la Repubblica

Il vicepresidente della Convenzione: è un Trattato, ma è un bel progresso

Amato: "Finalmente in un testo diritti e valori dei cittadini europei"

l´Italia : deve contribuire a rimettere insieme i cocci lasciati dalla vicenda irachena
gli Stati Uniti : L´Europa divisa fa comodo, ma gli Usa non sono responsabili delle divisioni

Intervista a Giuliano Amato

11 luglio 2003


Pubblichiamo stralci dell´intervista a Giuliano Amato uscita sull´ultimo numero della rivista "Aspenia"

Presidente, è difficile pensare a una Costituzione senza Stato e senza nazione. E certamente l´Unione europea non è un superstato. Che cosa significa una Costituzione europea, allora?
«Significa che i cittadini europei hanno finalmente un testo chiaro che ne afferma valori e diritti in quanto europei. E significa che vengono messi in grado di capire come funziona il governo dell´Unione, un governo per definizione complesso perché "pluri-livello": il nuovo testo, infatti, definisce senza ambiguità competenze e responsabilità rispettive dei vari organismi europei (Consiglio, Commissione, Parlamento). E dà un ruolo ai Parlamenti nazionali. E´ un bel progresso. Non abbiamo ancora, d´altra parte, una vera e propria Costituzione: quello che abbiamo prodotto è in realtà un Trattato costituzionale».

Che tipo di modello europeo è alla base del Trattato costituzionale?
«E´ un modello basato su un esecutivo che ha due teste, il Consiglio e la Commissione, entrambi con un presidente. Per i comunitari si tratta di una vittoria postuma degli intergovernativi. Ma non è così perché il rafforzamento dei Consigli, e quindi della parte intergovernativa, dipende dall´allargamento dell´integrazione europea a sfere nuove, diverse dal terreno specifico originario della Comunità. Ed era impensabile che il metodo comunitario potesse estendersi - automaticamente o immediatamente - a questo nuovo terreno. Tutti sanno che non poteva accadere. Il punto da capire, e che non viene capito abbastanza, è che la cooperazione intergovernativa è anch´essa una forma di integrazione europea; e, almeno a medio termine, è l´unica forma ad apparire possibile in alcuni settori sensibili, che vanno dalla sicurezza e difesa alle politiche sociali. Ma è comunque "più" Europa; ed è più Europa in campi nuovi».

Cerchiamo di capire cosa significano i risultati della Convenzione per i rapporti fra Europa e Usa. Washington ha interesse a un divide et impera nei confronti del vecchio continente?
«Non mi pare che gli Stati Uniti siano attivamente impegnati in un divide et impera. L´Europa divisa non dispiace probabilmente all´attuale amministrazione, che è così in grado di scegliere gli alleati preferenziali; ma gli americani non sono i responsabili di queste divisioni. È molto comodo per gli europei pensare che sia così, che la colpa stia altrove, che le loro divisioni siano dovute alla perfida volontà dell´imperatore. Ma non è così. Se gli europei decidono di essere uniti, gli Usa saranno anche una superpotenza ma non hanno alcun potere di impedirlo. I risultati della Convenzione, d´altra parte, aiutano proprio a costruire quello di cui gli Usa hanno sempre lamentato l´assenza: un interlocutore più unitario. Oggi che cerchiamo di averlo, sarebbe assurdo se Washington decidesse di volerne fare a meno».

Pensa che la Presidenza italiana riuscirà a contribuire a quello sforzo di ricucitura che è già stato avviato, da Evian in poi?
«L´Italia si trova ad avere due responsabilità molto rilevanti nel semestre che si è appena aperto. La prima, naturalmente, è quella di far quadrare i conti della Conferenza intergovernativa. Nonostante la conclusione della Convenzione, alcune opzioni appariranno comunque come materia di discussione per la Conferenza. La Presidenza italiana ha già dichiarato la propria impostazione: su tutto ciò che è stato concluso dalla Convenzione, il consenso dovrebbe essere dato per acquisito, senza riaprire ulteriori discussioni. Ma non è detto che questa impostazione, che è sicuramente la più efficiente ai fini di un risultato, sia accettata da tutti. La seconda è di contribuire a rimettere insieme i cocci lasciati dalla vicenda irachena. Non c´è nulla che si possa seriamente fare, nell´Europa di oggi, se restasse aperta una divaricazione sostanziale fra Francia e Germania da una parte e Spagna, Italia, Gran Bretagna dall´altra. Una divaricazione del genere, se non verrà ricucita, prefigura in effetti due Europe. E questo sarebbe, guardando al futuro dell´Unione, uno scenario insostenibile».





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