BRUXELLES -- Giuliano Amato ammette un «forte margine di insoddisfazione» per il risultato finora raggiunto nella stesura della Costituzione europea e si augura che «nella fase finale scatti una scintilla che, per ora, non ho visto scattare». «C'è un clima che si va generalizzando - spiega il vicepresidente della Convenzione, l'organismo chiamato a scrivere il Trattato - del tipo "a ciascuno il suo, il che significa l'Europa il meno possibile". Con un atteggiamento che un'illuminata classe dirigente non dovrebbe avere: se è troppo difficile da spiegare ai miei elettori, allora no…».
Tra lunedì e martedì il Presidium ha diffuso i testi rivisti dopo la prima fase di dibattito. Ieri ha affrontato il Preambolo.
Presidente Amato, cominciamo proprio dal Preambolo, dove non esiste alcun riferimento alle radici cristiane. Lo condivide?
«Lo condivido così com’è. E’ scritto con eleganza, prospettiva storica, un riferimento alla nostra responsabilità verso le generazioni future. C’è anche il senso di quello che vuol essere l’Europa non solo per i suoi cittadini ma anche per il mondo».
Il testo complessivo, secondo alcuni, riflette molto le concessioni fatte agli inglesi, i più «intergovernativi».
«La cosa che più ha colpito è stata la coincidenza tra la visita di Giscard a Londra e la caduta dell'aggettivo "federale" nel modello di Unione. In realtà ci eravamo sempre detti che "Parigi val bene una messa", ma un aggettivo no. Gli aggettivi li usano i commentatori, quello che a noi interessa è la sostanza».
Nelle decisioni di politica estera, grazie soprattutto a inglesi e francesi, è rimasta prevalente l'unanimità
«A me interessa, al di là delle battaglie sulle parole, quanti sono i casi di decisioni a maggioranza qualificata. Devo dire che avrei gradito rimanesse nel testo finale la valvola che avevamo aperto rispetto alla situazione esistente con la clausola "si votano a maggioranza qualificata le iniziative congiunte del ministro degli Esteri e della Commissione". Questa formula è stata respinta, ma non dal Regno Unito».
Da chi, allora?
«E' stato un atteggiamento più generale, che ha portato i favorevoli alla maggioranza qualificata a retrocedere su una seconda linea, che è comunque più avanzata del testo attuale: si votano a maggioranza qualificata le iniziative che il ministro degli Esteri presenta su impulso del Consiglio. Uno spiraglio c'è. Vorrei far notare che la nuova Costituzione raddoppia le aree nelle quali si è passati dal potere di veto nazionale alla maggioranza qualificata. Per esempio nel Fisco e nelle politiche agricole. Avrei preferito che ci fossero più aperture in materia sociale, non è stato possibile e non per colpa degli inglesi».
Si dice per colpa dei tedeschi. E' vero?
«No comment».
Come si uscirà dall’impasse sulle riforme?
«C'è il forte rischio di un compromesso al più basso livello: un presidente sbertucciato del Consiglio europeo pagato con una Commissione che vada al di là degli accordi di Nizza assegnando un Commissario a ciascuno dei 25 paesi».
Superpresidente, ministro degli Esteri, presidente della Commissione. Non è un po' troppo?
«Ricordo cosa rispose il francese Olivier Duhamel a un tedesco che poneva lo stesso quesito: ma voi non avete Rau, Schroeder e Fischer? Si riesce a convivere con quei tre perché Rau, come Ciampi, ha un potere di rappresentanza molto limitato».
Dovrebbe servire alla formazione del consenso
«E' come se andassimo allo stadio dicendo che a darci la guida per il prossimo anno sarà la Curva Sud. bisognerebbe parlare con i tifosi, uno ad uno, e farli ragionare tutti assieme. Il Consiglio europeo è come la Curva Sud, ecco perché il consensus building è il cuore delle funzioni del presidente».
Spieghiamo un caso concreto, l’Iraq . Come si sarebbe mossa l’Europa?
«Il ministro degli Esteri avrebbe avuto il compito di elaborare la strategia geopolitica europea, diciamo sul terrorismo. Quello che avrebbe potuto fare rispetto ai vicini, alla Russia e agli Stati Uniti. Ne sarebbe uscita una linea (che all'epoca non c'è stata) e il presidente del Consiglio avrebbe avuto l'autorevolezza, affiancato dal ministro degli Esteri, di girare l'Europa per ottenere il consenso. Ma c'è di più».
E cioè?
«Davanti a un Trattato che già oggi sollecita il Consiglio a riunirsi, in presenza di una questione internazionale di grande rilevanza, e a stabilire una strategia europea, il Presidente avrebbe perso la faccia se non avesse convocato subito un vertice sulla vicenda irachena. Non è accaduto, il Consiglio non è mai stato convocato».
Lei è tra i sostenitori, in prospettiva, di un presidente unico dell'Europa, alla testa di Consiglio e Commissione
«Tra 10 anni l'Europa dovrebbe essere guidata da una testa unica, che a quel punto sarà il presidente del governo europeo. Certo, se mi viene chiesto da dove questo governo debba saltar fuori, oggi non ci sarebbe risposta. Vedrei nella Costituzione una data per tutto ciò, per ora non c'è. L'Europa a due teste non può durare a lungo».
Sul presidente unico c'è la convergenza degli italiani nella Convenzione, sia di maggioranza sia di opposizione.
«E' curioso, perché gli italiani si dividono politicamente, si trattano da europeisti e antieuropeisti, poi in certi momenti emerge una sorta di naturale europeismo degli italiani. Tutti hanno sostenuto il ministro degli Esteri con doppio cappello e sono la squadra più compatta in questa visione futura di un presidente unico».
Altri motivi di insoddisfazione?
«Temo fortemente la questione delle decisioni nel Consiglio, a doppia maggioranza (per paesi e per popolazione, ndr) oppure la conservazione del metodo di Nizza (con la ponderazione dei voti, ndr). Vedo crescere lo slogan "Nice is nice", che rischia di portare il negoziato in direzioni imprevedibili e diventare la fonte di un veto tale da bloccare tutto».
Potrebbe esserci un'opzione, diventare uno dei temi sui quali la Convenzione presenta due alternative
«Condivido quello che dice Giscard: pronto a negoziare soluzioni finali purché mantengono il senso di un disegno. Meglio presentare due disegni piuttosto di una frittata che non ha alcun chiaro significato».
C'è chi individua un suo ruolo di mediazione tra Prodi e Giscard
«E' una banalità legata a una visione puramente meccanica di questa vicenda. Io ho sempre avuto una mia posizione, fondata sulla convinzione del ruolo forte della Commissione, ma anche della necessità di rafforzare il Consiglio. Mi colloco tra Giscard e Prodi per questo, non perché voglia fare il mediatore».