ROMA -- «Sto aspettando la nuova edizione del libro di Domenico Fisichella Democrazia e denaro. Il tema è quello giusto e non riguarda solo noi italiani, la tendenza è cominciata come sempre dagli Usa. Ha preso corpo lì la nuova politica post-partitica». Sollecitato a riflettere su riforme e premierato Giuliano Amato sembra volerla prendere alla lontana. Ma in realtà i riferimenti al dibattito in corso, dentro e tra i Poli, sono stringenti. «Una volta tutta l'organizzazione sociale era modellata attraverso la produzione -- argomenta l'ex premier --. Da lì scaturivano le identità collettive dalle quali a loro volta pescavano i partiti. Oggi le aggregazioni, almeno per i grandi numeri, si formano avvolgendo gli individui con i mezzi di comunicazione».
Berlusconi, quindi, non è l'eccezione ma solo una variante?
«E' un caso limite. E' il più bravo utilizzatore europeo di media, è entrato in politica e vi ha trasferito i moduli che conosceva. E finora hanno funzionato. Ma il fenomeno è più largo. Ogni deputato o senatore americano ha speso per farsi eleggere cifre folli giustificate dalla necessità di accedere ai media».
E' la plutocrazia dunque la malattia senile della democrazia?
«Oligarchia o plutocrazia, scelga pure. Certo è che la partecipazione democratica in queste condizioni è messa fuorigioco. In fondo gli unici eventi che hanno tolto la scena a Berlusconi lo scorso anno sono state le grandi manifestazioni della Cgil contro l'articolo 18. E il sindacato ha dovuto svenarsi. Quelle risorse l'Ulivo non le avrebbe avute».
E i girotondi non sono «partecipazione democratica»?
«Stiamo dicendo cose diverse. Io parlo di quella che in inglese chiamano deliberative democracy e che noi traduciamo democrazia discorsiva. Partecipazione che serve a produrre confronto, elaborazione, comunità. I girotondi sono una forma fortemente simbolica di protesta, sono un modo per affermare, in primo luogo davanti alla tv, "ci sono anch'io". Infatti queste manifestazioni vengono in genere anticipate da violente polemiche sulla ripresa Rai dell'evento».
Sostenere che stiamo precipitando nell'oligarchia non rischia di dare ragione a quanti a sinistra teorizzano l'esistenza di un regime e rifiutano qualsiasi negoziato con la maggioranza?
«No, è una cosa diversa e in fondo più inquietante. E' un restringimento del regime che chiamiamo democrazia».
Nel rischio plutocrazia lei include anche un'eventuale discesa in campo di Carlo De Benedetti?
«Che possa essere lui piuttosto che altri è comunque un segno dei tempi».
Il centrosinistra si appresta a sostenere la proposta del cosiddetto premierato forte.
«E' giusto che il presidente del Consiglio possa revocare i ministri e che possa proporre -- e sottolineo solo proporre -- al capo dello Stato lo scioglimento delle Camere. Ha anche ragione Fini quando dice che il governo deve essere un solido relais fra dimensione europea e pluralismo regionale. Detto questo non vedo una connessione meccanica tra rafforzamento dei poteri del primo ministro ed elezione diretta. In più, la descritta evoluzione delle nostre società sconsiglia meccanismi che accentuano la riduzione della partecipazione politica a tifo per i leader e a delega totale a loro dell'interesse comune».
Obietto che con l'indicazione del candidato-premier nella scheda siamo già di fatto nel campo dell'elezione diretta.
«Siamo arrivati al limite. Non chiedo di tornare indietro ma non vedo il bisogno di andare avanti. Ci siamo fatti prendere dall'idea sbagliata primo ministro uguale sindaco d'Italia. Ma ciò che ha senso nella piccola dimensione, non lo ha a livello nazionale. Chi ha in mente di rinunciare alle solide maggioranze che il sistema maggioritario garantisce e vuole tornare alla maggiore fluidità del proporzionale, può chiedere di rafforzare la legittimazione autonoma del premier. Ma chi vuole conservare il maggioritario all'italiana così come è, perché insiste per dare al primo ministro un'autonoma piattaforma di legittimazione? Il centrodestra quando ha voluto, ha dominato la scena parlamentare. E' vero che ha incontrato ostacoli nelle forze sociali ma in quel caso che differenza avrebbe fatto avere un premier eletto direttamente? Per me nessuna».
Il segretario del Censis Giuseppe De Rita va facendo considerazioni che mi paiono non diverse dalle sue.
«Mi riconosco nella società a rete che descrive De Rita. In passato ho sostenuto l'elezione diretta e la verticalizzazione della politica. Ma la società di oggi, la società post-partitica, dà ragione a lui. L'Ulivo delle origini era stato post-partitico. Molto per le virtù personali di Romano Prodi e la sua capacità di parlare a più mondi. Oggi però il centrosinistra ha smesso di esserlo, si è ossificato, dentro prevale la nomenklatura».
L'Italia oligarchica intanto declina. E ciò costituisce un doppio ordine di problemi.
«Ci si è accorti dei rischi di declino con l'esplosione della crisi Fiat. Ma i fenomeni regressivi non riguardano solo la grande industria. Sono assai più ampi e si intrecciano con le modificazioni della politica di cui parlavamo. Negli anni Cinquanta eravamo definiti i giapponesi d'Europa. Ci battevamo per conquistare un tenore di vita più alto e uscire dalla vita agra descritta da Luciano Bianciardi. L'abbiamo raggiunto e ci siamo fermati».
Ma si può dare la colpa solo alla politica? La società civile non ha rimorsi?
«Di questo sto parlando, del ripiegamento di ciascuno in sé, delegando ad altri il futuro comune. Le faccio un esempio pescato dalla cronaca. Il presidente Billè, di cui sono amico, ha chiesto al governo controlli sui prezzi dopo l'euro. Ma come, delega alla politica una vigilanza che avrebbe potuto lui esercitare in prima persona? Di questo passo, e sta avvenendo, delegheremo ad altri anche il concepimento dei nostri figli!».
Sui temi della mobilitazione della società civile è in corso un ampio dibattito. Guido Rossi sul Corriere ha scritto un importante articolo.
«Da 150 anni l'intellighenzia segnala in questo modo la sua distanza dai governanti. Sono nate così espressioni come "Italietta", "Paese alle vongole", e via dicendo. E' uno degli stilemi più ricorrenti, utile a tenere sveglia la politica, ma attenzione a vedere la società civile virtuosa solo nei girotondi o nei salotti anti-Berlusconi. Chi non fa rumore che cos'è? E' tutta società incivile? Pensi a chi in silenzio lavora nei centri di ricerca sull'ambiente e sulla geologia, sulle scienze della mente o sull'idraulica. Alla politica farebbe bene accorgersi anche di loro».
Si può uscire dalla litania del declino? Si può individuare una lista di priorità per rilanciare il Paese?
«In cima alla sua lista metterei il bisogno di avere una classe di governo con un'idea chiara e capace di diffondere fiducia nel Paese. Poi combattere il declino significa toccare tasti sgraditi ma necessari».
Sta accennando alla riforma delle pensioni?
«Non solo. Abbiamo aspettato tanto a toccare le pensioni di anzianità che ormai la fila dei fruitori si sta esaurendo, il vero problema è l'allungamento dell'età pensionabile. Questione che va affrontata ma in un contesto di maggiori sicurezze sociali e non il contrario. La gente ha paura del futuro e non parlo della gente di sinistra, è un sentimento che attraversa schieramenti e classi sociali. Combattere il declino vuol dire anche farla finita con l'idea che ci possa essere il massimo di benessere con il minimo di pressione fiscale».
Un sondaggio di Renato Mannheimer ha però accertato che la riduzione delle tasse rimane un tema assai popolare tra gli elettori.
«Certo, se vedo che tutto mi costa di più, è naturale che sia così. Ma nessuno mi spiega che, oltre un certo limite, è proprio la riduzione delle tasse che scarica sul mio bilancio familiare costi di servizi che sarebbero più bassi se pagati con la fiscalità generale. E rischio di accorgermene quando è troppo tardi».
Il governo ha cominciato a introdurre tasse di scopo. Aumento del prezzo delle sigarette per finanziare la ricerca.
«Da tecnico sarei contro le imposte di scopo ma devo dire che per questa via si recupera il senso del tributo imponendo trasparenza nell'uso che se ne fa. E su questa trasparenza si può lavorare».
C'è lo spazio per conciliare grandi progetti anti-declino con lo stato dei nostri conti pubblici?
«Le dirò che queste sono giornate di arida gioia. Si dice "abbiamo fermato il fabbisogno e l'indebitamento", ma il prezzo è il taglio di tutte le spese. Così la scuola non ha più soldi per il tempo pieno, il Comune non ha risorse per i servizi sociali, le imprese hanno meno incentivi e quindi investono meno di prima. I conti sono più in equilibrio, ma noi rischiamo la fine dell'asino di Buridano. Per questo occorre ripensare le strategie».
Colaninno al timone della Fiat può far parte della terapia contro il declassamento italiano.
«Lo stimo, ha coraggio ed è intraprendente. Ha il pregio di aver dimostrato all'Italia che esiste il mercato finanziario e Mediobanca, che gli è vicina, dovrebbe imparare da lui, uscendo dalla sua eterna ed unica ossessione di cercare i soldi sotto il materasso della vecchia zia "Generali". Detto questo anche lui avrebbe bisogno di qualcuno che sa fare le automobili. Il problema è quello, ci vuole il prodotto vincente».
Combattere il declino significa anche fare geopolitica. Battersi su quello che lei ha chiamato «il ring europeo» ma anche avere lo sguardo sui Balcani e il Mediterraneo.
«Sicuro. Ci sono in Europa interessi da far valere in relazione alla nostra collocazione geopolitica. Sia il corridoio 5, l'asse di collegamenti Lisbona-Trieste-Kiev, sia il corridoio 8, che collega la parte sud dei Balcani, sono per noi scelte vitali. Senza le quali saremmo tagliati fuori dai grandi traffici».
La vicenda del corridoio 5 non sembra però appassionare il centrosinistra?
«Il centrosinistra deve ricaricare le batterie. E presentarsi con un proprio ordine del giorno. Nella scorsa legislatura a un certo punto, in verità dal quarto anno, la destra ci strappò l'ordine del giorno con le sue critiche e le sue controproposte. Noi non riusciamo ancora a fare la stessa operazione, giochiamo di rimessa. Certo che di ordini del giorno ce ne deve essere uno, non otto, uno per ogni partito della coalizione. Prima di concludere, però, mi aspetto che mi faccia un'altra domanda».
Quale?
«Se è vero, come ha scritto, che da palazzo Chigi ho voluto nominare Biggeri all'Istat nonostante che fossimo nella zona Cesarini della legislatura. Si trattava di sostituire il dimissionario Zuliani, ne parlai con Gianni Letta e, se ricordo bene, con Antonio Marzano. In ogni caso Biggeri era fra i nomi dello stesso Marzano. Fu una scelta bipartisan».