«Il presidente del Consiglio dice che ormai lavora 14 ore al giorno per il Paese. E io ci credo. Ma se poi afferma che chi svolge attività politica non fa niente, non si rende conto che parla anche di sé». Giuliano Amato sorride con un filo d’ironia. Senatore socialista, ex premier ed ex vicepresidente della Convenzione intergovernativa per la Costituzione europea, è uno di quei personaggi trasversali che temperano l’ostilità verso gli avversari con una buona dose di misura. Per questo, dopo l’equazione di Silvio Berlusconi «politici di professione uguale ladri», Amato invita il centrosinistra a non reagire; a non cadere in una trappola che rischia di uccidere il sistema. «Gli americani sono maestri del going negative, dell’attacco frontale contro il competitore- spiega -. Ma gli effetti sono devastanti per tutti».
A lei che impressione hanno fatto le parole di Berlusconi ?
«L’impressione di una provocazione che nasce dal modo di essere del presidente del Consiglio. L’altra sera, mi trovavo a cena con alcune persone, fra cui il segretario dei Ds, Piero Fassino. Commentavamo le parole dette da Berlusconi ad Atene».
E non vi è venuta voglia di rispondere?
«Mah, debbo dire che il consiglio che girava intorno al tavolo e che, in qualche modo, era anche un autoconsiglio che Fassino dava a se stesso era di non imboccare la strada della ritorsione. Forse, non è conveniente per il capo del governo che l’ha scelta. Certamente, non lo è per il Paese rispetto al quale ha le maggiori responsabilità. In Stati Uniti e Gran Bretagna si discute da tempo sulle campagne elettorali basate sull’attacco all’avversario, invece che sulla discussione dei temi concreti: lo chiamano going negative . Le ricerche dicono che il going negative riscalda i militanti, li scatena. Ma ottiene un effetto tendenzialmente alienante sull’elettorato incerto, che tende a reagire generalizzando il giudizio negativo: lo proietta anche sull’aggressore».
Se è così, come centrosinistra dovreste augurarvi che Berlusconi continui ad attaccare.
«Non ce lo auguriamo per nulla. Primo, perché non trasferisce i voti sulla vittima: semplicemente, tiene le persone lontane dalla politica, inducendole a giudicarla patologicamente deteriore. Ma, soprattutto, temo un effetto sistemico. Ho l’impressione che il going negative non convenga all’Italia. Siamo un Paese con due caratteristiche. La prima è che abbiamo imboccato il sentiero di un bipolarismo con la ragionevole speranza che arrivi a funzionare. La seconda, siamo è uno dei Paesi nei quali è più diffuso un giudizio negativo sulla politica. Ecco, non credo che il bipolarismo cresca se viene alimentata questa visione della politica».
Vi si potrebbe replicare che il capo del governo si limita a dare voce a questi umori. E che in passato la sua strategia da alieno lo ha premiato.
«Per un nuovo entrante, l’antipolitica può risultare un ottimo cavallo da montare. Ma dubito che il cliché funzioni dopo dieci anni che Berlusconi fa politica. Ci sarà pure un motivo se tutti i sondaggi sottolineano la grandissima popolarità del presidente della Repubblica e dell’Arma dei carabinieri: la ragione è che gli italiani li vedono fuori da un mondo che considerano velenoso».
Berlusconi presiede un governo e una maggioranza. Il ruolo è obbiettivamente diverso.
«Ecco, presiede un governo. E ci spiega a ragione che ormai lavora quattordici ore al giorno per il Paese. E io gli credo. Poi però si contraddice, sostenendo che i politici sono nullafacenti o, peggio, rubano. Dovrebbe capire che sta parlando di sé. Oggi, e da tempo ormai, lui è questo: un uomo politico. Cavalcare l’antipolitica significa gettare veleno su se stesso e su quello che da anni fa ed è».
Ritiene che influisca il fatto che alle europee Berlusconi sia candidato?
«In parte, forse, sì».
Secondo lei ha fatto bene a candidarsi?
«Io sono contrario a candidature di chi sa che non andrà a esercitare il ruolo per il quale ha chiesto il voto. Così come Berlusconi, sono convinto che il voto sia un atto di sovranità col quale vogliamo che gli elettori scelgano. Ma se mi candido sapendo che non andrò a Strasburgo, precostituisco l’ingresso di qualcun altro votato meno di me. E ferisco la sovranità dell’elettor e».
Eppure, le candidature civetta ci sono state spesso.
«Più che civetta, sono candidature specchietto che trattano gli elettori come allodole. Per questo non mi sono candidato: non intendevo andare a Strasburgo. Mi piace essere un senatore della Maremma».
Eppure, si profila una campagna asimmetrica: con Berlusconi candidato ma destinato a rimanere a Roma e Romano Prodi non candidato ma con una lista fatta nel suo nome. Non era meglio che si candidasse anche Prodi?
«Poteva candidarsi. Però si sarebbe dovuto dimettere e poi andare al Parlamento europeo. Ma, siccome noi del centrosinistra lo vogliamo candidato alle politiche in Italia, non poteva fare lo specchietto per le a llodole».
Se gli attacchi continueranno, secondo lei Prodi continuerà a stare zitto?
«La campagna elettorale deve parlare dei problemi veri, italiani ed europei. Spero che Prodi parli d i ciò che l’Europa può fare».
Ritiene possibile una sorta di patto di non aggressione per la campagna elettorale?
«Sarebbe bene che ci fosse. Ma nulla può costringere a sottoscriverlo, oltre alla coscienza e alla responsabilità. Possiamo cambiare tutte le regole del mondo sulla finanza dell’impresa e i controlli, ma senza un’etica dell’impresa le regole non bastano. Lo stesso vale per le cose di cui parliamo. Chi ha una responsabilità verso gli altri sappia pensare non solo a se stesso».
Non ha il sospetto che l’opposizione abbia il Berlusconi che si merita?
«Certo, ciascuno ha sempre un pezzo di responsabilità nelle cose che gli altri fanno. Ma questo non significa che tutte le vacche siano nere e che, siccome sono nere, da nere si comportino. Non nego che in una parte della sinistra ci sia la tendenza a demonizzare Berlusconi».
Going negative , come dice lei?
«Sì, perbacco se esiste questa tendenza. Ma diciamo la verità: il presidente del Consiglio ci mette un bel po’ di suo. Eppure, non è un girotondino, è capo del governo».
Pensa che queste tensioni possano travolgere isole di dialogo fra centrodestra e opposizione, come la riforma del risparmio?
«Il rischio che le intese vengano messe a repentaglio esiste. Tuttavia, incoraggio chi opera su queste isole a continuare a lavorare con sere nità per tenere vivi gli antidoti e non farsi travolgere».
Sulla missione italiana in Iraq, è il centrosinistra che rischia di essere travolto.
«Da quando esistono i partiti di sinistra e di centrosinistra, guerra e pace sono sempre state la causa delle maggiori divisioni. Non è importante che ci siano, ma quale linea prevale».
Già, ma nel centrosinistra quale prevarrà?
«Quella passata al Senato, spero. La mia posizione è che se gli Usa hanno commesso un errore a fare la guerra, e lo hanno commesso, non possiamo farne pagare le conseguenze agli iracheni, lasciandoli soli».