la Repubblica

Parla il vice presidente della Convenzione: "Io e Giscard molto determinati, le critiche di Prodi ci hanno stimolato"

Le quattro regole di Amato per la Costituzione della Ue

"Faremo il possibile per trovare il consenso, ma un buon testo potrebbe anche non avere il consenso di tutta la Convenzione"

Intervista a Giuliano Amato

di Andrea Bonanni
6 giugno 2003



BRUXELLES — «Noi faremo il possibile per trovare il consenso. Ma il possibile ha il limite della qualità. Alla fine un buon testo costituzionale potrebbe anche non avere il consenso di tutta la Convenzione. Se l´unico compromesso raggiungibile fosse di troppo basso livello, noi presenteremo comunque le nostre proposte, e chi ci sta ci sta».

La Convenzione sul futuro dell´Europa è arrivata alle battute finali in un clima frenetico. I governi nazionali si coalizzano per togliere dal documento del Presidium tutti i punti più qualificanti che ancora rimangono. Ma Giuliano Amato, vicepresidente dell´assemblea costituente, non ci sta. E in questa intervista a Repubblica fissa i quattro capisaldi su cui il Presidium non è disposto a fare marcia indietro: allargamento del voto a maggioranza, istituzione di un presidente permanente del Consiglio europeo, riduzione del numero dei commissari e creazione di un Consiglio legislativo che sarà una "Camera dei governi" destinata a legiferare insieme con il Parlamento europeo.

«Giscard - spiega - è molto determinato. Come lo siamo Jean Luc Dehaene e io: i due vicepresidenti della Convenzione. Ed è un peccato che Prodi abbia preso di petto Giscard creando un antagonismo che lascia nell´ombra i veri ostacoli all´innovazione, che vengono dai governi nazionali».

Secondo lei Prodi ha sbagliato a criticare la vostra bozza?
«Da una parte sono convinto che le sue critiche abbiano stimolato Giscard. La Commissione ha fatto bene a chiedere una estensione del voto a maggioranza qualificata e a difendere il proprio ruolo e le proprie prerogative. Dall´altra però era chiaro che tra le nostre proposte ce ne erano molte che i governi avrebbero contrastato, come sta avvenendo. Credo che ci debba essere una alleanza naturale tra la Commissione e il Presidium della Convenzione per arrivare ad un disegno equilibrato».

Ma anche Prodi si è limitato a difendere alcuni principi, come il voto a maggioranza in politica estera...
«E questa infatti è diventata una delle nostre priorità. Il Presidium ci sta lavorando, cercando un compromesso. Incontrando le varie componenti della Commissione, Giscard ha detto che può capire come, su certe questioni delicate, il brusco passaggio dalla regola dell´unanimità a quella della maggioranza possa essere troppo repentino. Allora troviamo una formula progressiva, prevedendo il passaggio entro una data prestabilita alla maggioranza super qualificata».

E i governi sono d´accordo?
«A sentire i rappresentanti nazionali, tutti vogliono aumentare le decisioni prese a maggioranza. Ma poi se si guarda nel dettaglio non è affatto così. Sulla fiscalità vogliono mantenere l´unanimità Gran Bretagna, Spagna, Svezia, Irlanda e Lussemburgo. Sulla politica estera sono contro il voto a maggioranza Gran Bretagna, Irlanda e Svezia. Sulla cultura, Francia e Belgio. Sulle politiche sociali Germania, Gran Bretagna, Spagna, Olanda e tutti gli scandinavi. Sul quadro finanziario dell´Unione, Gran Bretagna, Germania e Olanda. Se diamo retta a tutti, non combiniamo più nulla».

E per le modifiche costituzionali?
«Il punto minimo di accordo che posso accettare è che si decidano all´unanimità solo quando si tratta di trasferire nuove competenze all´Unione. In fondo questa Costituzione europea resta pur sempre basata sulla doppia legittimità dei cittadini e degli Stati. Ma per una revisione e riorganizzazione delle competenze che sono già state trasferite all´Unione non ha senso chiedere l´unanimità».

Quali sono gli altri principi intoccabili?
«Il presidente del Consiglio europeo. Qualcuno vorrebbe ridurlo al rango di un cameriere che serve in tavola. Io credo invece che debba avere almeno gli stessi poteri che sono ora riconosciuti alle presidenze rotanti: niente di più e niente di meno. Un presidente troppo debole aumenterebbe la conflittualità tra le istituzioni invece di diminuirla».

E sul numero dei commissari?
«La loro riduzione era prevista già dal Trattato di Nizza. E´ giusto che ci sia un commissario per stato membro nella prossima Commissione, perché così i nuovi entrati potranno avere un loro uomo nell´esecutivo come era stato promesso. Ma in seguito non è pensabile di mantenere un commissario per Paese, altrimenti anche la Commissione finisce per diventare un organo intergovernativo».

Infine c´è la questione del Consiglio legislativo...
«E´ un punto chiave, che ho introdotto io nella bozza del Presidium e che è condiviso dal parlamentari europei e nazionali nonché dalla Commissione. Per chi davvero pensa all´Europa futura, è un concetto irrinunciabile perché dà ai cittadini una chiara visibilità di chi fa che cosa. Oggi le leggi europee, approvate dai consigli di settore, sono spesso iperspecialistiche e incomprensibili: una giungla. Invece il consiglio legislativo, che approverà tutte le leggi insieme con il Parlamento europeo, costituirà la "camera degli stati" lavorando di concerto con la "camera dei cittadini" che è appunto il Parlamento».

Ma ieri i rappresentanti di sedici governi ne hanno chiesto l´abolizione.
«Lo so. E solo due si sono pronunciati chiaramente a favore: i rappresentanti dell´Italia e della Francia. L´Italia si sta comportando molto bene in questa fase dei lavori della Convenzione: è stato notato da tutti. Gianfranco Fini è uno dei più forti sostenitori sia del voto a maggioranza sia del Consiglio legislativo: due punti su cui molti governi tendono a remare contro».

Certo non era partito molto bene, con gli emendamenti anti-europei che aveva presentato.
«Sarà anche partito a quel modo. Ma sta arrivando bene. Apparteniamo a fronti politici diversi. Ma non vedo ragione per strumentalizzare quello che accade a Bruxelles a fini di politica interna. Tra l´altro mi risulta che, sulla storia del Consiglio legislativo, Fini abbia resistito a forti pressioni anche all´interno del governo. E´ successo un po´ in tutti i Paesi. All´inizio l´idea piaceva ai premier. Ma poi sono intervenute le resistenze corporative dei ministri di settore che temono di perdere potere. I ministri delle Finanze e dell´economia, per esempio, sono contrari. Così come in molti casi lo sono i ministri degli esteri. Ma Fini non si è fatto piegare».

Sarebbe un buon presidente della futura Conferenza intergovernativa sotto guida italiana. O preferirebbe Frattini?
«Non tocca a me dirlo. Di certo Gianfranco Fini è qualificato per farlo. Ma non ho ragioni per pensare che altri non lo siano».

Ricapitolando, su questi quattro punti il Presidium non intende cedere. Che vuol dire, in pratica? Li metterete ai voti?
«In Convenzione non si vota. Si procede per consenso».

Che significa?
«E´ un modo empirico per accertare che, su un determinato tema, il dissenso sia marginale. Ma, come dicevano i vecchi, i voti oltre che contarli bisogna pesarli. Se su 105 membri della Convenzione ci sono sedici deputati contrari a un punto che è invece condiviso dalle grandi componenti della Convenzione, possiamo dire che c´è consenso. Se ad essere contrari sono sedici rappresentanti di altrettanti governi, parlare di consenso mi sembra più problematico».

Ma voi andrete avanti lo stesso?
«Si. Questo è l´orientamento prevalente del Presidium. Non possiamo cercare il consenso di tutti a qualsiasi costo, se questo dovesse portarci ad un compromesso di bassa qualità. Molti punti importanti di cui abbiamo discusso, come la semplificazione dei testi, il valore legale della Carta dei diritti, l´attribuzione delle competenze, sono ormai acquisiti. Ma anche sugli altri quattro punti che riteniamo irrinunciabili, presidente del Consiglio europeo, riduzione dei membri della Commissione, Consiglio legislativo ed estensione del voto a maggioranza, andremo fino in fondo».





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