la Repubblica

L'ex premier striglia gli alleati sui rapporti con l'Unione europea e gli Stati Uniti

Amato: "La sinistra riscopra le ragioni dell'Occidente"


Intervista a Giuliano Amato

di Massimo Giannini
9 aprile 2003



Roma – Presidente Giuliano Amato, cosa insegna questa guerra alla sinistra italiana? Quali macerie lascia, nel campo del riformismo?
"A questo punto la sinistra italiana deve guardarsi allo specchio. Per capire dove si vuole trovare rispetto alle grandi questioni che riguardano il mondo intero. Deve decidere se ne vuol parlare per fini accademici, ma allora smette di fare politica. Oppure se ne vuol parlare per incidere sul futuro degli eventi, ma allora si deve porre il problema: chi sono, con chi, per che cosa".

Finora queste domande sono state eluse. O hanno avuto risposte irrealistiche o grottesche, come le tre mozioni sugli aiuti umanitari.
"La discussione se ci dovesse essere il 'cessate il fuoco' con o senza condizioni ha avuto un che di onirico".

La lite sulle basi italiane non è stata altrettanto surreale?
"Questo mi ha colpito: la facilità con la quale la sinistra italiana è passata dal no alla guerra a un no al fatto che noi siamo un paese amico degli Stati Uniti. Mentre da noi montava la polemica sulle basi, Schroeder le stava dando consapevole del fatto che una cosa è non partecipare direttamente a una guerra alla quale si è contrari, fatta da un Paese amico, altra cosa è negare l'amicizia. Sono due cose diverse. Non a caso del mitico e celebrato 'compagno Schroeder', in quei giorni, a sinistra si preferiva non parlare più. E' la conferma che alcuni di noi hanno perso il contatto con la realtà".

L'ultima polemica è stata tra chi auspicava una guerra breve e i fautori di una guerra lunga.
"Guerra lunga, lei capisce cosa significa? Noi vogliamo essere parte di un grande movimento internazionale che include ovviamente i democratici americani. Ma proprio loro, che hanno figli e fratelli a combattere in Iraq, come possono reagire di fronte a un pezzo di sinistra italiana che preferisce una guerra lunga?".

Da cosa nascono queste regressioni politico-culturali?
"Dobbiamo dirimere una questione di fondo. Noi siamo ancora Occidente? Vogliamo continuare ad esserlo? E l'Occidente, grazie o a causa della guerra in Iraq, ha cessato di esistere perché esserne parte significa essere portatori di guerre unilaterali insieme a Bush? O significa qualcos'altro? Dopo l'11 settembre, constatammo che le ragioni dell'esistenza dell'Occidente andavano molto al di là della Guerra Fredda o della Nato. D'altra parte l'Occidente ha cominciato a nascere quando i padri pellegrini del Mayflower lasciarono l'Europa in preda a Hobbes per portarsi al di là dell'Oceano non Kant (come dice Kagan) ma Locke. Cioè l'idea di una legge superiore, di diritti umani al di sopra di ciò che i legislatori possono fare, di un ordine che non dipende dalla potenza di un singolo Paese. Furono loro, e non noi, che poi offrirono queste idee al mondo attraverso la creazione delle Nazioni Unite volute da Roosvelt".

Dopo l'11 settembre si disse: "siamo tutti occidentali".
"E si parlò allora, dalle due sponde dell'Oceano, di una minaccia unificante del terrorismo, che non veniva dall'Islam ma da una delirante estremizzazione ideologica, e che avvertivamo come una minaccia per la civiltà che noi europei e americani, insieme, incarnavamo. Nacque così l'idea di un'alleanza globale: offrimmo agli Usa la solidarietà dell'articolo 5 del Trattato Nato e andammo fino all'Afghanistan".

Oggi quel patrimonio culturale comune dell'Occidente, che avevamo ritrovato, è di nuovo disperso. Non è così?
"Qualcosa è cambiato, da allora. E' emerso in modo sempre più vistoso che da parte dei neoconservatori americani il bisogno di sicurezza viene fatto prevalere sull'ordine internazionale garantito dalle istituzioni sovranazionali. E quindi ci siamo ritrovati davanti ad un'America che si affida a quella che noi europei abbiamo abbandonato da un secolo, e cioè la 'macht-politik', che oggi premia gli Stati Uniti, domani potrebbe premiare la Cina".

Si può dire allora che la prima responsabilità di questa dissipazione dell'identità occidentale dopo l'11 settembre sia stata dell'America, con la guerra unilaterale all'Iraq?
"Questo sicuramente ha rappresentato una divergenza non piccola. Ma in virtù di questa divergenza a sinistra ho visto emergere due pericolosi fili dominanti. Da una parte un pacifismo estremo, tale da rifiutare comunque l'uso della forza militare. Dall'altra parte (e in ragione di ciò che rispetto a questo pacifismo estremo gli Stati Uniti finivano per simboleggiare con l'attacco all'Iraq) una rottura ritenuta scontata della relazione transatlantica. Le stesse caratteristiche della minaccia terroristica sono state dimenticate, quando quel pacifismo estremo addirittura nega in assoluto che possano esserci interventi militari preventivi, usando categorie che avevano un senso quando la minaccia poteva venire soltanto da o tra Stati. Ma il terrorismo è tutt'altra cosa. E lo si può anche prevenire, senza che questo significhi giustificare la guerra in Iraq. Tra l'altro la Carta Onu prevede all'articolo 39 che la forza militare può essere usata non solo contro aggressioni ma anche contro minacce alla pace. E all'articolo 50 prevede anche l'uso di misure preventive. Non ci si può chiudere in assoluti che finiscono per diventare sofismi davanti alla realtà. C'è stata una fuga nell'estremismo, che è diventata ideologica, e ha impedito alla sinistra di mantenere una connessione con i fatti e un'incidenza sui fatti".

Quindi l'occasione è perduta?
"Non del tutto. La sinistra ha tanto da offrire per un mondo migliore. In una chiave che paradossalmente è la stessa che, in profondità, sta muovendo l'opinione pubblica americana: e cioé l'idea che, dopo quello che è accaduto, lo status quo non lo possiamo più mantenere. Occorre un atteggiamento 'pro-active', attivo e dinamicamente rivolto a cambiare lo stato del mondo, perché il mondo così com'è è insieme insicuro ed ingiusto. Ed entro certi limiti c'è un legame diretto tra il suo tasso di ingiustizia e il suo tasso di insicurezza. E' qui che va data risposta alle domande più rilevanti di quei movimenti in nome dei quali una parte della sinistra si sta avvitando nell'estremismo ideologico".

E come può fare la sinistra ad uscire dall'estremismo ideologico?
"Rendendosi conto che questi problemi di possono affrontare solo con azioni di dimensione europea concertate con gli Stati Uniti. Siamo noi la parte più ricca del mondo. Siamo noi che condividiamo storicamente quei valori di cui, sia pure in termini integrati con altre culture, il mondo ha bisogno. Non possiamo nasconderci dietro a un dito: la democrazia è un'invenzione europea, se diciamo che il mondo ha bisogno di più democrazia diciamo che il mondo ha bisogno di questa invenzione europea".

Ma a sinistra c'è chi attacca Bush e Blair obiettando che la nostra democrazia è inesportabile nel mondo arabo.
"Naturalmente una democrazia nel Sub-Sahara non avrà le caratteristiche di Westminster, perché per esserci nascerà dalla coscienza di chi ci vive, non da quella di chi è nato ad Oxford. Ma mi chiedo: l'idea di un'Europa antagonista degli Usa può migliorare il mondo? Aiuta l'idea di un'Europa potenza civile dove quel che conta è solo l'aggettivo ma non il sostantivo? E' utile l'idea di un Medioriente in cui non abbiamo il coraggio di riconoscere, con tutta la simpatia per i palestinesi, che Israele è una parte di noi? E comunque, visto che le simpatie prevalenti in Europa vanno oggettivamente alla Palestina, possiamo contribuire alla pace in quell'area senza metterci insieme agli Usa, che per converso hanno un rapporto privilegiato con gli israeliani?".

C'è un altro problema: che si fa se il gigante americano interpreta come "onnipotenza" il suo status di superpotenza?
"Al di là di un certo limite la potenza militare è impotenza. All'umiliazione che si diffonde nel mondo arabo per la sconfitta del falso eroe Saddam da parte di Golia non potrà porre rimedio un'ulteriore prova di forza di Golia, ma quella che noi europei chiamiamo cooperazione economica, politica, istituzionale. E di questo si renderanno conto anche negli Stati Uniti".

Cosa le suggerisce tanto ottimismo su Bush?
"In questo momento hanno vinto i neoconservatori. Ma gli Stati Uniti sono una grande democrazia. All'interno del partito repubblicano ci sono voci diverse, c'è un partito democratico, c'è un futuro da affrontare. Se ne sta discutendo. Perbacco, entriamo in questa discussione! Entriamoci come sinistra, e come Europa".

Anche su questo la sinistra si è divisa. Per Rutelli e Fassino Blair va sostenuto, per Cofferati è il modello peggiore. Non è il segnale di una insanabile irriducibilità tra le due sinistre?
"Le due sinistre esistono da sempre, e non lo dica a un socialista come me. Riformisti e massimalisti, in forme diverse, finiscono sempre per riprodursi. Nella sinistra 'più sinistra' c'è un rifiuto di Blair, ma se di fronte ai tragici problemi di oggi si costruisce un tessuto politico di risposte effettive, ci si accorge che su questa strada si incontrerà naturalmente il partito laburista inglese. E forse si incontreranno anche i socialdemocratici tedeschi: per la Germania la solidità del legame con gli Usa è troppo forte, e verrà fuori in futuro".

Così la sinistra italiana, che in questi mesi è finita più volte a sinistra di Schroeder, si ritroverà ancora più spiazzata, no?
"La nostra sinistra deve riuscire davvero a non essere provinciale. Deve rispondere alle domande dei movimenti, non echeggiarle, o peggio perdersi nel piccolo ginepraio degli organigrammi. La risposta ai movimenti non si dà concedendo uno spazio in più a Casarini in un'assemblea, ma dimostrando un percepibile impegno per la soluzione dei problemi globali che in questi anni gli stessi movimenti hanno cercato di simboleggiare. Questo è per me il terreno naturale di una politica di sinistra del nostro tempo".

Lei è convinto che la Conferenza dei Ds a Milano sia servita?
"Ritengo di sì. La Conferenza segna un passo avanti. Si sono focalizzati i grandi obiettivi di un programma riformista. Naturalmente ora bisognerà fare i conti con le lotte intestine e le pretese di chi dice 'sì però tu levati di qui perché mi ci devo mettere io', oppure 'questo si può fare a condizione che'".

Allude a Sergio Cofferati e al correntone?
"Non alludo a nessuno. Un ulteriore esito positivo della Conferenza sta anche nel fatto che d'ora in poi l'interazione politica tra Cofferati e i Ds avverrà all'interno del partito cui lui stesso appartiene, e non più solo dalle postazioni rappresentate da una Fondazione, da un sito e dalla Bicocca. Ci vuole buona volontà da parte di tutti. Se sono davvero i problemi del mondo quelli che ci preoccupano, allora ci riusciamo. Se invece ci preoccupa il nostro personale ruolo nell'Ulivo, e quindi i problemi del mondo sono solo un pretesto per collocarci su questo o quel ramo dell'albero, allora possiamo continuare a comportarci come troppi hanno fatto finora. Ma in questo caso la cosa non mi interessa più".






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