ROMA -- Per Giuliano Amato, già presidente del Consiglio e presidente dell'Antitrust, e ora autorevole protagonista dell'Ulivo (da ieri anche coordinatore del programma per le europee), la riforma del risparmio presentata dal Governo è "una buona base di discussione" che lascia aperto il campo a una soluzione bipartisan. I difetti non le mancano, sul piano delle sanzioni e dei controlli interni alle società, ma sul punto politicamente più caldo - quello della divisione delle competenze delle Authority - ha "un impianto condivisibile". Con le nuove regole la Banca d'Italia dovrebbe inoltre motivare ogni suo atto e "il suo padrinaggio e dirigismo discrezionale sulle banche finirebbe". Secondo l'ex presidente del Consiglio il divieto immotivato a un'Opa come quella che a suo tempo l'Unicredit immaginò sulla
Comit o il Sanpaolo sull'allora Banca di Roma diventerebbe impossibile. Amato è anche convinto dell'opportunità di fissare un mandato a termine per il Governatore e di prevedere una gestione più collegiale di Via Nazionale, ma sulla revisione degli attuali criteri di nomina dei vertici della Banca d'Italia è molto prudente: "Bisogna fare attenzione a non scassare tutto e rispettare la tradizione di indipendenza e di alta professionalità dell'istituto centrale". Ecco l'intervista che ha rilasciato al "Sole-24 Ore".
Presidente, per la difesa del risparmio la riforma del Governo è un passo avanti o un'occasione perduta?
Lo si vedrà alla fine dell'esame parlamentare. Per ora il disegno di legge è una buona base di discussione, che ha un impianto sostanzialmente condivisibile per quanto riguarda il riassetto delle Authority per finalità ma che presenta carenze dal lato delle sanzioni e dei controlli interni alle società. Il confronto in Parlamento può essere l'occasione per correggerlo, per integrarlo e per arrivare a una riforma bipartisan che la pluralità di posizioni nella maggioranza e l'atteggiamento dell'opposizione sembrano incoraggiare.
Perché giudica l'intervento del Governo carente sul piano delle sanzioni e dei controlli interni alle società?
Mi sembra eccessiva la preoccupazione di non spaventare le imprese che, al contrario di quanto è successo in America dopo il caso Enron, ha indotto il Governo a limitarsi al reato di nocumento al risparmio e non anche a rivedere le sanzioni sul falso in bilancio e sul falso in prospetto. Quanto
ai controlli interni alle società, più che all'aumento dei consiglieri indipendenti nei
cda - che è importante nelle public company ma che rischia di dar luogo a imitazioni poco efficaci in una realtà come la nostra - credo all'utilità di norme che rafforzino l'indipendenza del collegio dei sindaci e delle società di revisione dalla proprietà e dal management.
In che senso?
Nel caso dei sindaci si può pensare all'istituzione di un Albo a cui le società possano attingere ponendo fine alla scelte familiari e domestiche a cui qualcuna di esse è abituata. Quanto ai revisori nel Ddl c'è una delega al Governo, che dovrà impedire i conflitti d'interesse, prevedere il controllo della Consob e stabilire una rotazione degli incarichi anche per i singoli revisori.
Si era partiti dall'idea di tre Authority e si è finito per mantenerne cinque: funzionerà il nuovo sistema dei controlli istituzionali?
Un sistema a cinque Authority è certamente più complesso che a tre ma su questo il Parlamento avrà tempo di compiere le proprie valutazioni. L'impostazione del disegno di legge mi sembra giusta, soprattutto sul punto più importante e cioè sulla divisione delle competenze per finalità tra Banca d'Italia, Consob e Antitrust, mentre finora alla divisione si è sovrapposto il privilegio della Banca d'Italia per tutto ciò che riguarda i soggetti banche.
E questo che effetti avrà?
Vi sono poteri del Cicr che avrebbero dovuto sparire già nel Testo unico bancario ma che allora rimasero perché la disciplina delle nostre banche rimase sospesa a metà tra la logica del mercato e quella del sistema amministrato, come se gli istituti di credito fossero ancora parte della pubblica amministrazione. Pensiamo ad esempio ai poteri di direttiva sulla trasparenza, che non hanno gran senso, nei confronti di Authority indipendenti.
Ma la riforma del Governo non abolisce affatto il Cicr, anzi gli attribuisce nuove funzioni prevedendo che ad esso le Authority riferiscano sui fatti di maggior rilievo: non le sembra un rischio per la loro autonomia?
Sul piano generale non penso che si debba abolire il Cicr, perché il Governo deve avere una sua politica del credito, senza però esercitare poteri amministrativi sulle banche. Quindi: abolire i poteri inutili e incongrui del Cicr ma mantenere il Cicr. Quanto al dovere di informazione, il Ddl parla di informazione generale e non di obbligo di trasmettere notizie su singole imprese: se l'impostazione rimarrà questa, non vedo pericoli di lesa autonomia le Authority.
II trasferimento delle competenze sulla concorrenza bancaria dalla Banca d'Italia all'Antitrust ma la doppia autorizzazione sulle fusioni e sulle aggregazioni sono un giusto punto di equilibrio o un compromesso che può imbalsamare il mondo del credito?
Già nel '95, nella mia prima relazione al Parlamento da presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, chiesi che anche la tutela della concorrenza sulle banche venisse attribuita all'Antitrust e non ho cambiato idea: è una scelta sacrosanta, perché i tempi del controllo paterno della banca centrale sul mondo del credito ("Il mi' figliolo lo sgrido io" direbbero a Livorno) sono finiti. Allo stesso tempo resto però contrario al passaggio all'Antitrust delle competenze della Banca d'Italia sulla stabilità.
II condominio delle autorizzazioni sulle fusioni bancarie non porterà alla paralisi?
Un coordinamento tra le due Authority è indispensabile, ma finalmente si profila la possibilità di uscire dal mondo dei sussurri senza motivazione, in base al quale le banche correvano a Via Nazionale a informare il Governatore delle loro intenzioni e poi la Banca d'Italia si pronunciava in via informale e senza motivazione alcuna sui loro progetti. Quand'ero ministro del Tesoro cercai più volte di sollecitare la Banca d'Italia a motivare le proprie decisioni sulle banche ma, per una ragione o per un'altra, le motivazioni non arrivavano mai. Adesso il gioco cambia: le nuove regole mandano in soffitta il padrinaggio e il dirigismo discrezionale della Banca d'Italia che dovrà motivare ogni suo atto. In questo modo non sarebbe più possibile vietare l'Opa di Unicredit sulla Comit o quella del Sanpaolo sulla Banca di Roma senza spiegare chiaramente il perché. E questo non è poco, anche se non è tutto.
Che altro occorre per cambiare le regole del gioco?
Che le banche si assumano la loro responsabilità, scoprano il gusto della libertà e si sottraggano così all'uso informale dei poteri di Vigilanza.
Insieme alle competenze, vanno cambiati anche i criteri di nomina dei vertici e l'assetto azionario della Banca d'Italia?
Si potrebbe affrontare il tema dell'assetto azionario dell'istituto, che è rimasto regolato da una legge che lo vorrebbe pubblico mentre è diventato privato. Inoltre la durata del mandato del Governatore e la gestione della Banca, che vedrei più collegiale, possono ragionevolmente cambiare. Sono invece prudente sui criteri di nomina dei vertici della Banca d'Italia, non solo per evitare il rischio di scassare tutto, ma anche per rispetto delle tradizioni di indipendenza e di alta professionalità di Via Nazionale.