Corriere della Sera


«Il centrodestra ha deluso la Chiesa
L' Ulivo dei valori può riconquistarla»

Amato: la maggioranza non andrà lontano, la sola ubbidienza alle gerarchie non basta. La sinistra è sulla strada giusta ma la Margherita smetta di trascurare l' anima popolare

di Massimo Franco
27 settembre 2003



ROMA --Parla di Giovanni Paolo II chiamandolo «Sua Santità». Sostiene di essere stato «quello, fra i duecentoventi membri della Convenzione per la Costituzione europea, ad avere fatto di più per inserire il riferimento all' ispirazione cristiana nella Costituzione: più ancora di Gianfranco Fini, certo, ma solo per il mio ruolo, e perché il mio appoggio era più inaspettato. E con piena coscienza delle gerarchie».

Vede una Cei che sta prendendo le distanze dal governo di Silvio Berlusconi, e se ne rallegra. Svela di avere perfino tentato la creazione di un partito insieme con Mino Martinazzoli, quando Dc e Psi si squagliarono. Ma ammette che a sinistra, le sue posizioni sulla bioetica e sulla famiglia sono ancora minoritarie.

Giuliano Amato, 65 anni, socialista, ex presidente del Consiglio e attuale numero due della Convenzione europea, non smentisce la fama di «laico atipico». Ha appena finito di presentare un libro del vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, dedicato alla pace. E in questa intervista spiega le difficoltà della sinistra a parlare all' universo cattolico.

Ha visto, professor Amato? Il cardinale Camillo Ruini ha bacchettato il governo, ma all' opposizione non ha dedicato un cenno. E' la conferma di una difficoltà a dialogare?
«Considero positivo il silenzio su di noi. Quella di Ruini è stata la prima presa di distanza esplicita fatta dal presidente della Conferenza episcopale italiana rispetto al governo Berlusconi».

Lei è tra quanti ritengono che la Chiesa non ami la sinistra e sia stata attratta dal berlusconismo?
«Credo che la tentazione nelle gerarchie ci sia stata, almeno per un certo periodo. E la cosa mi ha sorpreso un po' : non avevo capito certi nessi. Ma ho l' impressione che adesso sia cominciato un significativo smarcamento».

Che cosa ha pesato, storicamente, sui rapporti fra sinistra e vertici ecclesiastici?
«Nella tradizione passata esisteva una sorta di divisione del lavoro: la sinistra marxista graduava il rapporto come dialogo fra poteri, più che fra idee e valori. E la successiva generazione di cattolici di sinistra aveva la responsabilità istituzionale di parlare con la Chiesa e farle accettare la sinistra: erano delle specie di chiavi di legittimazione».

L' impressione, però, è che non abbiano aperto molte porte.
«Infatti. I cattolici dentro la sinistra non hanno mai rappresentato presenze significative. Quando vennero da noi nel Psi Livio Labor, Gennaro Acquaviva e Luigio Covatta, carissimi amici, vennero loro e poco più. Idem nel Pci con la sinistra cristiana. D' altronde, nel Psi prevaleva un laicismo che privilegiava i diritti dell' individuo e li riteneva incompatibili con l' unità familiare. Rimanevano radici risorgimentali anticlericali. In noi era rimasto qualcosa de: "il Vaticano brucerem con dentro il Papa". I comunisti erano più attenti. Togliattianamente, avrebbero detto: e dopo che l' avete bruciato, che cosa fate?».

Non crede che, finita la Dc, la sinistra abbia pensato che la questione cattolica fosse risolta, mentre si apriva proprio in quel momento?
«Sì, questa è una osservazione giusta. Nei due atteggiamenti del Pci e del Psi, che io qui ho descritto davvero come stereotipi, c' era un passato che aveva davanti il partito cattolico incarnato dalla Dc. Poi s' è aperto un nuovo capitolo. Finiva la forza che era il centro magnetico del sistema politico, e cominciava la questione cattolica. E il problema è stato: dove si esprimono adesso certi valori, nel centrodestra o nel centrosinistra?».

La sinistra se l' è posto, il problema? E si è data una risposta?
«Sono un po' disarmato, davanti a una domanda del genere. Personalmente, il mio rapporto con la religione è stato costante. Per me, in fondo, non è cambiato nulla».

Ma se l' è posto, politicamente?
«Politicamente, io me lo posi. Pensi che proposi a Mino Martinazzoli, il segretario del trapasso dalla Dc al Ppi, una grande persona, di fare un partito insieme». Un partito insieme di che tipo? «Allora ero presidente del Consiglio. Ci vedemmo nella sede dell' Arel, il centro studi di Beniamino Andreatta. Gli dissi: Mino, perché non facciamo qualcosa insieme? Ci capiamo, i nostri partiti, Psi e Dc, si stanno liquefacendo, non siamo stati comunisti e certo ora non vogliamo entrare con loro».

E lui?
«Rispose con le sue bellissime volute geometriche. Ammise che su temi come la bioetica ci capivamo meglio che con altri, formalmente cattolici. Ma intuii, perché non lo disse, che la Chiesa sentiva il bisogno di poter contare su qualcosa di esclusivamente cattolico. Era questo, secondo me, il suo problema. Ed anche il mio: non ero in grado di assicurargli che dall' altra parte si sarebbe trovata una soluzione. Sulla bioetica e sulla religione, sono stato sempre ritenuto un po' anomalo dalla sinistra».

Quella che lei definisce anomalia non è già una risposta? La conferma di una incomprensione?
«Questo è vero, ma ultimamente non posso non rilevare due cose a favore della sinistra. La prima, è che sull' interruzione della gravidanza oggi sono meno apostata in patria di "allora". Se dicessi che sono in maggioranza nel centrosinistra, mentirei; ma sono accettato. In quell' "allora" parlare bene della famiglia significava essere contro le donne. La seconda cosa è, appunto, che oggi la famiglia accomuna centrodestra e centrosinistra. Anche se la sinistra presta più attenzione alle unioni di fatto e alle libertà di ciascuno».

Lei pensa che la difficoltà di comunicare sia un' esagerazione, pare di capire.
«Sarò partigiano, ma la sinistra italiana e la famiglia socialista europea hanno mostrato massima attenzione alla solidarietà contro l' individualismo e l' egoismo sfrenato. Non solo. Sull' intervento armato in Iraq chi è stato più vicino al Papa? Lascio la domanda aperta».

Sta dicendo che siete voi i veri alleati della Chiesa, e non il centrodestra?
«Nel centrodestra ci sono migliaia di persone perbene, ma la propensione all' individualismo è fortissima. L' idea è quella del "chi fa per sè fa per tre". La ricetta politica che si offre è: cerchiamo di tagliare le tasse, e voi vi arricchite. Non ci riescono, ma la ricetta è agli antipodi rispetto ai valori cristiani».

Veramente, esistono settori del governo appiattiti totalmente sulle richieste delle gerarchie.
«Le vedo bene, queste voci dell' ortodossia. Ma qualcuno, con una punta di cattiveria che io no ho, potrebbe dire che ci si lava la coscienza obbedendo alle gerarchie. Il loro ragionamento è: volete una legge con certi contenuti? Ve la faccio come la volete. Ma è un atteggiamento un po' filisteo. E' un rapporto di ubbidienza, non di condivisione di valori. Può pure interessare alle gerarchie, ma non dà frutti migliori».

Ma l' incapacità di parlare all' Italia moderata che si definisce centrista, non riflette in qualche modo la difficoltà a entrare in sintonia con l' Italia moderatamente cattolica?
«E' un problema diverso. Credo che l' incontro con l' elettorato moderato fosse affidato agli eredi del Partito popolare. Il problema è lì. La Margherita non ha poggiato abbastanza su quella tradizione, l' ha portata ad una fisionomia più segnata da un' idea generica di partito democratico. Siamo sinceri: nel centrosinistra l' anima popolare è stata meno percepita di quanto si pensasse».

Se fate il partito riformista non si percepirà proprio, non crede?
«Veramente sono convinto del contrario. L' opinione che ho espresso ai popolari è che il loro profilo potrà diventare visibile in un ampio partito riformista, più di quanto non sia avvenuto finora nella Margherita».





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