Corriere della Sera


«Solo un superpresidente può riunire la politica estera dell’Europa»

La proposta di Amato: un gruppo ristretto di premier potrebbe affiancarlo a rotazione

di Claudio Lindner
6 febbraio 2003



BRUXELLES -- «In questi giorni sento, più che mai, un gran bisogno di Europa», commenta Giuliano Amato, preoccupato, quasi spaventato per quanto sta succedendo sullo scacchiere internazionale. «Sono convinto che se lì, nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, fosse rappresentata l’Europa, avremmo una leva per costringerci a esprimere una posizione comune. L’ambasciatore "europeo" non potrebbe dire: ora vi spiego la posizione franco-tedesca, pausa, ora quella degli altri. Prima dello spettacolo saremmo costretti a dargli un copione».

L’ex presidente del Consiglio è a Bruxelles per la Convenzione, l’organismo creato per preparare la Costituzione europea. Oggi e domani sono in programma sessioni plenarie, si parlerà di Europa sociale, autonomia locale, si comincerà anche a esaminare i primi articoli del nuovo Trattato. Amato è vicepresidente della Convenzione. Qui spiega le sue idee su come l’Europa dovrebbe muoversi in politica estera.

Arriveremo a un ambasciatore «europeo» all’Onu?
«Se l’Unione esiste come entità giuridica, deve essere rappresentata come tale nelle istanze internazionali. Nelle istituzioni finanziarie, Fondo monetario e Banca mondiale, ci possiamo riuscire, anche se ci sono alcune complicazioni tecniche. Più delicata è la questione del Consiglio di sicurezza».

Ma gli Stati sono d’accordo?
«Gli Stati non hanno ancora capito che tutti accettiamo, per un ragionevole futuro, l’idea di una politica estera e di sicurezza nella sfera intergovernativa e non in quella comunitaria anche perché è la più fresca acquisizione. Questo non può, tuttavia, significare che ognuno va per conto suo».

Pensando all’esempio del caso Iraq, che indicazioni potrà dare la Costituzione in politica estera?
«Una cosa deve essere chiara: non possiamo scrivere nella futura Costituzione quali siano gli affari internazionali destinati a essere trattati a livello europeo, in astratto non si può fare, lo si può definire di volta in volta. A deciderlo sarà il Consiglio europeo, e non ho difficoltà a dire che, qualora si trattasse di una nuova questione, il Consiglio, per battezzarla questione europea, dovrebbe votarla all’unanimità. Ma quando questo è accaduto, i singoli primi ministri devono sentirsi vincolati a far parlare il rappresentante europeo oppure a muoversi solo se richiesti dal Consiglio. Se questo non sarà capito, non avremo alcuna politica estera comune».
E il ministro degli Esteri europeo, ruolo sul quale sembrano tutti d’accordo?
«Non basta. Sarebbe un ministro come minimo ventriloquo, per avere almeno un paio di voci da usare».

Come si fa a raggiungere l’unanimità in un Consiglio europeo formato da 25 premier? Nel caso di Saddam è successo il contrario.
«L’ho equiparato al miracolo di San Gennaro. In questo caso non è il sangue che si scioglie, è l’insieme di teste che si deve fondere in un’unica visione europea. Ma non si può bypassare il problema. Abbiamo bisogno di un presidente del Consiglio europeo a tempo pieno».

Quello proposto da francesi e tedeschi?
«Sì, ma avrebbe il quasi esclusivo scopo di realizzare il miracolo di San Gennaro, ricoprendo un’importantissima funzione di " consensus building ", di formare su questi temi il consenso all’interno del Consiglio a 25. Mi ha impressionato quanto detto dal primo ministro danese Rasmussen, fino a dicembre presidente di turno Ue: è premier di un piccolo Paese, dovrebbe sostenere il principio della rotazione semestrale, ma ha dichiarato che il sistema così com’è non funziona. Il presidente del Consiglio europeo diventa centrale per la politica estera, oltre che per definire le grandi priorità strategiche dell’Unione».

Gli oppositori della proposta Chirac- Schröder temono che la doppia presidenza possa produrre duplicazioni con la presidenza della Commissione.
«Il "nuovo" presidente avrebbe moltissimo da fare senza invadere la sfera della Commissione. L’importante è chiarirlo, cosa che francesi e tedeschi non hanno fatto: i due presidenti vengono da loro dipinti esattamente con i piedi sulla stessa mattonella. Dico di più: il presidente potrebbe essere affiancato da un bureau ».

Si spieghi meglio.
«Un gruppo di cinque o sei primi ministri in carica, che informalmente rappresentano le varie aree d’Europa (Paesi grandi e Paesi piccoli, i vecchi, i nuovi dell’Est e via dicendo), loro sì a rotazione, con il compito di aiutare nella formazione del consenso. Raccolgono le reazioni alle proposte, ascoltano, riferiscono al presidente. Un po’ come avviene nella Convenzione, dove Giscard d’Estaing non può fare tutto da solo».

Lei appare critico sull’asse franco-tedesco.
«Non tanto sul merito delle cose, ma sulle modalità di presentarle. Sono d’accordo con Chirac e Schröder sull’Iraq, ma li ritengo responsabili di aver provocato il documento degli altri otto (dieci Paesi, prevalentemente dei Balcani, si sono aggiunti nelle ultime ore sulle posizioni filoamericane, ndr) ».

E l’accordo sui temi istituzionali trattati alla Convenzione?
«Anche qui hanno fatto il possibile per irritare gli altri e farsi dire di no. Germania e Francia continuano a comportarsi come facevano nell’Europa a sei, quando il loro asse faceva la posizione europea. Ora non è più così. Devono imparare che il consenso si conquista, non si impone».

Uno dei temi più attuali e controversi è quello del richiamo religioso nella futura Costituzione. Un gruppo di parlamentari del Partito popolare europeo ha proposto di recepire un articolo dove si sottolinea che «i valori dell’Unione includono i valori di coloro che credono in Dio». Il Vaticano ha chiesto un riferimento ai valori «giudaico-cristiani». Giscard pare scettico. Lei che cosa ne pensa?
«Non ne abbiamo ancora parlato, ma probabilmente incontra meno ostacoli un richiamo ai valori religiosi, oltre che spirituali. Un’altra norma potrebbe rifarsi al ruolo delle religioni nel dialogo sociale. Una cosa è sicura. Proporrò modifiche nel caso si volesse assorbire integralmente la dichiarazione 11 di Amsterdam. Uno pensa di fare un servizio a Dio e lo fa contemporaneamente alla Massoneria».

Che cosa c’entra la Massoneria?
«Oltre a rispettare e non pregiudicare lo statuto giuridico di cui beneficiano le Chiese e le comunità religiose degli Stati membri, l’Unione europea, come avverte la Dichiarazione di Amsterdam, rispetta inoltre lo statuto giuridico delle "organizzazioni filosofiche e non confessionali". Sarà che ho vissuto a lungo in Toscana, ma quell’aggettivo "filosofiche" mi ha colpito. Ho proposto di toglierlo».

La Convenzione rispetterà i tempi per consentire la firma del Trattato sotto la presidenza italiana?
«Ho temuto che non ce l’avremmo fatta. Per approvare ciascuno dei primi tre articoli il Praesidium ha impiegato un giorno intero. Poi abbiamo accelerato, e questa settimana dovremmo riuscire a mettere in circolazione il testo dei primi 15 articoli, il 30 per cento del totale. Ai primi di marzo, se va avanti così, sarà pronto il secondo lotto e infine in aprile l’ultimo».

Ma la discussione, su alcuni punti, potrebbe essere lunga. Oltretutto non è previsto il voto.
«Se la Convenzione riuscirà a completare il lavoro, possibilmente con l’unanimità tranne che per il numero molto limitato di opzioni su punti non decisivi, la Conferenza intergovernativa potrà cominciare a riunirsi verso la fine di ottobre e chiudere sulle questioni controverse permettendo la firma del Trattato sotto la presidenza italiana».

Il dibattito sulla Costituzione europea ha toccato finora solo gli addetti ai lavori, è un oggetto misterioso e lontano, anche per gli italiani.
«E’ vero, e penso che sia molto importante informare i cittadini. Un’idea potrebbe essere quella di indire un referendum sul nuovo Trattato: molti Paesi sono disponibili, altri meno. In Italia mi pare non ci siano opposizioni a questo. Lo si potrebbe fare lo stesso giorno delle elezioni europee, nella primavera 2004. Sarebbe un modo per coinvolgere tutti sulla nuova Europa».



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