«E´ un momento delicatissimo. Il centrosinistra ha grandi
potenzialità, ma corre anche rischi enormi. Camminiamo su un crinale
pericoloso: da una parte possiamo raccogliere le opportunità che
questa fase ci offre, dall´altra parte possiamo precipitare nella
definitiva disarticolazione dell´alleanza. Io sono convinto che ci sia
lo spazio per il rilancio del riformismo. Ma l´Ulivo, se non vuole
morire, deve battere tre colpi. E deve farlo subito».
Presidente Amato, lei parla di grandi potenzialità per l´Ulivo. Ma
dove le vede?
«Le manifestazioni spontanee di questi mesi dimostrano che c´è ancora
una buona metà dell´Italia che si riconosce nell´Ulivo e avanza una
richiesta precisa: dovete stare uniti. Su queste basi, le prospettive
elettorali potrebbero essere ancora positive. Al Nord il
centrosinistra può riprendersi regioni tradizionalmente del Polo, come
il Friuli. Il governo incontra difficoltà sempre maggiori: la
Finanziaria dell´anno scorso fu salutata da un coro di consensi,
mentre quest´anno le parti sociali sono a dir poco furibonde. Infine,
il Paese assiste attonito alla crisi della Fiat, percepisce i segni di
un inesorabile declino e aspetta risposte. Nel frattempo tocca con
mano l´illusione perduta: aveva scelto questa maggioranza perché gli
aveva promesso un futuro a colori dopo la quaresima della sinistra, e
ora si ritrova un governo in bianco e nero che gli propone una
quaresima anche peggiore».
E´ un vezzo ricorrente: ogni volta che l´Ulivo frana, si sposta
l´attenzione sui guai dell´avversario.
«Io non sposto nulla. E infatti dico che il centrosinistra fa
esattamente il contrario di ciò che dovrebbe. Oggi più che mai
servirebbe proiettare sul Paese l´immagine di un´alleanza che ha
soluzioni alternative da proporre. E invece questo non accade: si sono
messe in moto tendenze divaricanti, con conseguenze incalcolabili.
Ognuno dà risposte diverse, ognuno parla per sé, convinto di essere
depositario di verità incomponibili con quelle degli altri».
C´è chi dice che proprio questo è il bello del centrosinistra: la
pluralità delle voci.
«C´è un limite, al di là del quale la pluralità diventa solo
confusione. Le diversità ci sono e ci devono essere. Io ci sono
abituato, ce l´ho nella mia storia: i riformisti hanno bisogno dei
massimalisti, non per farsi imporre le decisioni, ma per definire
meglio se stessi, per cogliere i punti all´ordine del giorno e
indicare le relative soluzioni. E´ una vita difficile, quella del
riformista: deve cucire i segmenti della rappresentanza, non
giustapporli, e meno che mai contrapporli».
E´ esattamente quello che non è successo e non sta succedendo
nell´Ulivo.
«Quando viene meno lo spirito di coalizione non solo le identità dei
piccoli, ma anche quelle dei grandi, Ds e Margherita, finiscono per
andarsene ognuna per conto suo».
Ma anche questa è una corrente di pensiero che sta acquistando
consensi: ognuno si consolidi per conto suo fino alle europee dove si
voterà col proporzionale. Poi si vedrà. Lei che ne pensa?
«Sarebbe una strategia rovinosa. Vedendo i Ds immersi nei loro
problemi, la Margherita è sempre più spinta a dialogare in proprio. E
qui io vedo rischi enormi, non solo di sicura sconfitta elettorale, ma
anche di sfaldamento dell´alleanza».
E´ la spinta inerziale verso il proporzionalismo, che ogni volta
ripropone il vecchio disegno «neo-democristiano», la politica
andreottiana dei «due forni».
«Non c´è dubbio, l´Italia è un Paese in cui emerge sempre una forza
gravitazionale verso il centro, che poi dialoga con la destra o con la
sinistra. Questa tendenza è disastrosa. Ci riporterebbe indietro di
qualche decennio. Per questo va invertita immediatamente».
Anche perché già si risente parlare di elezioni anticipate. Ha seguito
il dibattito nella direzione dei Ds di lunedì?
«Ho seguito. E dico subito che ciò che è accaduto in direzione, con la
netta affermazione della linea di Fassino, è in se molto
incoraggiante. Ma sull´imminenza delle elezioni anticipate non sono
d´accordo. Noi dobbiamo invertire la tendenza centripeta dell´Ulivo
non "perché" ci saranno le elezioni anticipate. Lo schema va
capovolto: dobbiamo diventare credibili e affidabili, altrimenti non
vinceremo le elezioni quando arriveranno davvero».
Se non date la svolta, più che altro, finisce che nella Quercia
qualcuno la scissione la fa davvero, non crede?
«L´idea stessa di una scissione implica proprio quella
"incomponibilità" tipica delle fasi distruttive della sinistra
italiana, del suo "cupio dissolvi". Cancella definitivamente la
prospettiva di un ritorno al governo, favorisce schemi diversi e
inquietanti. E´ un´idea che insorge quando l´orizzonte a cui si guarda
non è più il mondo, ma i quattro cantoni delle proprie posizioni
interne. Ecco perché oggi lancio un appello alla responsabilità di
tutti i dirigenti dell´Ulivo, e un appello particolare a tutti i
riformisti: vengano allo scoperto, con la loro cultura e le loro
proposte».
Lei dice: l´Ulivo batta tre colpi. Ma su quali terreni?
«Il più importante è la minaccia del terrorismo, i rischi di una
guerra in Iraq. E´ un tema gigantesco, che ci coinvolge tutti. Siamo
chiamati a concorrere alla soluzione di un problema. Possiamo farlo
prescindendo dal tessuto dei rapporti tra noi e il resto d´Europa, tra
noi e l´America? Possiamo limitarci a lasciar fare agli altri, a
manifestare contro la guerra e a prendere posizione su queste
manifestazioni?».
Non possiamo. Ma la sinistra ha potuto.
«La sinistra dice "no alla guerra preventiva, prima le ispezioni
dell´Onu". Mi va benissimo. Ma cosa faccio perché questa posizione
prevalga? Scendo in piazza a urlare "no war" o "yankee go home"?
Oppure mi metto in sintonia con Blair e Chirac, che in Consiglio di
sicurezza si battono su questa linea? Solo così ci colleghiamo con
tanti milioni di americani che la pensano come noi. Dobbiamo costruire
una piattaforma europea, vogliamo che questa pesi, anche contro la
dottrina Bush. Ma per riuscirci non bastano i cortei, dopo i quali si
riarrotola la bandiera e il lavoro è finito. Perché certo, pacifisti
lo siamo tutti, santissimo iddio! Ma poi c´è la politica, che deve
dare soluzioni e non solo cavalcare emozioni».
La sinistra, dagli alpini in poi, ha perduto un´altra occasione.
«La sinistra è riuscita solo a dimostrare al Paese i propri tormenti
su distinguo sottili, che nessuno ha capito».
Il secondo colpo che l´Ulivo deve battere qual è?
«La Fiat. Anche su questo, dal centrosinistra è partita una raffica di
posizioni diverse, hanno parlato in troppi e nessuno ha capito quale
strategia suggerisce l´Ulivo. L´unica cosa che si è capita è che
Bertinotti e Berlusconi sono d´accordo sull´ipotesi di una
partecipazione pubblica nella Fiat. Intanto, 8 mila italiani rischiano
il posto di lavoro, e tutti gli altri si rendono conto che il corpo
dell´industria italiana perde le ossa, si destruttura».
Ma lei è d´accordo sull´ingresso dello Stato nel capitale Fiat?
«No, non ritengo che sia questo il ruolo dello Stato. Lo Stato può
servire alle imprese per promuovere la raccolta di risorse intorno a
una missione industriale. In fondo Andreotti, sostenendo l´ingresso
dei libici nella Fiat, questo fece: si adoperò per trovare i capitali.
Oggi non credo che una grande impresa, con una pluralità di azionisti,
debba ritrovarsi come socio lo Stato, che renderebbe più difficile la
convivenza con Gm. Ma di tutto questo, nel dibattito a sinistra, io
non sento parlare. Sento un chiacchiericcio indecifrabile».
Il terzo e ultimo colpo: dove deve batterlo, l´Ulivo?
«Sulla Cirami. Si continua a manifestare nelle piazze contro questa
legge, che davvero non merita di essere approvata. Ma nel
centrosinistra ci si rifiuta di prendere atto che, con le modifiche
della Camera, questa legge difficilmente potrà essere usata nel
processo di Milano. Al Senato noi dicemmo che la Cirami, con la sua
definzione di "legittimo sospetto", creava una gigantesca nuvola nella
quale tutto poteva svaporare. Ora, grazie al contributo
dell´opposizione, questa nuvola si è molto ridotta, e il legittimo
sospetto è incardinato a "gravi situazioni locali, tali da..."
eccetera eccetera».
E allora? Che dovrebbe fare un´opposizione riformista?
«Dovrebbe dire: io quella legge non ve la approvo, ma voi della
maggioranza, alla fine, avete dovuto accettare una modifica che forse
ve la renderà inservibile. Dovrebbe evitare di ripetere l´errore che
già fece sulle rogatorie, quando nonostante i miglioramenti apportati
nell´iter parlamentare si ostinò a prefigurare conseguenze disastrose
che poi non si realizzarono. Insomma, dovrebbe ipotecare il futuro con
il risultato politico della Camera».
Invece non lo fa. E intanto i girotondi accerchiano il Colle.
«E´ sbagliato manifestare davanti al Qurinale. E posso dirlo io, che
sono stato tra i primi ad esprimere simpatia verso il fenomeno dei
movimenti, dai quali viene una partecipazione di cui abbiamo
straordinario bisogno. Ma questa partecipazione non serve se ci spinge
a non vedere i risultati positivi della nostra battaglia politica. Ed
è addirittura nociva se serve a far galleggiare solo un po´ di
leaderini di piazza. Anche qui c´è grande spazio per i riformisti:
osino dire queste cose, senza temere di perdere il contatto con la
mitica "opposizione totale"».
Mi permetto di suggerire un quarto terreno, sul quale i riformisti
potrebbero battere un altro colpo. Il prossimo sciopero della Cgil.
«Anche questo è un problema gigantesco. La Cgil, avendo in mano una
verità, ha avuto un torto: le è mancata la pazienza di aspettare che
sedimentasse una posizione comune con gli altri sindacati, sulla
Finanziaria e sul mercato del lavoro. Ha usato questi temi per
affermare la sua come "verità incomponibile". Anche qui, un riformista
deve insistere perché alla fine prevalgano le esigenze che la crisi
dell´economia sta imponendo al Paese. Tra queste esigenze, l´unità
sindacale è prioritaria. Ecco perchè considero questo sciopero un
residuo di una vecchia fase, che deve essere superata».
Lei lancia appelli. Ma a chi si rivolge, se l´Ulivo non c´è più? Qual
è il «luogo» dove dovrebbe fiorire questo riformismo, visto che sono
cadute tutte le formule, dalle cabine di regia ai comitati dei saggi?
«Questo è un problema oggettivo. Ma se venissero accolti davvero gli
appelli alla responsabilità—responsabilità di ciascuno di noi verso
l´Ulivo e dell´Ulivo verso gli italiani—anche le soluzioni
organizzative verrebbero di conseguenza. L´assemblea dei parlamentari
del 23 può essere un momento di verifica importante, sulle regole
dell´alleanza. Già oggi l´Ulivo non ha più un leader. Rutelli, per
parlare alla Camera, ha dovuto qualificarsi. Oggi è diventato il
presidente della Margherita, e nulla di più. Per questo bisogna
accelerare i tempi. Con i solipsismi coalizzati non andiamo più da
nessuna parte».