ROMA - Presidente Amato, dopo liti infinite il centrosinistra è a un bivio cruciale. Ds, Margherita e Sdi virano verso la lista unitaria, con le assemblee di oggi. Gli altri vanno per conto loro. E' una svolta positiva, o la diaspora tra quattro sinistre inconciliabili?
"Ripongo grandi speranze in queste tre assemblee, alle quali purtroppo non potrò partecipare per i miei impegni a Bruxelles. L'iniziativa di Prodi è un ottimo viatico. Romano ha proposto, a sostegno di una lista per le elezioni europee, una piattaforma europea. È lo starter migliore per un processo che può e deve trasformare la politica interna. Dà una scossa all'articolata famiglia del centrosinistra, cui viene detto: "alza gli occhi sull'Europa e ti accorgerai che hai bisogno di identità politiche più forti, perché per fare l'Europa cui aspiri c'è bisogno di pesare comunque nell'Europa che c'è già". Mi ritrovo molto in questo impianto. Le troppe identità partitiche che continuano ad agitarsi hanno due difetti: il primo è di riflettere spesso i problemi del passato e non quelli del futuro. Il secondo è proprio quello di avere una dimensione che consente loro di parlare dei problemi, ma non di incidere".
Secondo lei la lista unitaria corregge questi due difetti?
"Il processo di aggregazione è assolutamente necessario proprio guardando all'Europa. Ed è fisiologico che un processo di aggregazione avvenga con tempi che sono non necessariamente istantanei, con sequenze che prima coinvolgono gli uni e poi gli altri".
Nanni Moretti boccia proprio questa idea del "triciclo": la lista unitaria si fa solo se coinvolge tutti, se no niente.
"Capisco l'obiezione, ma non la condivido. È giusto partire da questo "nucleo duro" di forze, che hanno proprio rispetto all'Europa le identità di vedute ormai più spiccate. In futuro l'aggregazione si potrà allargare. Ma non mettiamo il dopo prima del prima. Qui c'è una cosa molto importante, che sta in mezzo: il voto degli elettori. Condivido al 100% l'opinione di chi dice che un partito del futuro non può nascere solo come "formazione leaderista": non c'è bisogno di essere un girotondista per pensarlo. Proprio per questo è giusto che su questo progetto si esprimano gli elettori. Sapendo che in ballo c'è una lista per le europee, ma sapendo anche che a seconda di quanto aderiranno alla lista, aderiranno anche ad un "embrione" che la lista porta con sé. E alle elezioni di giugno, quindi, decideranno quindi anche su quell'embrione. Se la lista avrà successo, non sarà solo un risultato, ma sarà anche una piattaforma".
Una piattaforma verso il partito dei riformisti.
"Il partito unico è l'embrione della lista unitaria. Voglia o non voglia, la lista ce l'ha dentro. Ma deve esser chiaro che la decisione sulla vita futura spetta alla "madre" cittadini-elettori, non al "padre" vertici di partito. Se oggi ci mettiamo a parlare delle caratteristiche del partito unico, se nasca con una struttura federale o meno, se debba decidere all'unanimità o se debba decidere all'unanimità o a maggioranza, si finisce per discutere di regole che chiunque avrebbe il diritto di definire verticistiche. Andiamo con ordine, facciamo la lista e aspettiamo l'esito del voto. Il risultato elettorale porterà insieme tante cose: consenso o no al processo di aggregazione, mobilitazione di persone che eserciteranno in modo nuovo la loro cittadinanza attiva. La forza vincente della lista unitaria sta proprio in questo. Possiamo fare, attraverso la lista, una proposta a doppia valenza agli elettori: apriamo un processo nuovo attraverso la campagna elettorale, e poi, se ci sarà il loro sì, ne potremo raccogliere i frutti".
E tutto molto bello e molto vero. Ma il personale politico è pronto a questa "cessione di sovranità"?
"Le dirigenze dei partiti hanno il dovere di seguire questa indicazione e di non difendere ciascuna le rispettive identità non negoziabili. Il fatto che già tre partiti, oggi, siano disposti a mettersi in gioco insieme è un buon segnale".
Anche tra i tre partiti i mal di pancia rimangono. C'è sempre la solita paura dell'"egemonia" dei Ds.
"Siamo realisti. Quelle del Parlamento europeo sono elezioni proporzionali e giocando da soli i Ds farebbero emergere che sono il partito più forte del centrosinistra. Se al contrario proprio nella Quercia c'è la disponibilità a rinunciare a questo vantaggio per guardare al futuro, a maggior ragione dovrebbero farlo le forze che difendono identità più piccole e che, per pesare di più, dovranno pur confluire in qualcosa di più forte".
Sullo sfondo resta irrisolta la "questione identitaria": in che famiglia politica europea si accasa, la lista unitaria?
"Dobbiamo partire dall'Europa, che è ormai una nostra compagna di vita. Quel "qualcosa di più forte" un legame con la famiglia socialista europea lo dovrà pur avere, per la semplice ragione che in quasi tutti i paesi europei la stragrande maggioranza delle forze di centrosinistra porta il nome di socialista o socialdemocratica".
Per immaginare che la Margherita aderisca al socialismo europeo, bisogna che cambi l'assetto del Pse.
"Il Pse deve sapersi allargare. Da San Paolo del Brasile è arrivato un segnale importantissimo. Lì è nato un primo legame organico tra l'Internazionale socialista e i democratici americani. Solo dieci anni fa questo era impensabile. Ma è accaduto, perché come facciamo a parlare di global governance e di politiche per il mondo se poi al mondo presentiamo soggetti politici frammentati, che devono negoziare 99 volte tra loro prima di indicare una soluzione?".
Se la Albright è entrata nell'Internazionale, insomma, Prodi potrà pure entrare nel Pse. È così?
"Dobbiamo evitare che in Italia continuino a scontrarsi due conservatorismi: siccome abbiamo di qua radici socialiste e di là radici cattolico-popolari, dobbiamo mantenerle in due vasi diversi. Questa divisione è frutto della storia italiana. Noi nipoti del centrosinistra ci siamo trovati a fare battaglie comuni: io perché sono nipote di nonno socialista, un altro perché è nipote di nonno popolare. Ma i nostri nonni erano partiti dagli stessi temi. La lotta all'esclusione a fine '800 vide nascere due partiti in rappresentanza degli esclusi: il partito popolare e il partito socialista. In Italia li abbiamo conservati in due vasi separati. In futuro i due vasi non hanno davvero più alcun senso".
Provi a convincere certi leader storici della Dc.
"Guardiamo alla realtà. Sono molti ormai i socialisti che attribuiscono un'importanza cruciale ai valori religiosi come tessuto connettivo delle società future. Chi non se n'è accorto o non l'ha capito è fermo all'anticlericalismo di due secoli fa".
La mosse di Prodi sul programma, insieme alla lista unitaria, non sono due accelerazioni che scommettono sulla crisi del centrodestra e sulle elezioni anticipate?
"Non credo che Romano si sia mosso in questa chiave. Anche perché un'accelerazione della crisi del Polo può dipendere solo da loro. Ma è indubbio che il processo attivato nel centrosinistra lo rende più pronto a fronteggiare anche una eventuale crisi. E non nego che la sfida con il centrodestra, nel progetto della lista unitaria, sia un ingrediente fondamentale. Partendo dal grande orizzonte europeo, forgiamo armi per combattere anche la battaglia interna. Proprio nel momento della massima difficoltà del Polo, aprire da parte del centrosinistra una prospettiva opposta ha per gli elettori italiani un significato rilevantissimo".
E basta questo per battere Berlusconi?
"Se basta non lo so. Ma so che se non c'è questo è inutile provarci. Per questo dobbiamo accelerare il cambiamento. La finanza opera ormai in tempo reale, per grandissimi flussi. Noi diciamo che una sinistra è degna del suo nome solo se sa ricollocare questi giganteschi flussi dentro una cornice di regole e di principi. E poi eccoci qua, sempre con queste fotografie di gruppo. L'aggregazione è indispensabile. Io vedo una grande opportunità per una politica ispirata alla tradizione riformista e liberal-socialista".
Dove la vede, questa grande opportunità?
"Nel dilemma vero, che oggi non è più tra neo-liberismo di destra e statalismo di sinistra. In un mondo nel quale la crescita comincia a non essere più una prerogativa dei paesi industrializzati, la destra ha ricominciato a sentire il fascino del protezionismo ben più di quanto senta quello del liberismo. In campo ci sono due fronti culturali inediti. Da una parte ci siamo noi, che vogliamo salvaguardare le prospettive di lavoro nelle nostre economie in uno spirito di solidarietà e vogliamo perciò portarle a giocare la loro partita in una competizione aperta "con" il resto del mondo. Dall'altra parte ci sono loro, che invece puntano a far giocare ai nostri paesi la partita in difesa, "contro" il resto del mondo. E in questo contesto del tutto nuovo che ritrovo uno dei motivi di fondo della tradizione socialista: il solidarismo, la solidarietà internazionale, che va a sposarsi con una intelligente valorizzazione del libero commercio internazionale".
Marc Lazar avverte un pericolo, per una sinistra che molla i suoi ormeggi col passato: quello di ritrovarsi senza volto.
"In quell'articolo su "Repubblica" Lazar scriveva anche che proprio la sinistra italiana, in Europa, può fare da battistrada per una ripresa, tanto sul terreno delle forme organizzative quanto su quello dei contenuti. Con la lista unitaria, con l'embrione riformista che si porta dentro, forse cominciamo a rispondere a Lazar".
Non canti vittoria troppo presto. L'Ulivo in questi anni ci ha abituato ad ogni forma di possibile autolesionismo.
"Dobbiamo fare un passo alla volta. Non dico "domattina ci mettiamo tutti insieme e partiamo". C'è bisogno di tempo, e nel Parlamento europeo forse ci sarà bisogno di espedienti per tenere insieme i due vasi del nuovo riformismo. L'importante è che si sappia guardare lontano. La cronaca quotidiana ci offre tre possibilità. Possiamo restare cronaca, possiamo pensare alla storia misurando i nostri passi sulla storia passata, oppure possiamo guardare alla storia calibrando l'andatura su quella futura, mettendo in gioco noi stessi e coinvolgendo la società italiana in, un grande processo di cambiamento. È ora di scegliere, e di mettersi in cammino".