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A colloquio con Giuliano Amato
«Si è perso nella società, contro l'alleanza populista». «Seguire la modernizzazione». «Niente psicoanalisi, ci vuole un nuovo partito della sinistra».
16 maggio 2001
Il Cav. ha costruito -- secondo uno dei pochi leader italiani che ancora sa ragionare sulla società -- un'alleanza sociale solida di ceti medi e ceti a basso reddito. Berlusconi ha dunque recepito la spinta individualista delle maggioranze coinvolte nella modernizzazione, e ha promesso di liberare le loro energie in una prospettiva di sviluppo, dinamismo, prosperità, accettando e stimolando la forte insofferenza per i vincoli che distingue questi ceti radicalizzati. “Alleanza populista” è la definizione che di questo fenomeno dà lo studioso Amato. Per il politico Amato questa alleanza è “la strada sbagliata”, a partire dal “rischio di sollecitare aspettative difficili da soddisfare”. “I ceti devono essere legati, nella loro libertà, alle responsabilità collettive, e quelli a basso reddito non possono essere accuditi dal volontarismo e dalle promesse, devono bensì essere tutelati dai diritti e da un sistema di protezione moderno, un welfare da riformare ma da salvaguardare”.
Come tutti i socialisti europei, anche Amato è un po' pedagogo, sebbene temperi con la sua rispettabile cultura anglosassone le tendenze al “paternalismo culturale e cobertiano” tipiche, ad esempio, della sinistra francese e francofona. Gli citiamo Folon, il disegnatore belga. Ha fatto campagna per Rutelli dicendo sul Monde che “la politica deve elevare il popolo”, insomma soccorrerlo sul piano dei valori perché da solo, poveretto, non ce la fa. E lui dice che capisce, che in effetti una certa ideologia statocentrica parla francese, ma ha appena letto Robert Putnam, “un malloppone interessante dal titolo “Bowling Alone” ('Giocare a bowling da soli'), un libro sulla fine dell'associazionismo comunitario in America, sul declino della community life: “gli anglosassoni sanno distinguere tra stato e comunità, e concludono che una democrazia non sopravvive senza la “felicità jeffersoniana”, quella descritta da Hannah Arendt quando diceva che il suo benessere stava nella risposta che otteneva all'assemblea del villaggio”.
I Peanuts nella community life
Non contano percentuali e apparentamenti
Su questo Amato è insieme apertissimo e riservato. Non dice nulla su quel che possiamo immaginare sia già in cottura: incontri riservati programmati a breve, lavorio delle Fondazioni, pre-selezione delle squadre in una nomenclatura ricca di personalità, fissazione di un calendario di battaglia e poi la produzione di qualche atto politico significativo... del tipo: ecco quel che vogliamo essere come nuovo partito socialista, New Labour, in un centro sinistra, un una neue Mitte, di tipo europeo. Una formazione di sinistra e socialista, per capirci e semplificare banalizzando, a metà tra Blair e Schroeder. "I socialisti capaci di tenere il passo della modernizzazione sono oggi essenzialmente loro, gli inglesi e i tedeschi". Amato dice che "in genere dopo le sconfitte la sinistra va in analisi, e alla fine si fanno danni maggiori delle sconfitte stesse", mentre "stavolta bisogna affrettare i tempi di una riflessione seria e fredda, e mettere in moto il locomotore perché non ci sia il dannosissimo crash tra i vagoni". Da riformisti, sostiene il presidente, abbiamo tutti imparato che "l'esistente si modifica a partire dall'esistente". E Amato sente forte il richiamo delle radici, tra le quali cita meticolosamente "quella del riformismo popolare ormai saldamente svincolato dai vecchi condizionamenti centristi e democristiani, quella del socialismo europeo e quella fragile in Italia ma robustissima su un piano più generale, del pensiero laico-democratico e ambientalista”.
Che forma politica, dopo l'esaurimento dell'Ulivo, può assumere la nuova sinistra nei prossimi anni, all'indomani della grande crisi post-elettorale? Amato non ama le
questioni solo politologiche, la discussione sulla"forma-partito", e dice che "non c'è né la tabula rasa né l'anno Zero da cui ripartire". Però pensa che esistano grandi risorse umane e intelligenze, nel centro sinistra ("a partire dai Ds, che non sono più il vecchio apparato comunista, dalla novità della Margherita e dagli altri partner dell'alleanza"): e pensa che, al di là delle sigle e delle decisioni di ciascuno, queste risorse debbano essere riorganizzate con uno sforzo serio di volontarismo politico in un partito vero, di sinistra, a vocazione maggioritaria, capace di essere pluralista al suo interno ma certo della sua rotta e del "comando", capace all'esterno di contrarre alleanze libere, convergenze elettorali e quant'altro. "Senza quella formazione politica rinnovata, sul troncone dell'esperienza, non si va da nessuna parte". Ed è qui, ironicamente, che dice di non considerarsi per niente "en réserve de la République". E' finito, forse, l'Amato di "Eta Beta", il politico che privilegia la testa e ha paura del corpo.
Un po' di sana fretta
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