Molti Paesi in Europa si oppongono alle novità sugli assetti istituzionali comunitari. Lo ammette Giuliano Amato, vicepresidente della Convenzione, secondo il quale sarà «importante il ruolo che svolgerà il governo italiano durante il semestre di presidenza dell'Unione europea». Un ruolo nel segno della continuità, volto a «impedire che vengano scompaginate» le conclusioni dei lavori della Convenzione. Passando ai contenuti della bozza i problemi più rilevanti riguardano l'istituzione del Consiglio legislativo e il voto a maggioranza. Entro il 20 giugno, il vertice di Salonicco dovrà sancire il definitivo assetto della Costituzione dell'Europa del futuro.
La Convenzione è ai dolori finali, ma non sappiamo che figlio metterà al mondo. «Per ora è un ermafrodito», dice Giuliano Amato, e non è al riparo dagli attacchi della Gran Bretagna, della Spagna, dei Paesi piccoli. Il filo conduttore del ragionamento di Amato, vicepresidente della Convenzione, è il pessimismo della ragione.
Finora, come ha funzionato la Convenzione?
«In realtà, non c'è stata ancora la scintilla. E la scintilla vera scocca quando tutti sentono che il Trattato per la Costituzione europea è sopra di loro, e non di loro proprietà».
Che cosa soprattutto le dispiace?
«È grave la resistenza alla creazione del Consiglio legislativo, che ha in sé tutta la carica innovativa che serve all'Ue. Dovrebbe essere quella l'unica sede in cui agli Stati membri sia consentito legiferare, avendo come dirimpettaio il Parlamento europeo. Troppi Paesi preferiscono che prosegua il pasticcio attuale, in cui i ministri settoriali deliberano per proprio conto nei consigli settoriali».
Fu il barone de Montesquieu che ragionò sulle virtù della separazione dei poteri.
«E oggi, nel XXI secolo, chi si oppone alla creazione del Consiglio legislativo si giustifica dicendo: “ma come glielo spiego al ministro dell'agricoltura che gli tolgo il diritto di legiferare?”. E io gli rispondo: evidentemente vivi più col ministro dell'agricoltura che con i tuoi cittadini».
Comunque, nella bozza attuale della Costituzione, l'idea del Consiglio legislativo è considerata ancora con rispetto.
«Ma è pur sempre la bozza, poi i governi ci metteranno le mani. L'Italia non vuole che la Conferenza intergovernativa riapra i capitoli su cui la Convenzione esprime un testo consensuale. Saranno affrontate solo le parti su cui consegneremo, eventualmente, opzioni contrapposte. Ma a nessun Paese può essere formalmente impedito di rimettere in discussione quel che vuole».
La Gran Bretagna in particolare.
«Vedremo fin dove il governo inglese ha bisogno di dichiarare le sue posizioni. Anche di fronte alla Gran Bretagna, sarà molto utile l'impegno della presidenza italiana a dare continuità ai lavori della Convenzione, e impedire che siano scompaginati».
Molto timida, a oggi, è l'applicazione del voto a maggioranza, al posto dell'unanimità.
«È uno dei difetti non marginali che non cancellano le parti buone della bozza di Costituzione. Conto comunque su una certa “passerella” che consentirebbe di passare dall'obbligo dell'unanimità al voto a maggioranza su questioni indicate dal Consiglio europeo».
A parte un'eccezione un po' arzigogolata, l'Europa del futuro potrà fare politica estera soltanto all'unanimità, cioè molto raramente. È deludente.
«La ragion d'essere essenziale della Convenzione consisteva proprio nella possibilità di dare all'Unione gli strumenti della politica estera. Non è soltanto una “mania” italiana. E' la volontà di tutti gli europei, specialmente dopo la disastrosa figura nella vicenda irachena. I governi non hanno avuto la volontà politica per farlo, almeno fino ad oggi, non hanno avuto il coraggio di accettare il rischio di andare in minoranza, nel Consiglio dei ministri dell'Unione. La figura nuova del ministro degli Esteri europeo non può fare molto. Possiamo però sperare che attorno a lui si formi un think tank, una visione europea, una dottrina europea. Sarebbe un bel progresso. Perché a noi oltretutto manca ancora la capacità di pensare europeo».
Qualcuno non è contento neppure della futura composizione, più efficace, della Commissione esecutiva.
«È interesse della Commissione avere una struttura contenuta. Che senso avrebbero molti Commissari, uno per Paese, con portafogli vuoti di contenuto»?