ROMA - «C´è una questione riformista che oggi si pone con una certa urgenza a sinistra. La sinistra è divisa, frammentata, piena di dubbi e di distinguo, ma in fondo i suoi stati d´animo sono riconducibili a una lunga eterna diatriba fra massimalismo e riformismo. È una situazione che conosco benissimo», dice Giuliano Amato, «e non credo che sia facile far cambiare idea a un massimalista. Quello che si può fare è non aver paura di dire in maniera chiara che esistono modi diversi di essere di sinistra».
È un fatto che esistano più sinistre. Dirlo non è superfluo?
«Dirlo in modo chiaro significa farla finita con certe convivenze e con certi linguaggi. La sinistra deve rivolgersi al Paese in modo chiaro e non coltivare la sagra dell´ossimoro».
Ossimoro?
«Sì ossimoro, cioè violazione reiterata e continua del principio di non contraddizione. E visto che ci siamo, occorre anche smetterla con quella specie di sublimazione del non essere che è il "né, né", con cui spesso e volentieri ci si sottrae alla critica».
Qual è il rischio?
«Che quella parte dell´opinione pubblica che prima guardava favorevolmente al centro destra e ora sente il bisogno di qualcos´altro, non riesca a capire che cosa la sinistra le offra. Quello che sente è solo una sommatoria cacofonica di voci dominate dall´ossimoro».
Qualche esempio?
«Il più antico fra gli ossimori è "siamo una forza di lotta e di governo", ma anche parlare dell´uso pacifico della risorsa militare, può destare in molti un´analoga sensazione di sconcerto».
Chiarezza nel linguaggio è un punto qualificante del riformismo. E poi?
«Assumersi la responsabilità di governare allo scopo di risolvere i problemi».
Ogni politico condividerebbe un simile proposito.
«Non ne sarei così certo. Anzi ho l´impressione che all´interno della sinistra c´è una parte di militanti e dirigenti - dai neo-comunisti ai post-comunisti per finire ai pacifisti assoluti - per i quali il ruolo della politica è rappresentare il problema, non necessariamente risolverlo».
È il vizio del massimalista?
«Sì, un vizio antico che si può far risalire ad alcuni tratti dell´intellighenzia italiana. La quale fin dalla formazione dello Stato nazionale ha avuto un atteggiamento antigovernativo».
In fondo il compito di un intellettuale è criticare il potere, più che condividerlo. O no?
«A un´affermazione del genere non so che cosa opporre. È una posizione sempre vincente: tutti in piazza e la sera in trattoria. Bisognerebbe assumersi la responsabilità di spiegare che si può qualche volta essere d´accordo con chi ha preso una decisione di governo».
Lei insiste sulla chiarezza, quando sa che il linguaggio della politica tende a coprire certe cose più che a svelarle.
«È vero, ma non si tratta sempre di opportunismo. Semplicemente i discorsi che si fanno, i messaggi che si mandano, sono interpretabili e vanno in più direzioni. Detto questo, aggiungo che il riformista non deve aver paura di affrontare in modo chiaro quelle che sono le differenze dalle altre sinistre. E soprattutto smetterla di subire veti, ricatti, condizionamenti. La chiarezza può aiutare».
Lei Amato a quale riformismo si richiama?
«Non appartengo alla razza dei bartaliani, i quali dicono che è tutto sbagliato e tutto da rifare. Ma rifiuto altresì l´accezione riduttiva del riformismo come una cultura politica che sceglie i problemi minori, perché i maggiori sono al di là della nostra portata».
Questo a dire il vero è condiviso anche da una parte del riformismo.
«Lo so bene. Ma non sono d´accordo con chi sostiene che in una economia globale il nostro compito sia quello di lavorare ai margini, perché solo su questi si può incidere. Non sono d´accordo con chi dice che la differenza fra noi e la destra è solo di una migliore o peggiore gestione dell´esistente».
Le grandi questioni sono il futuro, ma la gente è più interessata al presente.
«Siamo un paese in pericolo proprio perché non riusciamo a dare la percezione di un futuro comune agli italiani. L´Europa invecchia, quale sarà il destino di chi ci vivrà fra venti o trent´anni? Io sono convinto che queste domande hanno una risposta riformista».
L´impressione è che il riformismo è stato spesso minoritario e non ha mai avuto vita facile in Italia. È d´accordo?
«È vero sono rari i momenti in cui si è avuta la sensazione che il riformismo potesse prevalere. Perfino la famosa scissione di Livorno del 1921 è sembrata più una lite fra due massimalismi che un vero confronto fra due visioni opposte del mondo».
Il riformismo una identità ha provato a darsela con la svolta di Bad Godesberg. È possibile immaginare qualcosa di analogo oggi?
«Non penso che ci sia bisogno di una nuova "Bad Godesberg", che fu peraltro una illusione statalista dei socialisti del XX secolo».
Immaginarono che lo Stato potesse svolgere una funzione sociale.
«Ma in questo i socialdemocratici tedeschi erano stati preceduti da Bismarck. Se posso dirlo con franchezza, dovremmo liberarci del complesso di non essere abbastanza di sinistra. Liberarci dalla guida di certi sacerdoti di religioni dismesse e cominciare a renderci conto che l´orizzonte entro il quale agiamo e pensiamo non è più lo stesso».
Che cosa è cambiato?
«Fino a quando l´orizzonte statale era relativamente finito, e saldo, non c´erano problemi, il riformista ha vissuto con una specie di rendita di posizione».
Prodotta da cosa?
«Dall´età del fordismo, durante il quale abbiamo costruito sistemi pensionistici accettabili, ridistribuito ricchezza e servizi attraverso il Welfare . Non dico che tutto questo era perfetto, ma quell´orizzonte oggi è più precario e minaccioso. Un riformista deve saper affrontare con chiarezza le nuove domande che provengono dai diversi strati della società. E deve sapere che su questo piano risposte massimaliste o populiste non risolvono il problema, lo congelano».
La distinzione tra un massimalista e un riformista è chiara. E fra quest´ultimo e un liberale?
«Potrei richiamarmi ad Amartya Sen, ma preferisco citare Bobbio: la differenza tra un liberale e un socialista è che un socialista vede la libertà in un senso molto più egualitario. Il che comporta in termini di visione politica un insieme di azioni notevolmente differenti sia sul piano dell´uso delle risorse che delle priorità. La libertà eguale è diversa dalla libertà senza eguale».
Lei ha usato la parola socialista invece di riformista, perché?
«So bene che esistono altri riformismi. Ma per me, per la storia della mia vita, le due cose coincidono».