Corriere della Sera


«Sinistra, lascia stare i referendum
e non contare sulle gaffe degli altri»

Amato: «La nostra è la cultura minoritaria delle élite, basta giocare a moscacieca» «Coraggiose aperture di Fini in Europa. Bene la cabina di regia, come Craxi nell’83»

di Dario Di Vico
7 luglio 2003



ROMA -- Davvero per l’Ulivo può essere un sollievo l’approvazione del lodo Maccanico? La fine delle speranze della Grande Condanna può addirittura diventare liberatoria? Il vicepresidente della Convenzione per l’Europa, Giuliano Amato, sostiene che nel Vecchio Continente sono in diversi a pensarla così. «Hanno ragione - spiega -. Non si può fare politica pensando in modo più o meno subliminale che c’è un’altra partita che si svolge altrove e che può regalarci la vittoria per 2 a 0. Così il centrosinistra finisce per distrarsi dalla costruzione di un’immagine di sé come alternativa di governo».

Cosa pensa del referendum contro il lodo Maccanico?
«Significherebbe ancora una volta scegliere una strada sbagliata. Organizzare dei referendum che vertono attorno al presidente del Consiglio non ci aiuta. Anzi c’è il rischio fondato di premiare l’avversario politico. E noi questo rischio continuiamo a correrlo perché non abbiamo ancora capito l’Italia di oggi».

Un’Italia meno berlusconiana di due anni fa visti i risultati delle amministrative.
«Non li sottovaluto, ma la domanda rimane: perché in Italia un presidente del Consiglio come questo ha potuto organizzare attorno a sé una tifoseria? Ci sono le capacità personali di Berlusconi, ma c’è anche un cambiamento di fondo che va colto. Nel rispondere a questa domanda noi dell’Ulivo ancora brancoliamo nel buio, ci manca una conoscenza di come sia cambiata la cultura collettiva degli italiani dell’ultimo trentennio».

Addirittura dell’ultimo trentennio?
«Mi viene in mente il Pasolini della scomparsa delle lucciole , del tramonto di quelle culture antiche tipiche del mondo agricolo e della prima industrializzazione, che avevano tenuto assieme larghi strati della società italiana, con forti valori morali anche se un po’ conservatori. Questo mondo è stato sovvertito da un sommovimento tellurico, che ha coinvolto anche noi».

La sinistra italiana si è sempre considerata capace di leggere l’evoluzione della società. Non è più così?
«La cultura della sinistra italiana si legava in realtà a quelle culture antiche e al loro tessuto connettivo. Venute meno quelle, è diventata cultura delle élite . E nel frattempo si è diffuso sempre più largamente un insieme di aspettative e atteggiamenti tipici della piccola borghesia d’antan , quando era uno strato di mezzo tra i ceti popolari e quelli altolocati. Sono aumentate le aspettative appropriative, di identificazione con una maggiore ricchezza, con maggiori possedimenti, vite sognate più che reali. E’ un po’ come se fosse tornata in superficie e si fosse dilatata la piccola borghesia del tardo ’800, quella impersonata nel Gattopardo da don Calogero Sedara, personaggio reso mirabilmente da Paolo Stoppa. Non c’è forse un rapporto fra questo e la tifoseria del Cavaliere?».

E’ un’Italia modellata dalla tivù commerciale?
«Di certo lui le ha dato tre reti, un modello e le ha detto che "se anche non diventerai mai come me, io comunque farò il possibile per te"».

E come fa la sinistra a ritrovare il bandolo della matassa?
«Reinventandosi, recuperando radici che questo cambiamento sociale le ha tolto. E’ vero che nelle società complesse il perimetro delle élite si è allargato, ma comunque una sinistra delle élite resterebbe robustamente minoritaria. Non possiamo continuare a giocare a moscacieca e ad organizzare referendum. L’opposizione deve accettare la sfida, deve saper parlare a questa Italia che la sente tanto lontana da sé. La ricerca di tutte le unità possibili dentro la società politica per diventare maggioranza avvicinerà l’Ulivo a posizioni che hanno una visione ideologica della realtà contemporanea e la allontanerà giocoforza dai problemi da risolvere. Invece capendo di più, si può fare di più. Questa società che propende alla tifoseria ha dentro di sé profonde ragioni di malessere e insicurezza. Se la si fa riflettere e non la si eccita, comincerà a rendersene conto».

La crisi della coalizione di centrodestra non sta solo nella difficile verifica di questi giorni?
«Nel 2001, il messaggio "felicità uguale pagare meno tasse" è stato vincente. In fondo, è stata l’unica vera sostanza programmatica del sogno berlusconiano. A distanza di qualche tempo, però, chiunque è in grado di riflettere sulla validità di quel messaggio. In tanti cominciano ad accorgersi che meno tasse pagate allo Stato poi sono più tasse pagate ai Comuni. Che se aumenta il biglietto dell’autobus, se si perde l’asilo o si allungano le liste d’attesa del servizio sanitario nazionale qualcosa di grave sta avvenendo. Cinquecento euro in più dall’Irpef van bene, ma che ci faccio se per vivere spendo molto di più?».

A chi ha creduto alla riduzione delle tasse cosa può promettere l’Ulivo?
«Può dare più che un programma, una prospettiva non di sogno che li sappia coinvolgere, che li immetta nel circuito dei problemi veri che abbiamo davanti e li sproni a mettersi in cammino per risolverli. Il futuro è quello che sapremo costruire».

L’apertura del semestre europeo con la gaffe di Berlusconi aiuta chi sostiene i referendum. Sono in corso raccolte di firme per scusarsi con i tedeschi.
«So benissimo cosa è successo, ma evitiamo, appunto, di fare del semestre un altro referendum. Il 4 luglio Bush chiama il mondo a stringersi attorno agli Stati Uniti, ad affidarsi a loro perché la libertà trionfi. Non è meglio occuparsi di questo? Non è meglio offrire la nostra strategia su ciò che l’Europa debba fare perché la missione della libertà, e quindi della stessa sicurezza, si compia davvero? Non facciamoci abbagliare dalle gaffe e misuriamoci sui grandi temi dell’agenda».

Proviamo ad aprirla questa agenda.
«Partiamo dal caldo. A guardare i nostri tg vediamo turisti che immergono i piedi nelle fontane oppure statistiche sui consumi di acqua minerale. Poi arriva il black-out e ci viene detto di imparare a fare a meno dell’ascensore. Ma gli italiani lo capiscono che c’è qualcosa di più, che la temperatura del pianeta sta aumentando davvero. Ci vuole o no una politica dei trasporti che riduca il consumo di combustibili fossili? Chi è che fa qualcosa in Italia perché diventino di uso comune, come ormai è possibile, i motori misti? Che cosa altro potremo fare, tutti, per avere estati meno calde ed aria più respirabile?».

Il governo ha approvato il decreto sblocca-centrali...
«E’ solo una risposta quantitativa. Serve ad evitare i black- out, ma prepara un domani uguale all’oggi. Negli Usa si stanno ponendo invece i problemi che prima elencavo e non mi risulta che alla Casa Bianca ci sia un’amministrazione di sinistra».

Lei vuole «una sinistra del mercato e non delle sentenze». Ma in mezzo c’è il conflitto di interessi.
«Se si esce dalla logica della vittoria giudiziaria, rimane il nodo dell’intreccio tra potere economico, politico e mediatico. Tema comune ad altre democrazie contemporanee. Quest’intreccio la politica lo deve affrontare e sciogliere ed è incoraggiante che a dirlo siano anche uomini come Domenico Fisichella. Ma guai a pensare a un’autorità superiore che con le sue regole e i suoi comandi risolve tutto. Bisogna fidarsi di più del mercato».

Sul mercato Mediaset fa incetta di frequenze e pubblicità...
«So bene che il mercato non è fatto da figlie di Maria, e so che in particolare quello tv tende all’oligopolio. Ma non siamo all’anno zero della cultura antitrust e sappiamo come si può far fronte a un mercato oligopolistico; mentre un duopolio che diventa monopolio è senza rimedio».

Nei giorni scorsi lei ha speso giudizi lusinghieri nei confronti di Gianfranco Fini. Cosa è successo, lo ha conosciuto meglio?
«E’ vero che lavorando alla Convenzione abbiamo avuto ripetute occasioni per conoscerci meglio. Ho ascoltato Fini sostenere coraggiosamente l’apertura della politica estera comune alla maggioranza qualificata. E quando ho proposto la necessità di un consiglio per gli affari legislativi ho avuto il sostegno di tre governi su 28. La Francia, la Germania e l’Italia».

Ora Fini avrà un ruolo più centrale nel governo dovendo coordinare la cabina di regia...
«Penso che un consiglio di gabinetto ristretto sia una scelta giusta. La riforma che il centrosinistra ha fatto riducendo i ministeri richiede una forte guida collegiale. Altrimenti c’è il rischio che i nuovi super-ministeri siano altrettanti feudi indipendenti. A suo tempo, nell’83, Craxi meritoriamente istituì il Consiglio di gabinetto e io lo difesi proprio perché collegializzava le politiche degli Esteri e del Tesoro».

A proposito di super-ministeri cosa pensa del conflitto in atto tra Giulio Tremonti e il governatore Antonio Fazio?
«Nell’ultima mia esperienza da presidente del Consiglio sono stato duramente criticato da via Nazionale, ma la Banca d’Italia è un’autorità indipendente ed è bene che continui ad esserlo. Meglio subire critiche ingenerose che tappare la bocca al governatore. Non so poi se la tensione di oggi produrrà dei ritocchi istituzionali. Leggo che il Tesoro potrebbe togliere la vigilanza alla Banca d’Italia. Sono contrario. La gestione delle banche non deve essere influenzata dalla congiuntura politica, altrimenti il credito diventa una fisarmonica che mette a rischio la stabilità. E la stabilità è una cosa seria».



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