Corriere della Sera


«Più debole la lotta ai cartelli con l' economia in difficoltà»

Amato: la crisi dell' Antitrust dovuta alle insofferenze della destra Usa ma anche al vento di protezionismo che spira nel centrosinistra europeo

di Claudio Lindner
10 novembre 2002



MILANO -- Sono tempi difficili per le auto rità Antitrust. In America il primo quotidiano finanziario Wall Street Journal arriva a criticare «il sistema perverso e antiquato noto sotto il nome di legge Antitrust». In Europa il commissario alla Concorrenza, Mario Monti, subisce due sconfitte in cinque giorni dal Tribunale di prima istanza, che accoglie il ricorso di due società, la francese Schneider e la svedese Tetra Laval interessate ad acquistare rispettivamente la francese Legrand e la svizzera Sidel. Monti aveva detto «no» , dal Lussemburgo è invece arrivato un via libera alle fusioni.

Una crisi «politica»? O più «tecnica», riferita al funzionamento, alle procedure previste dai diversi sistemi di vigilanza? «La risposta non può che essere articolata» esordisce Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio ed ex numero uno dell' Antitrust italiana, vicepresidente della Convenzione, quella che sta studiando la Costituzione della nuova Europa. Non si può che cominciare dall' America, dove vivono i «padri fondatori» dell' Antitrust.

«Sulla base della lunga storia americana, la più affidabile per tradizione quando si parla di pratiche antimonopolistiche, si può tranquillamente affermare che in genere quando governano le destre c' è un' insofferenza verso l' Antitrust: il con fine tra libertà economica privata e potere privato tende a diventare evanescente, l' Antitrust che colpisce il potere viene visto come un limite alle libertà. E' un fenomeno ciclico. E quando ai governi di destra si sommano le difficoltà economiche, come quelle attuali, iniziano i momenti più difficili per le autorità Antitrust. Di più: nella stessa direzione soffia il vento di certo protezionismo del centrosinistra europeo, per esempio dalla Germania nel caso degli aiuti di stato e dalla Franc ia per le liberalizzazioni».

Proseguiamo con gli americani.
«Negli Stati Uniti c' è un' altra reazione preoccupante. Nei momenti di maggiore insofferenza, autorevoli esponenti delle Autorità locali sostengono, in polemica con gli europei, che l' obie ttivo da perseguire è l' efficienza, non la concorrenza. Attenzione: è vero che l' efficienza ricopre un ruolo determinante, ma noi abbiamo sempre pensato che il miglior strumento per ottenerla fosse proprio la concorrenza. Se si arriva a separarle c osì nettamente, si rischia di dar ragione alle illusioni del vecchio gosplan, sostituito nel mondo delle grandi imprese transnazionali dai cervelli centrali delle imprese medesime».

Negli ultimi anni le frizioni maggiori tra le due sponde dell' Atlan tico sono scoppiate in tema di fusioni. L' approccio americano è diverso da quello europeo. Chi ha ragione?
«Ragioni e torti stanno da ambo le parti. Gli americani ci fanno un' osservazione giusta: state attenti, dicono, perché quando si chiede il gi udizio su una fusione si valuta qualcosa che accadrà in futuro, diversamente da un abuso, già commesso, o da un cartello che ha già esercitato i suoi effetti. Davanti a due imprese che annunciano di fondersi, il verdetto si fonda su previsioni che ri guardano effetti futuri, non passati. "Voi europei" è la loro critica "dovete affinare le prove fornite". Pensi, gli americani sono arrivati a sostenere di essere più umili di noi nel valutare il futuro».

Come giudica, allora, lo stop imposto al Comm issario Monti?
«Il tribunale di prima istanza ha detto molto chiaramente di non essere contro i principi affermati dalla Commissione, ma ha dato torto per non aver portato sui due casi in questione sufficienti "prove". Fa dunque bene Monti, che ha im parato la lezione, ad affrettarsi a riformare il procedimento attraverso cui sono fatte le indagini. Qualche miglioramento è stato fatto negli anni passati, ma restano le caratteristiche profondamente unilaterali del sistema europeo».

Vale a dire?
«I l fatto che chi fa l' indagine sia lo stesso di chi poi decide. Un difetto di fondo già fatto notare dai giuristi del "Common law", inglesi e irlandesi, quando entrarono nell' Unione europea. Qualche passo avanti, ripeto, è stato fatto. All' inizio n on c' era alcun diritto della parte indagata di accedere al fascicolo che la riguardava, di leggere tempestivamente i documenti su cui si basavano le accuse nei confronti dell' impresa, di esercitare un effettivo contraddittorio. Già in passato la Co mmissione ha dovuto subire decisioni giudiziarie contrarie proprio per queste ragioni procedurali».

In America la tutela della concorrenza spetta a una divisione del Dipartimento di Giustizia, con compiti istruttori e accusatori, e alla Federal trade commission, alla quale tocca invece la decisione. E' un sistema da preferire, secondo lei?
«E' un sistema più limpido. Il dipartimento di Giustizia istruisce il caso, deve fornire tutte le prove, mentre il giudice emette la sentenza di condanna, o d i assoluzione come accaduto per esempio la scorsa settimana nella vicenda della Microsoft. Attenzione però, la trasparenza ogni tanto viene meno».

Quando?
«Quando, per fare più in fretta, l' Antitrust comincia a "negoziare" con le imprese coinvolte c ercando di arrivare dal giudice col risultato della trattativa in tasca e lasciare a lui solo il compito di mettere il timbro con un suo decreto. Miei colleghi giuristi, docenti nelle università americane, si sono chiesti se, a questo punto, esista e ffettivamente ancora una legge Antitrust negli Stati Uniti».

Monti ha presentato nei giorni scorsi le proposte di riforma che vanno nella direzione di migliorare il processo di verifica, di dare le necessarie garanzie alle imprese senza con questo sn aturare il modello europeo di Antitrust. Cosa ne pensa?
«Monti vuole perfezionare i congegni migliorativi del sistema. Il suo progetto prevede che dopo la prima fase di investigazione si costituisca un panel di persone diverse con il compito di studi are, guardare attentamente, stabilire un contraddittorio tra i concorrenti che hanno fatto la denuncia e la stessa impresa».

Un panel già definito l' «Avvocato del Diavolo».
«Sì e tutto questo è benvenuto perché, ammettiamolo, rispetto al livello del le nostre amministrazioni nazionali (a prescindere dall' Antitrust) per lunghi anni i procedimenti comunitari sono stati molto deboli, opinabili».

Un vantaggio sembra comunque esserci, rispetto al sistema americano, la rapidità delle decisioni.
«In E uropa non ho mai percepito critiche sui tempi, almeno per quanto riguarda le fusioni. Diverso il caso degli accordi e degli abusi, dove le denunce sono tantissime e per questo la Commissione ha avviato, già con il precedente commissario Karel Van Mie rt, il decentramento avvalendosi del contributo delle diverse Autorità nazionali».

Le critiche più accese alla Commissione arrivano in questo caso dalla stampa anglosassone.
«Non solo. Sulla stampa Usa e nelle sedi strettamente politiche l' Europa vi ene accusata di decidere contro le fusioni quando sono di imprese americane che fanno concorrenza a imprese europee e viceversa. Illazioni pesanti e immeritate. Il Financial Times, invece, adora in questa materia stare dalla parte del fondamentalismo del mercato. E poi, se dall' altra parte della Manica possono dire qualche cattiveria contro la Commissione, sono solo contenti».



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