Il Foglio

A colloquio con Giuliano Amato

"Il premier che se ne va dice che farà qualcosa per rimettere in piedi la sinistra (e spiega che cosa)"

«Si è perso nella società, contro l'alleanza populista». «Seguire la modernizzazione». «Niente psicoanalisi, ci vuole un nuovo partito della sinistra».

16 maggio 2001

“Non sono affatto nella riserva della Repubblica”, ci dice sorridente Giuliano Amato, prima di aggiungere: “…se questo significa non esporsi personalmente”. E poi si parla di politica. Interviste formali non ne concede, almeno per ora, nella prima fase della transizione dei poteri. Ma da un'oretta di conversazione distesa, di quel che pensa si può dar conto senza tradire la riservatezza del ruolo. L'umore del presidente del Consiglio uscente è buono, a Grosseto per il Senato ha vinto bene, e soprattutto si è divertito: “Ho fatto un po' il Benigni di me stesso”. La sua gente in Maremma si è divertita anche lei alle battute snob e demotiche del prof che fa politica da tanti anni: “Spegnete la tv, sennò poi quando farete clic col telecomando resterà accesa, e lo resterà anche quando staccherete la spina o tirerete una sedia contro il video”. Toni ironicamente orwelliani per una propaganda parodistica nella società dei butteri. Ma ora è fatta, e della vittoria di Berlusconi Amato parla con dignitosa consapevolezza, senza falsa umiltà e senza accanimenti orgogliosi.

Il Cav. ha costruito -- secondo uno dei pochi leader italiani che ancora sa ragionare sulla società -- un'alleanza sociale solida di ceti medi e ceti a basso reddito. Berlusconi ha dunque recepito la spinta individualista delle maggioranze coinvolte nella modernizzazione, e ha promesso di liberare le loro energie in una prospettiva di sviluppo, dinamismo, prosperità, accettando e stimolando la forte insofferenza per i vincoli che distingue questi ceti radicalizzati. “Alleanza populista” è la definizione che di questo fenomeno dà lo studioso Amato. Per il politico Amato questa alleanza è “la strada sbagliata”, a partire dal “rischio di sollecitare aspettative difficili da soddisfare”. “I ceti devono essere legati, nella loro libertà, alle responsabilità collettive, e quelli a basso reddito non possono essere accuditi dal volontarismo e dalle promesse, devono bensì essere tutelati dai diritti e da un sistema di protezione moderno, un welfare da riformare ma da salvaguardare”.

Come tutti i socialisti europei, anche Amato è un po' pedagogo, sebbene temperi con la sua rispettabile cultura anglosassone le tendenze al “paternalismo culturale e cobertiano” tipiche, ad esempio, della sinistra francese e francofona. Gli citiamo Folon, il disegnatore belga. Ha fatto campagna per Rutelli dicendo sul Monde che “la politica deve elevare il popolo”, insomma soccorrerlo sul piano dei valori perché da solo, poveretto, non ce la fa. E lui dice che capisce, che in effetti una certa ideologia statocentrica parla francese, ma ha appena letto Robert Putnam, “un malloppone interessante dal titolo “Bowling Alone” ('Giocare a bowling da soli'), un libro sulla fine dell'associazionismo comunitario in America, sul declino della community life: “gli anglosassoni sanno distinguere tra stato e comunità, e concludono che una democrazia non sopravvive senza la “felicità jeffersoniana”, quella descritta da Hannah Arendt quando diceva che il suo benessere stava nella risposta che otteneva all'assemblea del villaggio”.

I Peanuts nella community life
“Poi -- aggiunge Amato -- ci sono le trasformazioni, le immigrazioni, i nuovi ceti che sognano la vita di famiglia e i suoi valori esclusivi, fino agli eroi di Schulz, ai Peanuts che cercano la felicità in un cucciolo caldo o in una coperta di lana. Infine ci sono i Reagan e i Bush e i Berlusconi, ma per il socialista Amato le forze di centro sinistra devono trovare le mediazioni sociali giuste della modernizzazione, devono mantenere il tessuto connettivo della società molteplice, plurale. Per esempio, secondo il presidente del Consiglio, “il contratto individuale o libero preconizzato dal centro destra non è utilizzabile se non per quei professionisti molto forti, quelli -- e ce ne sono -- che sono in un certo senso in grado di licenziare il loro datore di lavoro, perché stanno nel mercato”. Per il resto, superare certe resistenze sindacali, o inerzie, non vuol dire che si possa mai pensare di “smantellare un certo grado di coesione sociale, organizzata e socialmente rappresentata”.

Non contano percentuali e apparentamenti
“E' qui che abbiamo fallito, qui che non abbiamo evidentemente fatto la nostra parte. Altrimenti l'alleanza populista non si sarebbe formata. Non è questione di percentuali elettorali o di sole tecniche di apparentamento elettorale: si vince e si perde prima di tutto nella società”. A questo punto il cronista del Foglio la butta in politica politicante, e sollecita il leader socialista a riflettere sul “teorema di Epinay”. Epinay è la località in cui dopo la disfatta della gauche, trent'anni fa, Fran&231;ois Mitterrand, che non era nemmeno strictu sensu un socialista, rifondò radicalmente la sinistra francese imponendole uno schema politico ferreo: il nuovo partito socialista della rosa nel pugno a vocazione maggioritaria e presidenziale, e il suo libero sistema di alleanze (allora le alleanze volevano dire: i comunisti, cioè l'unità della sinistra). Che faranno Amato e Massimo D'Alema, e magari altri più giovani (Enrico Letta?) che vogliono uscire dalla paralisi ulivista, dalla "foto di gruppo con Signora" cui si erano ridotti (l'espressione un po' irriverente è dello stesso Amato) i vertici di un centro sinistra senza più identità comune, senza un punto d'appoggio per pensare e fare la politica? Parte una qualche locomotiva osi ricomincia, nella continuità, dall'opposizione ulivista guidata da Francesco Rutelli?

Su questo Amato è insieme apertissimo e riservato. Non dice nulla su quel che possiamo immaginare sia già in cottura: incontri riservati programmati a breve, lavorio delle Fondazioni, pre-selezione delle squadre in una nomenclatura ricca di personalità, fissazione di un calendario di battaglia e poi la produzione di qualche atto politico significativo... del tipo: ecco quel che vogliamo essere come nuovo partito socialista, New Labour, in un centro sinistra, un una neue Mitte, di tipo europeo. Una formazione di sinistra e socialista, per capirci e semplificare banalizzando, a metà tra Blair e Schroeder. "I socialisti capaci di tenere il passo della modernizzazione sono oggi essenzialmente loro, gli inglesi e i tedeschi". Amato dice che "in genere dopo le sconfitte la sinistra va in analisi, e alla fine si fanno danni maggiori delle sconfitte stesse", mentre "stavolta bisogna affrettare i tempi di una riflessione seria e fredda, e mettere in moto il locomotore perché non ci sia il dannosissimo crash tra i vagoni". Da riformisti, sostiene il presidente, abbiamo tutti imparato che "l'esistente si modifica a partire dall'esistente". E Amato sente forte il richiamo delle radici, tra le quali cita meticolosamente "quella del riformismo popolare ormai saldamente svincolato dai vecchi condizionamenti centristi e democristiani, quella del socialismo europeo e quella fragile in Italia ma robustissima su un piano più generale, del pensiero laico-democratico e ambientalista”.

Che forma politica, dopo l'esaurimento dell'Ulivo, può assumere la nuova sinistra nei prossimi anni, all'indomani della grande crisi post-elettorale? Amato non ama le questioni solo politologiche, la discussione sulla"forma-partito", e dice che "non c'è né la tabula rasa né l'anno Zero da cui ripartire". Però pensa che esistano grandi risorse umane e intelligenze, nel centro sinistra ("a partire dai Ds, che non sono più il vecchio apparato comunista, dalla novità della Margherita e dagli altri partner dell'alleanza"): e pensa che, al di là delle sigle e delle decisioni di ciascuno, queste risorse debbano essere riorganizzate con uno sforzo serio di volontarismo politico in un partito vero, di sinistra, a vocazione maggioritaria, capace di essere pluralista al suo interno ma certo della sua rotta e del "comando", capace all'esterno di contrarre alleanze libere, convergenze elettorali e quant'altro. "Senza quella formazione politica rinnovata, sul troncone dell'esperienza, non si va da nessuna parte". Ed è qui, ironicamente, che dice di non considerarsi per niente "en réserve de la République". E' finito, forse, l'Amato di "Eta Beta", il politico che privilegia la testa e ha paura del corpo.

Un po' di sana fretta
A sentirlo parlare sembrerebbe anzi che si affrettino i tempi di discussione del Teo- rema di Epinay, e che in qualche posto tra Grosseto e Gallipoli (i collegi di Amato e D'Alema) si darà luogo a qualcosa di nuovo o a un modo del tutto nuovo di far funzionare quel che c'è, una Epinay italiana. "Ci vuole un vettore che consenta al centro sinistra di seguire e accompagnare la modernizzazione, i cui valori non sono affatto di destra e che la destra difficilmente saprà promuovere e controllare. L'Io, il senso della responsabilità soggettiva, le competenze, il rischio e la concorrenza, tutto questo va oltre la vecchia e gloriosa cultura organicista del Nuovo Principe di Antonio Gramsci. Ma di questo il paese ha estremo bisogno, è in questo che può fondarsi la sostanza di un'opposizione solida, pensante, abile". (Amabilmente provocato sull'aggettivo rutelliano: "intransigente", Amato rigetta la provocazione, ndd.). "Una società -- continua il capo del governo -- che promette benessere, e lo realizza per un solo blocco sociale, ma genera esclusione, alla fine diventa ingovernabile. E l'alternativa, dal punto di vista del socialismo riformista, deve ripartire di qui, da questa analisi". E la volontà, domandiamo al professore cui spesso si imputa un divario tra il pensiero di governo e l'azione nella politica? "Quella c'è", risponde.




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