FIUGGI - Lo accolgono come un fratello maggiore, lo acclamano come un leader, lo contestano, anche, gridando dal fondo «devi dire che sei socialista...». Ma ai delegati dello Sdi, riuniti a Fiuggi per il terzo congresso nazionale, Giuliano Amato è venuto a spiegare perché il centrosinistra ha bisogno non di lui, ma di Romano Prodi: «Io so che non tutti i socialisti amano Prodi. Ma in momenti come questi serve un uomo che unisce, e Prodi è un uomo che unisce».
Per l’ Economist, se il presidente vuole fare politica in Italia deve dimettersi dalla Commissione.
«Fosse stato per quel giornale l’Europa avrebbe dovuto buttarlo via, Prodi è troppo europeista per il palato dei conservatori britannici. Ma nel modo in cui l’ Economist giudica il presidente della Commissione la politica italiana c’entra poco o nulla».
Domani Prodi presiederà la prima riunione del Comitato promotore della sua lista. Questo con la politica italiana c’entra, eccome.
«Non vedo che relazione ci sia con i suoi compiti in Europa, che oltretutto sono in scadenza».
La pensa come Tremonti, professore? Il ministro dice che la spinta politica della Commissione Prodi si sta esaurendo, quindi tanto vale trattare tra grandi Stati in attesa che si insedi quella nuova...
«È realisticamente vero che con le elezioni del Parlamento Europeo, che dovrà dare la fiducia a un nuovo presidente, la Commissione esistente vive le sue ultime settimane. Se Prodi si fosse candidato avrebbe dovuto dimettersi, ma non si è candidato e vive questa fase con molto garbo».
Ieri al nome di Prodi il presidente Berlusconi non ha nascosto un certo «rompimento», ha detto proprio così.
Amato sorride: «Non commento».
Davvero, secondo lei, la doppia veste di Prodi, in un momento così delicato per i nostri conti pubblici, non è un problema?
«Non dimentichiamo che tra giugno e luglio avrà un successore e, poi, non è entrato ancora direttamente nella politica italiana. Non vedo ambiguità».
Lei consigliò a Prodi di non candidarsi. E Fassino e Rutelli?
«Mi sono già espresso contro la candidatura di chi sa in partenza che non entrerà nel Parlamento Europeo, si tratti del premier di centrodestra o dei parlamentari di centrosinistra, segretari compresi».
Con la promessa di Berlusconi di tagliare le tasse la campagna elettorale per la sinistra si fa in salita, o no?
«La riduzione delle tasse è sempre benvenuta. Ma se comporta un effettivo aumento della capacità di acquisto dei cittadini e del loro benessere. In questi due anni abbiamo sperimentato che a una prima riduzione delle tasse per le fasce di reddito medio basso ha corrisposto la riduzione effettiva della loro capacità di spesa».
Sembra una contraddizione.
«E non lo è, perché questa riduzione è stata pagata, tra virgolette, con una riduzione delle risorse agli enti locali e ad altri soggetti pubblici, con la conseguenza che gli enti hanno aumentato le imposizioni e che i servizi ai cittadini sono diventati o più scadenti o più costosi».
Non crede quindi che tagliando le tasse si darà alla nostra economia lo choc di cui parla il premier?
«Attenzione, la riduzione delle tasse è una strada. Ma se provoca la conseguenza che ho appena indicato allora è una beffa per chi ha di meno e un premio per i redditi più alti».
La ricetta sulle tasse ancora non c’è. Su questo fronte il centrosinistra sembra scontare un ritardo storico.
«Se abbiamo un atteggiamento interrogativo è perché siamo gli avvocati degli italiani, non gli avvocati del diavolo».
I vertici della lista Prodi dicono che non cadranno nella trappola di chi non vuol tagliare le tasse.
«Le ho ridotte io stesso nel 2001 di 25 mila miliardi, quindi il rischio di cadere in trappola non esiste. Ma, come ho detto, l’Italia porta su di sé le stimmate degli effetti perversi di una riduzione fiscale sbagliata. Mentre due o tre anni fa un annuncio come quello di Berlusconi veniva preso come annuncio di maggiore benessere, oggi si vuol prima capire quali conseguenze comporterà».
Rutelli una proposta l’ha avanzata, «meno tasse in busta paga». Slogan convincente?
«L’idea di Rutelli è buona, come è buona quella di Enrico Letta di ridurre l’Iva sul turismo».
Tremonti dice che il tetto del 3 per cento di Pil non sarà sforato, lei ci crede?
«Il rischio di sforare c’è e può essere fonte di ulteriori conseguenze che potrebbero essere pagate dagli italiani. Se Francia e Germania sforano con il loro debito totale, molto più basso del nostro, nei mercati finanziari non si crea alcun allarme. Se invece sfora l’Italia, che, e non certo per colpa di questo governo, ha un debito che supera il 106 per cento del Pil, i mercati si innervosiscono e i tassi aumentano. Non a caso gli imprenditori sono preoccupati. Le nozze sono sempre belle ma con i fichi secchi non si possono fare».
La guerra in Iraq ha diviso la lista unitaria, secondo lei l’Italia doveva andare in Iraq oppure no?
«L’intervento militare quando ci vuole ci vuole e su questo dobbiamo essere chiari con il pacifismo. Ma ci si può arrivare solo quando è l’unico modo per salvare delle vite, non per uccidere senza sapere perché».
L’intervento in Kosovo era l’unico modo per salvare delle vite?
«Non mi sento orgoglioso di aver fatto parte di un governo che ha dovuto fare un intervento militare, ne sono addolorato. Ma intervenire in Kosovo fu necessario, in Iraq invece è stato un errore».
Perché ha consigliato ai socialisti di Enrico Boselli di non fare troppo i neoriformisti?
«Perché c’è un neoriformismo che dice "noi siamo moderni, noi non vogliamo gravare l’economia di troppi lacci", ma gli esseri umani non sono lacci. Come si fa a dire "levatevi dalla testa di andare in pensione prima dei 70 anni" e poi, a 45, dire "non servi più a nulla, sei licenziato"? Non è vero quel che dicono certi economisti che un po’ di disoccupazione frizionale serve a far funzionare l’economia».
I punti chiave del programma elettorale per la lista unitaria.
«Le dico solo la nostra priorità: non abbandonare nessuno per strada, né lavoratori, né donne, né bambini. Servono asili nido d’aziende e non di territorio. E poi... possiamo ridurre le ferie per lavorare di più, ma se noi abbiamo meno donne occupate d’Europa non è perché fanno troppe ferie ma perché non hanno modo di andare a lavorare. Dobbiamo liberare il tempo delle donne. E dobbiamo, noi maschi, occuparci di più delle cose familiari».