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CONVERSAZIONE. LE ELEZIONI EUROPEE, IL PARTITO RIFORMISTA, IL CASO DI PIETRO, LA LEZIONE PARMALAT
8 gennaio 2004
Per Amato una candidatura Prodi sarebbe anche «un'ulteriore presa in giro delle europee: già non abbiamo una legge sulle incompatibilità, che tutti gli altri paesi hanno; già si preannuncia la candidatura di leader nazionali, presidente del Consiglio in testa, che al parlamento europeo poi non potranno andare. Che senso ha candidare chi sarà candidato poi alla carica di premier?». Non commuove Amato neanche la confusione che regna nel campo della lista unica, e che potrebbe trarre vantaggio dalla candidatura Prodi: «La confusione l'hanno fatta i partiti, ora non sanno come uscirne e hanno bisogno del deus ex machina. Mi dispiace, ma credo che debbano farne a meno».
Per Amato la «confusione va chiarita», ma nasce da lontano: «Fin dall'inizio nel progetto lista unica c'era un'ambivalenza. Prodi la proponeva a tutto l'Ulivo. Diceva ai partiti: su mille temi avete mostrato le vostre poliedriche sfaccettature, forse sull'Europa potete essere uniti. Ottima idea, che si è scontrata con i problemi più prosaici del sistema proporzionale, delle preferenze e delle candidature. Prodi parlava di sogni e speranze, molti hanno pensato a sogni e sostanze elettorali. Allora si è affacciata l'idea che la lista potesse essere usata per cominciare a creare un solido pilastro riformista all'interno della più ampia coalizione dell'Ulivo. Non era un'improvvisata, D'Alema e io avevamo anche scritto una lettera in proposito al partito socialista europeo. Le due idee si sono accavallate, creando la confusione attuale. I due treni hanno corso sullo stesso binario, e ora rischiano di deragliare entrambi. Prendiamo il caso Di Pietro. Lui usa una tecnica politica per accrescere la sua visibilità, ma è favorito dall'equivoco generale. Si rende conto che ad alcuni dei contraenti, innanzitutto la Margherita, l'idea che la lista sia propedeutica alla formazione riformista non piace, e gioca sul fatto che non può ricevere l'unica risposta che giustificherebbe la sua esclusione. La risposta sarebbe: stiamo costruendo l'embrione di un partito di governo, di cui tu - per cultura politica - puoi essere alleato ma non parte. Lo facciamo perché altrimenti si rischia di continuare ad essere un cartello elettorale, e questo si paga, una volta che si dovessero vincere le elezioni. Ma siccome questa risposta non c'è, Di Pietro ha qualche ragione a chiedere perché non può stare in un listone dell'Ulivo. E questa situazione mette i tre partiti willing sotto il ricatto di non essere abbastanza aperti alle istanze della società civile».
Fosse per Amato, sull'isola del Pacifico lui farebbe entrambe le cose: «Una lista di tutti con dentro i simbolini di ognuno, e un'aggregazione centrale col simbolino dei riformisti uniti. Sono entrambe utili». Nel frattempo sconsiglia vivamente l'accorpamento nell'election day: «Falserebbe il senso del voto amministrativo, perché spingerebbe l'elettorato a non scegliere tra Gianni e Mario per il comune, ma tra Berlusconi e Prodi (o chi per lui). E infatti il centrodestra lo vuole proprio per ottenere questo risultato. Ma se al Giro d'Italia - per restare in metafora - un ciclista si mette nella scia di una motocicletta viene squalificato».
Per Amato non vale nemmeno il timore di una scarsa affluenza alle europee: «Con Berlusconi candidato e l'importanza politica che hanno assunto, non credo che in Italia ci siano rischi di un forte assenteismo». Pienamente convinto invece dell'opportunità di una soglia di sbarramento, Amato ricorda che ci provò già lui alle passate europee, da ministro delle riforme istituzionali, e trovò «i partiti, compresi quelli della mia coalizione, disponibili a una soglia massima dell'uno per cento».
L'europeista Amato ritiene che l'europeismo possa ancora essere una bandiera efficace alle elezioni. «So che l'Europa non vive oggi una stagione di forte popolarità, ma ci sono bisogni degli elettori per i quali l'Europa è una risposta. Però i leader politici devono spiegarlo. Oggi gli elettori vedono l'Europa come il luogo della non crescita, dell'incertezza su questioni come la criminalità e l'immigrazione, temono l'allargamento come una minaccia e non come opportunità, che c'è ed è forte (come farebbe un'Europa vecchia, di pensionati, a crescere nei prossimi trent'anni, se non grazie al margine di crescita rappresentato dalla popolazione e dal mercato dei paesi dell'est?)».
Infine Amato esclude che il centrodestra possa cavalcare con successo la vicenda Parmalat dalla parte dei risparmiatori e contro l'establishment, «perché questa maggioranza con l'establishment e con il sistema di impresa ha più di un legame. Se fossi un elettore manderei al diavolo chi dice “è colpa di quello” e mi preoccuperei di capire che cosa si fa per correggere. Per carità di patria taccio la questione del falso in bilancio, anche perché effettivamente non c'entra col caso Parmalat. Ma se qualcuno aveva più sensibilità di altri sul tema della corporate governance poteva dimostrarla in quell'occasione, e non l'ha fatto». Più che flebile, la reazione del centrosinistra allo scandalo Parmalat ad Amato sembra «diversificata: c'è chi si è concentrato su quello che va fatto, io tra questi; e c'è chi si è domandato a chi conviene. Certo non credo possibile continuare con un sistema in cui le banche collocano sul mercato obbligazioni ignorando o fingendo di ignorare (lo accerteranno le inchieste) ciò che verrebbe accuratamente accertato se si trattasse di concedere un mutuo».
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