva scelto questa maggioranza perché gli aveva promesso un futuro a colori dopo la quaresima della sinistra, e ora si ritrova un governo in bianco e nero che gli propone una quaresima anche peggiore».

E´ un vezzo ricorrente: ogni volta che l´Ulivo frana, si sposta l´attenzione sui guai dell´avversario.
«Io non sposto nulla. E infatti dico che il centrosinistra fa esattamente il contrario di ciò che dovrebbe. Oggi più che mai servirebbe proiettare sul Paese l´immagine di un´alleanza che ha soluzioni alternative da proporre. E invece questo non accade: si sono messe in moto tendenze divaricanti, con conseguenze incalcolabili. Ognuno dà risposte diverse, ognuno parla per sé, convinto di essere depositario di verità incomponibili con quelle degli altri».

C´è chi dice che proprio questo è il bello del centrosinistra: la pluralità delle voci.
«C´è un limite, al di là del quale la pluralità diventa solo confusione. Le diversità ci sono e ci devono essere. Io ci sono abituato, ce l´ho nella mia storia: i riformisti hanno bisogno dei massimalisti, non per farsi imporre le decisioni, ma per definire meglio se stessi, per cogliere i punti all´ordine del giorno e indicare le relative soluzioni. E´ una vita difficile, quella del riformista: deve cucire i segmenti della rappresentanza, non giustapporli, e meno che mai contrapporli».


E´ esattamente quello che non è successo e non sta succedendo nell´Ulivo.

«Quando viene meno lo spirito di coalizione non solo le identità dei piccoli, ma anche quelle dei grandi, Ds e Margherita, finiscono per andarsene ognuna per conto suo».

Ma anche questa è una corrente di pensiero che sta acquistando consensi: ognuno si consolidi per conto suo fino alle europee dove si voterà col proporzionale. Poi si vedrà. Lei che ne pensa?
«Sarebbe una strategia rovinosa. Vedendo i Ds immersi nei loro problemi, la Margherita è sempre più spinta a dialogare in proprio. E qui io vedo rischi enormi, non solo di sicura sconfitta elettorale, ma anche di sfaldamento dell´alleanza».

E´ la spinta inerziale verso il proporzionalismo, che ogni volta ripropone il vecchio disegno «neo-democristiano», la politica andreottiana dei «due forni».
«Non c´è dubbio, l´Italia è un Paese in cui emerge sempre una forza gravitazionale verso il centro, che poi dialoga con la destra o con la sinistra. Questa tendenza è disastrosa. Ci riporterebbe indietro di qualche decennio. Per questo va invertita immediatamente».

Anche perché già si risente parlare di elezioni anticipate. Ha seguito il dibattito nella direzione dei Ds di lunedì?
«Ho seguito. E dico subito che ciò che è accaduto in direzione, con la netta affermazione della linea di Fassino, è in se molto incoraggiante. Ma sull´imminenza delle elezioni anticipate non sono d´accordo. Noi dobbiamo invertire la tendenza centripeta dell´Ulivo non "perché" ci saranno le elezioni anticipate. Lo schema va capovolto: dobbiamo diventare credibili e affidabili, altrimenti non vinceremo le elezioni quando arriveranno davvero».

Se non date la svolta, più che altro, finisce che nella Quercia qualcuno la scissione la fa davvero, non crede?
«L´idea stessa di una scissione implica proprio quella "incomponibilità" tipica delle fasi distruttive della sinistra italiana, del suo "cupio dissolvi". Cancella definitivamente la prospettiva di un ritorno al governo, favorisce schemi diversi e inquietanti. E´ un´idea che insorge quando l´orizzonte a cui si guarda non è più il mondo, ma i quattro cantoni delle proprie posizioni interne. Ecco perché oggi lancio un appello alla responsabilità di tutti i dirigenti dell´Ulivo, e un appello particolare a tutti i riformisti: vengano allo scoperto, con la loro cultura e le loro proposte».

Lei dice: l´Ulivo batta tre colpi. Ma su quali terreni?
«Il più importante è la minaccia del terrorismo, i rischi di una guerra in Iraq. E´ un tema gigantesco, che ci coinvolge tutti. Siamo chiamati a concorrere alla soluzione di un problema. Possiamo farlo prescindendo dal tessuto dei rapporti tra noi e il resto d´Europa, tra noi e l´America? Possiamo limitarci a lasciar fare agli altri, a manifestare contro la guerra e a prendere posizione su queste manifestazioni?».

Non possiamo. Ma la sinistra ha potuto.
«La sinistra dice "no alla guerra preventiva, prima le ispezioni dell´Onu". Mi va benissimo. Ma cosa faccio perché questa posizione prevalga? Scendo in piazza a urlare "no war" o "yankee go home"? Oppure mi metto in sintonia con Blair e Chirac, che in Consiglio di sicurezza si battono su questa linea? Solo così ci colleghiamo con tanti milioni di americani che la pensano come noi. Dobbiamo costruire una piattaforma europea, vogliamo che questa pesi, anche contro la dottrina Bush. Ma per riuscirci non bastano i cortei, dopo i quali si riarrotola la bandiera e il lavoro è finito. Perché certo, pacifisti lo siamo tutti, santissimo iddio! Ma poi c´è la politica, che deve dare soluzioni e non solo cavalcare emozioni».

La sinistra, dagli alpini in poi, ha perduto un´altra occasione.
«La sinistra è riuscita solo a dimostrare al Paese i propri tormenti su distinguo sottili, che nessuno ha capito».

Il secondo colpo che l´Ulivo deve battere qual è?
«La Fiat. Anche su questo, dal centrosinistra è partita una raffica di posizioni diverse, hanno parlato in troppi e nessuno ha capito quale strategia suggerisce l´Ulivo. L´unica cosa che si è capita è che Bertinotti e Berlusconi sono d´accordo sull´ipotesi di una partecipazione pubblica nella Fiat. Intanto, 8 mila italiani rischiano il posto di lavoro, e tutti gli altri si rendono conto che il corpo dell´industria italiana perde le ossa, si destruttura».

Ma lei è d´accordo sull´ingresso dello Stato nel capitale Fiat?
«No, non ritengo che sia questo il ruolo dello Stato. Lo Stato può servire alle imprese per promuovere la raccolta di risorse intorno a una missione industriale. In fondo Andreotti, sostenendo l´ingresso dei libici nella Fiat, questo fece: si adoperò per trovare i capitali. Oggi non credo che una grande impresa, con una pluralità di azionisti, debba ritrovarsi come socio lo Stato, che renderebbe più difficile la convivenza con Gm. Ma di tutto questo, nel dibattito a sinistra, io non sento parlare. Sento un chiacchiericcio indecifrabile».

Il terzo e ultimo colpo: dove deve batterlo, l´Ulivo?
«Sulla Cirami. Si continua a manifestare nelle piazze contro questa legge, che davvero non merita di essere approvata. Ma nel centrosinistra ci si rifiuta di prendere atto che, con le modifiche della Camera, questa legge difficilmente potrà essere usata nel processo di Milano. Al Senato noi dicemmo che la Cirami, con la sua definzione di "legittimo sospetto", creava una gigantesca nuvola nella quale tutto poteva svaporare. Ora, grazie al contributo dell´opposizione, questa nuvola si è molto ridotta, e il legittimo sospetto è incardinato a "gravi situazioni locali, tali da..." eccetera eccetera».

E allora? Che dovrebbe fare un´opposizione riformista?
«Dovrebbe dire: io quella legge non ve la approvo, ma voi della maggioranza, alla fine, avete dovuto accettare una modifica che forse ve la renderà inservibile. Dovrebbe evitare di ripetere l´errore che già fece sulle rogatorie, quando nonostante i miglioramenti apportati nell´iter parlamentare si ostinò a prefigurare conseguenze disastrose che poi non si realizzarono. Insomma, dovrebbe ipotecare il futuro con il risultato politico della Camera».

Invece non lo fa. E intanto i girotondi accerchiano il Colle.
«E´ sbagliato manifestare davanti al Qurinale. E posso dirlo io, che sono stato tra i primi ad esprimere simpatia verso il fenomeno dei movimenti, dai quali viene una partecipazione di cui abbiamo straordinario bisogno. Ma questa partecipazione non serve se ci spinge a non vedere i risultati positivi della nostra battaglia politica. Ed è addirittura nociva se serve a far galleggiare solo un po´ di leaderini di piazza. Anche qui c´è grande spazio per i riformisti: osino dire queste cose, senza temere di perdere il contatto con la mitica "opposizione totale"».

Mi permetto di suggerire un quarto terreno, sul quale i riformisti potrebbero battere un altro colpo. Il prossimo sciopero della Cgil.
«Anche questo è un problema gigantesco. La Cgil, avendo in mano una verità, ha avuto un torto: le è mancata la pazienza di aspettare che sedimentasse una posizione comune con gli altri sindacati, sulla Finanziaria e sul mercato del lavoro. Ha usato questi temi per affermare la sua come "verità incomponibile". Anche qui, un riformista deve insistere perché alla fine prevalgano le esigenze che la crisi dell´economia sta imponendo al Paese. Tra queste esigenze, l´unità sindacale è prioritaria. Ecco perchè considero questo sciopero un residuo di una vecchia fase, che deve essere superata».

Lei lancia appelli. Ma a chi si rivolge, se l´Ulivo non c´è più? Qual è il «luogo» dove dovrebbe fiorire questo riformismo, visto che sono cadute tutte le formule, dalle cabine di regia ai comitati dei saggi?
«Questo è un problema oggettivo. Ma se venissero accolti davvero gli appelli alla responsabilità—responsabilità di ciascuno di noi verso l´Ulivo e dell´Ulivo verso gli italiani—anche le soluzioni organizzative verrebbero di conseguenza. L´assemblea dei parlamentari del 23 può essere un momento di verifica importante, sulle regole dell´alleanza. Già oggi l´Ulivo non ha più un leader. Rutelli, per parlare alla Camera, ha dovuto qualificarsi. Oggi è diventato il presidente della Margherita, e nulla di più. Per questo bisogna accelerare i tempi. Con i solipsismi coalizzati non andiamo più da nessuna parte».





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