La Stampa

IL PAESE, IL GOVERNO DELL´ECONOMIA E IL FUTURO DELL´EUROPA: PARLA IL VICEPRESIDENTE DELLA CONVENZIONE

Non bisogna recidere il filo che tiene unito il Paese

«Per arginare il declino dell'economia dobbiamo trovare il senso di una missione nazionale» «Non respingo l'idea di un New Deal»


di Aldo Cazzullo
24 novembre 2002


ROMA -- «I segni del "declino" ci sono. Nel mondo, e in Italia. Penso non solo alla crisi della Fiat, ma anche alle difficoltà del Nord-Est, dovute al cambio di generazione nelle imprese, e del Sud, preda di un´economia sommersa». La discussione aperta da Romano Prodi sulla fine del pensiero unico e degli Anni Novanta, orientata da Giulio Tremonti nella prospettiva di un «New Deal», e collegata ora con il tema tutt´altro che eccentrico dell´unità nazionale e della devolution, riporta Giuliano Amato alle riflessioni del libro con cui ha idealmente chiuso la sua seconda esperienza alla guida del paese, «Tornare al futuro» (Laterza).

Amato fa suo il punto di partenza del ragionamento di Prodi e Tremonti, l´idea del «"declino" dell´economia». A cui oppone «l´idea di trovare il senso di una missione nazionale, che coinvolga gli italiani, affinché non si limitino ciascuno ad arrabattarsi, ma condividano una direttrice comune: collocare il nostro paese con un ranking elevato in Europa e nel mondo».

Anche per questo l´idea di un New Deal, per quanto «vaga», non è da respingere: «purché non implichi che lo Stato può entrare nel capitale di un´azienda in crisi, ma che sia in grado di indicare un´orizzonte, delle certezze. Il governo italiano sta dando invece un´impressione opposta. Una volta caduta l´ipotesi su cui le sue promesse erano costruite, cioè che la riduzione delle tasse avrebbe innescato lo sviluppo, l´impressione è che il governo non abbia una strategia alternativa e non sia in grado di prendere in mano il timone».

La questione della devolution pare ad Amato il segno di un´incoerenza tra parole e fatti. Da una parte, l´indicazione di un New Deal, di una riscoperta del ruolo dello Stato, di una missione comune. Dall´altra «la sensazione di una specie di quadro astratto, in cui si incrociano i piani. C´è un governo che impugna leggi regionali adottate sulla base della riforma federalista della scorsa legislatura, e nel contempo progetta un federalismo ancora più spinto. La mano destra non sa quel che fa la sinistra. Nel governo c´è un´impostazione che al fondo pare più centralista di quella del centrosinistra, ma deve mandare a pagamento la promessa fatta alla Lega. Una promessa particolarmente importante perché la coalizione resti salda».

Sulla devolution in effetti Berlusconi annuncia di essere pronto a porre la fiducia. «Evidentemente perché ha un problema non con l´opposizione, ma con la sua maggioranza. Anch´io lo facevo per questa ragione». Già quando nel `98 era tornato al governo come ministro delle Riforme istituzionali, Amato aveva messo in guardia il centrosinistra sui rischi insiti nella costruzione del federalismo all´italiana. Ora quei rischi gli sembrano considerevolmente cresciuti.

«Noi abbiamo solidissime tradizioni autonomistiche comunali. Oggi la dilatazione delle sfere territoriali in cui agiscono i compiti pubblici comporta l´esigenza di regioni più forti». Ma il progetto del governo Berlusconi rischia nella visione di Amato di «recidere alcuni fili essenziali di una nervatura che non può non andare dalle Alpi alla Sicilia. E´ in questione la sensibilità degli italiani per i diritti e i livelli dei servizi, che devono essere unificanti in tutto il territorio nazionale. Il problema di non allargare il solco delle diversità, di non incrinare il tessuto di base, non riguarda solo l´Europa ma anche l´Italia. Ritengo che sotto questo disegno ci sia il "ciascuno per sé". E, con le diversità che noi abbiamo nei redditi e nei servizi, questo disegno può scavare una frattura pericolosa».

Un primo antidoto è rappresentato dall´atteggiamento di Confindustria: «Mi colpisce che gli imprenditori abbiano preso le distanze dal governo anche su questo tema. Farlo solo sulla tassazione delle imprese sarebbe stato un po´ troppo semplice. Farlo sulla devolution esige una visione complessiva che Confindustria sta dimostrando».

Quanto a Berlusconi, «ha confermato le sue capacità comunicative. Ma il suo governo si sta dimostrando incapace di elaborare una exit-strategy credibile, una via d´uscita appunto alla fine delle sue promesse e della logica su cui si basavano, l´equazione tra meno tasse e più sviluppo».

La «fine del mito delle privatizzazioni» annunciata da Tremonti non pare sufficiente ad Amato: «E´ vero che le privatizzazioni sono state fatte prima che il nostro mercato finanziario avesse forti investitori istituzionali. E´ prevalsa l´esigenza del Tesoro di fare cassa; esigenza che non credo possa sfuggire nella sua intensità al ministro Tremonti, che si sta dedicando a un´opera intensa di cartolarizzazioni. A vendere futures».

Il governo Berlusconi, nell´analisi del suo predecessore, «sta dando l´impressione di una crescente incertezza. Eppure che il nostro non fosse tempo di certezze era stato annunciato e studiato da tempo». Il riferimento di Amato è a un altro libro, «Le nouveau monde de l´ordre de Yalta au desordre des nations» di Pierre Lellouche. Il Mulino lo pubblicò nel `94, ma il saggio era uscito (da Grasset) due anni prima; e già esprimeva l´illusorietà della convinzione che «dopo il crollo del Muro il nostro mondo si sarebbe diffuso a macchia d´olio, e sarebbe stato un mondo felice. Questa è sempre stata anche la mia idea. Ora si sta cominciando a capire che la globalizzazione non è un processo di omogeneizzazione, ma di contestualizzazione di diversità».

Per spiegare il concetto Amato usa la metafora dei due ragazzi al McDonald´s. «Entrano. Ordinano lo stesso hamburger. Poi il primo sale su un autobus. Il secondo ci si butta come kamikaze. L´effetto omologante si è limitato all´hamburger». Il vero problema è come far convivere le diversità. «Quel che è accaduto nell´anno aperto dall´11 settembre ha dato un colpo decisivo ai due corollari del pensiero unico: la visione di un mercato autosufficiente, e di un mondo che il mercato rende tutto uguale a se stesso. L´altro grande fatto distruttore di certezze è stato lo scandalo Enron, che ha reso evidente la necessità di regole perché il mercato non traligni».

Se ne deduce che «il pensiero unico non ha mai avuto un vero tempo storico. E´ stata un´illusione che non si è mai inverata», né per i suoi sacerdoti, né per i suoi contestatori professionali. Quel che sta accadendo infatti spiazza non solo i «fondamentalisti del mercato, come li chiama George Soros, ma anche i suoi nemici, ossessionati dall´idea che il mercato stesse effettivamente omogeneizzando il mondo».

Forse anche questa considerazione spiega la battuta di Amato dell´altro ieri, al convegno di Italianieuropei: «Dialoghiamo con i movimenti, poi vedrete che sarà Bertinotti a ritrovarsi con 4 amici tra i no global». L´ex premier condivide l´idea di Prodi per cui le voci di Firenze vanno ascoltate (a condizione che, come a Firenze, «si esca dalla logica della violenza»), e spiega che cosa intende per dialogo. «Non si tratta di andare al Forum a prendere appunti. Si tratta di tener conto di quelle proposte, scontando il fatto che nel movimento si infila anche chi spera di ritrovare nella vecchiaia la propria gioventù comunista; ma si ritroverà solo, se sapremo rivelarci interlocutori credibili. Questo movimento segnala che il mondo così com´è non va bene, e discute come renderlo migliore. E´ un movimento transnazionale: è stata Firenze a dare agli italiani che vi partecipano una centralità occasionale».

Amato è consapevole che «qualsiasi azione militare contro l´Iraq» rischia di spezzare il filo tra la sinistra riformista e i no global: «La guerra non è certo il terreno più adatto per il dialogo con un movimento in cui è fortissimo un pacifismo ideologico». Ma aggiunge: «Dobbiamo essere chiari con noi stessi. Io non penso che si possa arrivare nel contesto della vicenda irachena a un mese di bombardamento a tappeto su Baghdad, fino a quando l´ultimo sito sotterraneo della città non sarà stato sventrato. Questo non lo dicono solo i pacifisti; lo ha scritto un mio amico, il democratico americano Gary Hart».

Tutt´altra cosa, forse anche «meno rilevante», il movimento dei girotondi, della cui genesi Amato dà una lettura duplice. «I girotondi nascono dallo sconcerto e dallo sconforto dell´elettorato del centrosinistra, in quei primi mesi di dannazione in cui pareva si dovesse soggiacere quasi senza respiro, senza possibilità di contrattacchi, alla maggioranza che aveva vinto le elezioni. Poi, come accade, quelli che organizzano si sentono leaders, e si candidano a una leadership contrapposta a quella ufficiale dei partiti e della coalizione.

Quando la società civile si sveglia, e guai alle società dove la società civile dorme o viene cloroformizzata, c´è sempre naïveté. C´è una tendenza della politica non istituzionale a porre in termini dilemmatici il rapporto tra società civile e Palazzo, tra i professionisti e la virtù, che ha sempre qualcosa di rousseauiano. Se un politico professionista dicesse: "Voi della società civile guardatevi la tv che ai vostri affari ci penso io", allora sarebbe l´occasione meritata per l´assalto al Palazzo. Ma sarebbe farsesco dipingere in questi termini quel che dicono i politici».

A chi gli fa notare che il vero bersaglio polemico del movimento dei girotondi (e non solo di quello) sembra essere D´Alema, Amato ricorda però che «la famosa imprecazione di Moretti in piazza Navona era rivolta a tutti, e quindi in primo luogo a Rutelli e a Fassino, formalmente il leader e il vice della coalizione». Ma qui si entra in un tema, la guida dell´Ulivo e il dialogo Prodi-Cofferati, da cui Amato si mantiene lontano: «Sono prove d´orchestra, di cui non si conosce né quale sia l´orchestra né quale sia il direttore. L´attenzione ai movimenti ce l´ho anch´io da anni, ma dalle prove d´orchestra mi tengo fuori».

Allo stesso modo Amato non intende replicare alle accuse di chi gli ha rimproverato di «avere un buco al posto del cuore», «una grossolana falsità -- sussurra appena prima di cambiare discorso -- che può avere solo lo scopo o l´effetto di danneggiarmi agli occhi di non mi conosce; perché chi mi conosce sa bene che il Padreterno mi ha dotato di tutto quel che un uomo deve avere».

Al vicepresidente della Convenzione interessano di più le conseguenze che il ragionamento di Prodi sul modello di globalizzazione democratica possono avere sui lavori per la Costituzione europea. «Sono riflessioni che con Romano abbiamo cominciato a fare già prima della sua intervista alla Stampa. Il big-bang dell´allargamento, con l´ingresso di dieci paesi che portano nell´Unione il 30% in più della popolazione ma solo l´8 o il 9% del reddito, rappresenta una grande scommessa sulle nostre capacità di integrazione, sviluppo, coesione. Sarebbe un colpo grosso, più audace di quello riuscito ai tempi dell´ingresso di Spagna Portogallo e Grecia. Perché possa riuscire, noi abbiamo bisogno di creare una connessione tra il coordinamento dell´economia e le politiche sociali».

E´ una prospettiva che mette in discussione l´attuale impalcatura dell´Europa, il patto di stabilità, il ruolo della Banca centrale. «Facciamo l´esempio dei bilanci, su cui si è concentrata quasi esclusivamente l´attenzione vera, cogente, degli organi europei. Come se l´unica cosa importante fosse rispettare o no i limiti, e si potesse prescindere dal resto. Come se l´importante fosse spendere non più di 10 euro, e fosse secondario spenderli tutti e 10 per ridurre le tasse e neanche uno per far funzionare il sistema educativo. Se passa il principio che si entra in Europa solo rispettando i limiti dell´indebitamento, non avremo né integrazione, né sviluppo, né coesione».

Anche per questo Amato non si associa agli attacchi (l´ultimo, quello del cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown) alla Banca centrale europea, e non solo perché «non sono sicuro che ridurre i tassi dello 0,25% o di mezzo punto sia tutto quel che ci vuole». E´ che «sarebbe ingiusto chiedere alla Bce di farsi carico dell´assenza di una politica economica e sociale europea». Tocca alla comunità e ai paesi membri colmare la lacuna.

Ma anche una sanzione costituzionale alla dottrina del modello europeo di globalizzazione democratica potrà servire. «Il fatto che nella relazione del gruppo di lavoro incaricato di studiare il coordinamento economico non si parlasse di Europa sociale ha suscitato una reazione critica acuta -- spiega Amato. Così la Convenzione ha deciso di creare un gruppo di lavoro sull´Europa sociale; e una delle domande è proprio stabilire quale connessione dev´esserci tra coordinamento economico e politiche sociali. Come si vede, la battaglia non è ancora perduta».









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