Giuliano Amato indossa la sua intelligenza con maggior grazia che nel passato. L´età e il potere sembrano aver smussato il suo celebrato stile tagliente e addolcito quei toni di superiorità che non sempre lo hanno reso amabile. Resta intatto il linguaggio alto e forbito, il periodare compiuto, i pensieri lunghi e complessi, il gusto di stupire con un improvviso tocco più basso.
L´ex presidente del Consiglio si sottopone a questa intervista sentimentale senza curiosità né iattanza. È evidente che si sente sicuro di dominare qualsiasi forma di espressione. E probabilmente è così. Procede infatti quasi da solo, Amato, fin dove l´occhio della sua vigile mente lo conduce. Ma a 65 anni compiuti l´uomo che per poco non fu presidente della Repubblica e che non riuscì a farsi designare come leader del centro-sinistra, si può permettere di lasciar passare qualche sentimento in più: la passione per l´etica ma anche la mancanza di Dio, le soddisfazioni della politica ma anche la tristezza per Craxi, e il potente senso di sé che sempre lo accompagna. Intanto, appena concluso il suo mandato europeo come estensore della Costituzione dell´Unione, è tornato sulla politica nazionale con un paio di stilettate agli umori più diffusi nella sinistra.
Presidente Amato, lei ha appena auspicato un premierato forte e la fine dell´ossessione antiberlusconiana. Le sembra il modo di trattare i sentimenti della sinistra?
"Tutte le volte che la sinistra dà corpo a umori medi che riflettono solo la voglia di essere contro, è giusto scuoterla un po´. Sia perché bisogna convincere nuovi elettori se vogliamo recuperare una maggioranza, sia perché non si può essere tanto irragionevoli da combattere ciò che noi stessi avevamo proposto. Se un premier più forte andava bene per il centro-sinistra, va bene anche adesso. Dicono: ´Ma con quelli non si parla´. E invece no, in un Parlamento si parla con tutti e si trovano accordi o disaccordi".
Certo, se fosse stato lei il leader dell´Ulivo... Se ne rammarica ancora?
"Non me ne sono mai doluto. Mi sono limitato a trovare stravagante il fatto che, dopo avermi affidato il compito di ultimo primo ministro della legislatura, già a metà del mio breve mandato mi si sostituisse con un altro candidato".
Perché allora non si oppose fino in fondo?
"Tenni per un po´, ma capii presto che avrei spaccato ulteriormente l´Ulivo. Per cui preferii lasciare il passo a Rutelli. Fui io a introdurlo in un´assemblea, al Palavobis, piena di ritrovata unità e di calore. La mia decisione suscitò anche molto affetto e questo mi appagò sia personalmente sia, se posso dirlo, politicamente. Certo, poi perdemmo, ma non è questo il punto".
ll punto è che, per fronteggiare la presa mediatica di Berlusconi, le fu preferito un candidato di bell´aspetto.
"Quando vedi che per vincere le elezioni si usa anche Rifondazione comunista, ti rendi conto che si possono adoperare tutte le armi, persino la bellezza. Capisco che Rutelli fosse considerato fisicamente più attraente di me. Anche se odio un mondo in cui la maggior parte delle ragazze desidera fare la Velina, riconosco che ormai l´aspetto conta. Io ammetto di essere piccolo e bruttarello: non è questo che mi offende".
Cosa la offende?
"Che mi si consideri meno empatico e comunicativo. Se c´è una persona che riesce a stabilire un rapporto emotivo con il pubblico, questa sono io. Se ne sono accorti in ritardo anche quei sondaggisti che mi pensavano capace solo di parlare alle élite. Uno di loro, Roberto Weber della Swg, ha scritto in un suo libro che, dopo aver visto in un comizio a Gallipoli la mia capacità di trasformare i concetti in emozioni, si era vergognato profondamente dei suoi sondaggi".
Lei è stato anche a un passo dalla presidenza della Repubblica. Ci aveva creduto?
"Sì, era una cosa che ritenevo possibile. Ma ho imparato presto che la politica può cambiare tutto nel giro di 24 ore. Ne avevo già fatto esperienza tanti anni fa, quando ero nello staff di Giolitti e avevo passato il pomeriggio a fornire ai giornali la biografia del nuovo presidente. Arrivati alla sera, fu invece eletto Pertini. Detto questo, ho trovato naturale e politicamente giusta la scelta di Ciampi".
Si dipinge insomma come indenne dalle delusioni. Se è vero, come ci riesce?
"So estraniarmi da me stesso e guardare a ciò che mi succede come se fossi l´attore di una scena. È un modo per controllare l´emotività".
È soprattutto una difesa.
"Forse, ma funziona. Ci sono però altri due elementi della mia vita che concorrono a spiegare le mie reazioni in queste vicende. Innanzitutto il fatto che sono entrato in politica nel 1983 quando avevo già realizzato tutte le mie ambizioni personali. Volevo fare il professore di Diritto costituzionale e l´ho fatto con molta precocità. Ricordo che quando nel ´76 venni chiamato a Roma, mi resi conto che si trattava del completamento della carriera universitaria. Avevo solo 38 anni e mi dissi: ´A questo punto tra me e il dopo c´è soltanto il Verano´. Lo vedevo dalla finestra, oltre la strada".
Invece ci fu la politica e tutti i suoi alti incarichi. Qual è l´altro elemento?
"So che posso essere male interpretato, ma lo dico ugualmente. Avendo un alto concetto di me, ritengo di essere il solo giudice della mia persona. Il mio Io non dipende dagli altri e non mi sento né creato né distrutto dalle decisioni che qualcuno può prendere su di me".
Lei però fa di tutto per non rendersi amabile. Perché, per esempio, ogni tanto disturba i suoi amici con proposte revisioniste sui manicomi o sull´aborto?
"Perché ho una grande passione per l´etica e per la verità".
Ma si tratta di mettere in discussione grandi conquiste civili.
"Niente è conquistato una volta per tutte. La legge 180 fu sacrosanta, ma oggi troppe famiglie soffrono per l´assenza di strutture di lunga degenza. La legge sull´aborto fu giusta, ma è mai possibile che non si possa dire che alcuni comportamenti emersi in seguito sono sbagliati? Oppure dobbiamo sempre dirci: ´Taci, il nemico ti ascolta´? Come se ogni vicenda della vita fosse un pezzo di guerra civile con da una parte i fascisti e dall´altra gli antifascisti. Sa cosa trovo moralmente scandaloso?".
Che cosa?
"Trovo scandaloso il medico di famiglia che non si occupa di far prendere alla donna una decisione consapevole, ma lascia il certificato per l´aborto in portineria. Di mezzo c´è la vita di un bambino. Io parlo così: la vita di un bambino. Ma trovo che sia altrettanto immorale lasciar morire migliaia di embrioni e non occuparsi di costruire un sistema che produca cellule staminali. Un embrione destinato a morire, e ce ne saranno sempre, non è diverso da un bambino appena morto a cui è permesso espiantare gli organi per la sopravvivenza di un altro bambino".
Ad ascoltarla si pensa che i suoi interessi etici sconfinino in quelli religiosi. È così?
"No, sono un laico e tale resto. Ma sono assolutamente convinto che la fede religiosa sia una qualità positiva. Chi la possiede ha una passione d´amore e quindi una marcia in più".
Perché una passione d´amore deve essere più efficace di una passione civile?
"Non ho una risposta. Anche Kant diceva ´ama il prossimo tuo´, ma non ha funzionato nello stesso modo. Credo che l´amore per il prossimo generato dalla fede induca comportamenti ed effetti di simbiosi tra gli esseri umani che nessuna etica laica riesce a produrre".
Neanche con l´aiuto della politica?
"La politica, anche la più virtuosa, non ce la può fare perché non penetra nel profondo della società. Certo, specie nell´era della comunicazione, una buona politica può avere un effetto conformativo. Per questo mi inquieta una destra che vive all´insegna di Porto Rotondo e di barche lussuose, offrendo come massima aspirazione alle nostre famiglie che le loro figlie possano essere ammesse a una festa su quelle barche. Come non vedere il valore di quell´amore per il prossimo che solo la religione sa produrre?".
A proposito di amore umano, glielo chiedo direttamente. Ha voluto bene a Bettino Craxi?
"Era difficile volergli bene, perché l´uomo aveva delle grandi durezze. Io capivo che queste non erano figlie della cattiveria, ma di un disegno che lui perseguiva e di cui pretendeva di trovare sempre riscontro nel lavoro dei collaboratori. Erano durezze in qualche modo pedagogiche, perché aiutavano a prendersi le proprie responsabilità, ma certamente non aiutavano il rapporto".
È comunque l´uomo a cui deve tutto...
"No, gli devo molto, ma non tutto. Avevo, come ho già detto, la mia vita e le mie competenze, anche se non c´è dubbio che lui mi ha inserito con grande fiducia tra i suoi collaboratori. Qualcuno dice: ´Gli conveniva, si è preso la tua testa´. Può darsi, però poteva anche non farlo. Inoltre, quando ha vissuto la stagione delle ombre e delle accuse, mi ha dato il massimo della delega. Ha detto: ´Andrai tu a fare il presidente del Consiglio´".
Quando ci fu la rottura tra voi?
"Mai. Ci fu silenzio, non rottura. Io non ho mai parlato male di Craxi. Da presidente del Consiglio feci alcune cose che non gli piacquero, come cacciare i politici dalle partecipazioni statali o non reagire secondo i suoi desideri alla Procura di Milano. Ma quando mandai il mio governo a fracassarsi con il decreto per depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, quando il popolo dei fax si scatenò contro un ottimo ed equilibrato strumento legislativo che affrontava un problema che riguardava anche lui, mi sarei aspettato che si facesse vivo con me".
E invece?
"Invece scelse il silenzio. Era convinto di stare pagando ingiustamente anche per altri ed era indebolito dal diabete che camminava dentro di lui. Nessuno ha mai raccontato come alcune sue incertezze e alcuni errori dei primi anni Novanta fossero anche un effetto di quella terribile malattia. Comunque ci restai molto male e, quando poco dopo ci fu l´episodio delle monetine, a mia volta non lo chiamai".
Un risentimento incrociato. Chi ruppe il silenzio?
"Io. Gli scrissi ad Hammamet, quando cominciò a stare molto male. E lui mi rispose, anche se indirettamente".
Non vi siete più visti?
"No. E forse ho capito di avergli voluto bene solo quando è morto. Ho pensato a quel suo sorriso da ragazzone e ho sentito che c´era parecchio di ingiusto in quello che gli era successo. Craxi aveva fatto un sbaglio: si era occupato di persona di cose di cui negli altri partiti non si occupavano i leader".
Passiamo agli affetti più intimi. Lei è un animale raro: ama la stessa donna da 50 anni.
"È vero, ho conosciuto mia moglie Diana nel 1952 sui banchi del quarto ginnasio a Lucca. In prima liceo già eravamo fidanzati e studiavamo insieme. Poi, quando ci siamo trasferiti a Pisa per l´Università, festeggiavamo il buon esito degli esami facendo l´amore nella mia stanza in collegio. Una volta il segretario generale mi chiamò e, offendendomi a morte, mi disse che il collegio non era un casino".
Vi sposaste presto?
"Quasi subito, al quarto anno di università. Tutti si aspettavano di vedere Diana col pancione, ma in realtà ci eravamo decisi per dare una casa al cane che era rimasto a Lucca. I figli vennero dopo e io specie con Elisa, la primogenita, sono stato per un po´ padre e madre insieme. Di quel periodo ho flash back di gioia struggente uniti a quello che considero uno dei ricordi peggiori della mia vita".
Lo racconti.
"Mia moglie aveva cominciato ad insegnare ed ero io a occuparmi dei bambini. Ma come capita a tutti i giovani professori universitari restavo delle ore attaccato al telefono a costruire trame e alleanze per futuri concorsi. Una di quelle sere la bambina si affacciò nello studio e mi disse ´Papà, è pronto´. Le feci un sorriso distratto e continuai. Lei, che a sette anni si occupava di cuocere la pasta, tornò poco dopo e dopo ancora. Finché non venne più. Sono passati quasi trent´anni, ma ho ancora davanti agli occhi quel faccino deluso".
Amato, lei adesso ha 65 anni. Come vede il suo futuro?
"Il problema è che noi viviamo una sola volta mentre a me piacerebbe fare molte, molte cose prima che sia finita".
Per esempio?
"Girare il mondo, capire il mondo. Ho fatto il professore e mi è piaciuto. Ho fatto politica e mi ha interessato molto. Ma noi siamo in questo mondo una volta sola. E questo mondo è grandissimo, fatto di milioni di esseri umani come noi che intendono le cose in modo diverso. Come faccio a capire il mondo in cui vivo se non faccio milioni di esperienze con loro? La mia vita ideale trascorrerebbe passando due mesi negli Stati Uniti, due a Londra, due in Australia. Ormai ho conoscenze e relazioni dappertutto".
Ha paura del tempo che sfugge?
"Lo sento molto ma non lo temo. Osservandomi come so fare io, posso dirmi in tutta sincerità: Ebbene sì, ho vissuto".
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Quel carissimo garofano
1938 Giuliano Amato nasce a Torino il 13 maggio. Il padre Angelo, siciliano, è un dirigente dell´ufficio delle imposte che cambia spesso sede di lavoro. A Viareggio aveva conosciuto la futura moglie, Margherita Puccetti, figlia di un muratore socialista.
1948 Dopo un soggiorno a Cannelli, la famiglia si trasferisce a Lucca dove Giuliano frequenta il liceo classico Machiavelli. Qui, in IV ginnasio, conosce Diana Vincenzi che sposerà negli anni dell´università e che oggi è docente di Diritto Privato alla Sapienza di Roma.
1956 Vince il concorso per il collegio giuridico di Pisa annesso alla Normale (oggi Sant´Anna), dove si laurea con una tesi sui partiti politici. Ventenne si iscrive al Psi.
1963 Consegue un master in Diritto costituzionale comparato presso la Columbia University di New York. La carriera universitaria lo porterà ad insegnare a Modena, Perugia, Firenze e, nel 1975, a Roma come ordinario di Diritto Costituzionale Comparato
1964 Aderisce al Psiup di Lelio Basso, ma lo lascia dopo pochi mesi per tornare alla casa madre socialista, dove fino alla metà degli anni Settanta avrà un ruolo piuttosto marginale come intellettuale e giurista.
1966-68 Nascono i figli Elisa, che farà l´avvocato, e Lorenzo, oggi attore. Scrive uno dei suoi libri più importanti ´Individuo e autorità nella disciplina della libertà personale´.
1978 Con altri intellettuali di area, entra nel comitato centrale del Psi di Bettino Craxi, da due anni segretario.
1979-82 Presiede l´Istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil e si concede un anno sabatico negli Stati Uniti.
1983-87 Eletto per la prima volta alla Camera, è sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Craxi.
1987-89 È vicepresidente e ministro del Tesoro nel governo Goria, ministro del Tesoro in quello di De Mita.
1990-92 Per due anni è vicesegretario del Psi.
1992 Eletto presidente del Consiglio, è l´artefice di una colossale Finanziaria che getta le basi della ripresa economica. Ad aprile del ´93 è sostituito da Ciampi.
1994-97 È presidente dell´Antitrust.
1998-2000 Ministro per la riforma costituzionale nel primo governo D´Alema, torna al Tesoro nel secondo governo D´alema.
2000-2001 Presidente del Consiglio dei ministri, candida Rutelli come leader del centro-sinistra per le elezioni del 2001. È eletto senatore in un collegio in Toscana.
2002-3 Con la bozza di Costituzione europea, ha appena portato a termine il suo compito di vicepresidente della Convenzione. Primo giurista italiano, entra nella prestigiosa American Academy of Arts and Sciences. Esce da Laterza ´Tornare al futuro´, l´ultimo dei suoi numerosi saggi.