• Intervista

la Repubblica

Amato:serve una soluzione per l´Iraq, sbagliato dire tutti a casa

«No alla mozione per il ritiro se la presentano voterò contro»

Intervista al responsabile per il programma del Listone:
ma il governo rischia di restare solo con gli Usa
gli stati uniti Colpisce nella amministrazione Bush l´impasto di ideologia, semplicismo, improvvisazione e unilateralità cui sembrano affidate le sorti del mondo
le nazioni unite Io non so se l´Onu riuscirà a produrre un piano efficace e tale da essere approvato dal Consiglio. Ma se ci ritiriamo perderemo forza negoziale su quello stesso piano

Intervista a Giuliano Amato
di Massimo Giannini

4 maggio 2004

ROMA - «Una mozione per il ritiro delle truppe adesso? No, sono contrario, assolutamente contrario. E se l´opposizione la presentasse lo stesso, io sarei contrario ad approvarla...». Giuliano Amato, sul tema rovente della missione italiana in Iraq, non cerca giri di parole. «Ma come? - si interroga provocatoriamente il responsabile del programma della Lista Unitaria - invochiamo da mesi l´intervento dell´Onu, e adesso che l´Onu sta studiando una soluzione concreta noi diciamo "tutti a casa"? È un controsenso. Un errore che ci indebolisce, e non fa capire all´opinione pubblica cosa noi vogliamo per il futuro dell´Iraq».

Presidente Amato, la strategia americana sembra sempre più confusa e rischiosa. Fino a che punto si può seguire la linea di Bush?
«Stiamo aspettando Kerry, l´America democratica, non necessariamente quella dei democratici. Un Paese consapevole dei propri poteri, in un mondo sempre più interdipendente, sa che il proprio potere si auto-limita. Nell´Amministrazione Usa colpisce questo impasto di ideologia, semplicismo, unilateralità, improvvisazione, cui sembrano affidate le sorti del mondo. Mi colpisce che Wolfowitz intervistato dalla tv non sappia neanche quanti siano i soldati americani uccisi finora in Iraq. Mi colpisce che mentre vi è l´esigenza condivisa da tutti di "raffreddare" la situazione a Falluja, prima si riaffidi il comando a un generale della Guardia Repubblicana di Saddam, poi ci si accorga solo 48 ore dopo che forse è meglio puntare su qualcun altro. Avere la responsabilità del mondo ed esercitarla in questo modo, obiettivamente, rende inestricabili problemi già di per sé difficili».

Quindi ha ragione Zapatero, e chi in Italia invoca il «tutti a casa» subito?
«Io continuo a ripetere che è stato comunque un errore andare in Iraq. Ma oggi, di qua e di là dall´Oceano, sono sempre di più quelli che pensano "io ero contrario, ma a questo punto è in gioco il futuro dell´Iraq, quindi cerchiamo una soluzione"... »

Quale «soluzione»? Aspettare Kerry come fosse Godot, è una soluzione?
«No, non si può aspettare Kerry. Il tempo passa, il 30 giugno si avvicina. Io capisco chi dice "gli americani l´hanno fatta grossa, continuano a sbagliare, a questo punto se la vedano loro, noi ce ne andiamo". Capisco, ma non condivido. Per due ragioni. La prima è che abbiamo una responsabilità oggettiva verso l´Iraq. Non possiamo parlare di globalizzazione che è ormai entrata nelle nostre case, e poi su un problema delicato come questo chiudiamo la porta pensando così di tenerci fuori da quello che accade fuori. Questo forse era vero alla fine del XIX secolo, oggi non è più così: in un mondo interdipendente nessuno può ritenersi estraneo alle responsabilità».

È un principio condivisibile, sul piano etico e politico. Ma in concreto cosa vuol dire?
«Vuol dire che dobbiamo trovare una soluzione che concorra a rendere migliore il futuro dell´Iraq. E qui vengo alla seconda ragione che mi fa dire no al ritiro delle truppe. Occorre che una presenza laggiù non significhi solo esserci perché ormai ci siamo. Ma serva a realizzare quel futuro migliore attraverso la forza negoziale della comunità internazionale, e a rendere possibile la fine graduale dell´attuale regime che, piaccia o no, è vissuto dagli iracheni come occupazione militare da parte di forze non amiche».

E l´Onu secondo lei è in grado di produrre questa svolta?
«Io non so se le Nazioni Unite riusciranno a produrre un piano efficace e tale da essere approvato dal Consiglio di sicurezza. Ma so con certezza che se mi ritiro oggi perdo la forza negoziale per incidere su quello stesso piano. L´unica forza negoziale che ha l´Italia è quella di starci, dicendo "se non cambiate me ne vado". Questa carta negoziale io vorrei giocarla in Europa e verso l´Europa. Andando via oggi potremmo trovarci in una situazione paradossale: se in Consiglio di sicurezza si trovasse davvero l´accordo su una risoluzione che coinvolge i tre grandi paesi europei, noi che abbiamo sempre tallonato Francia e Germania finiremmo per trovarci isolati in un angolo».

Il governo italiano non sembra proprio intenzionato ad andarsene. Berlusconi ha appena ripetuto che stare in Iraq è un onore.
«Il governo italiano non se ne andrà. Ma corre il rischio opposto: quello di restare solo, a fianco degli Stati Uniti. Non sappiamo comunque cosa succederà di qui al 30 giugno. E allora proprio pensando al centrosinistra dico che non ci conviene impegnarci ora su una posizione di ritiro delle truppe. Potremmo invece trovarci noi tra un mese con un governo che si trova sulle stesse posizioni di Francia, Germania e Gran Bretagna».

Le ultime uscite di Kofi Annan, dopo le parole di Brahimi, confermano che l´Onu sta cercando davvero di ritagliarsi un ruolo forte, prima o dopo il 30 giugno.
«Appunto. Qui il centrosinistra rischia una contraddizione ulteriore. Noi per mesi e mesi abbiamo insistito sull´Onu, abbiamo gridato giustamente "solo con l´Onu, solo con l´Onu!". Adesso arriva il segretario generale che annuncia "ci sto provando", e noi ci sfiliamo? È un non senso, che ci indebolisce e non aiuta l´opinione pubblica a capire cosa vogliamo sull´Iraq. Diciamo la verità: l´urgente necessità di prendere posizione sul ritiro riflette posizioni non di politica estera, ma di politica interna. Una parte della sinistra sente l´esigenza di echeggiare sentimenti pacifisti largamente diffusi nel Paese, che tuttavia forse non si pongono il problema politico del futuro dell´Iraq. Chi dice che quel futuro potrà raddrizzarsi solo se non ci saranno presenze militari di qualunque formato è pronto a fare una scommessa che San Tommaso non farebbe. Io non escludo che le cose stiano proprio così. Ma prima, però, vorrei andare a vedere. E oggi ciò che vediamo non è un Iraq rappresentabile solo con una componente curda che governerà il Nord, o una componente sunnita che a sua volta consoliderà il controllo sui territori nei quali è già presente, o su una maggioranza sciita che finalmente potrà sentirsi tale».

È la spiegazione ricorrente per giustificare la nostra presenza a Nassiriya: se ce ne andiamo ora scoppia la guerra civile. Ma è davvero così, o non è proprio la nostra presenza a generare il conflitto?
«In quel Paese si agitano gruppi, bande, veleni di Al Qaeda in dosi massicce, collegamenti con pezzi del precedente regime baathista, in un clima la cui caoticità non mi sento di attribuire solo al fatto che c´è di fronte la presenza americana, e che, se quest´ultima non ci fosse più, il caos finirebbe. Sarò troppo pessimista, ma a me pare che una rappresentazione ottimistica dell´Iraq di oggi è coincidente con la prospettiva in base alla quale i "neocons" hanno scatenato l´inferno. Io invece penso che abbiano davvero scatenato l´inferno, e che far rientrare il genio del male nell´alambicco sarà molto complicato».

Un motivo in più, per l´opposizione, per raggiungere una linea comune che invece rischia di saltare anche stavolta.
«Il centrosinistra rischia di presentarsi una volta di più con un´immagine di rinnovata divisione. Non siamo riusciti ad evitare questa drammatizzazione su "ritiro sì, ritiro no". Ma l´Europa non ci ha aiutato. Perché anche in Europa ognuno va per conto suo, e anche negli altri Paesi la politica internazionale è una derivata della politica interna. Credo che se invece si ragionasse sui contenuti concreti di una risoluzione Onu, probabilmente troveremmo Zapatero e Blair sulla stessa posizione. E stando a ciò che hanno detto in questi giorni il ministro Frattini e il ministro francese Barnier, è anche possibile che alle stesse conclusioni arrivino anche i governi di centrodestra. sarebbe davvero molto bello se si arrivasse a una soluzione condivisa da tutta la Ue».

Prodi sembra crederci. Eppure la sua posizione prudente sul ritiro è stata contestata da tutta la sinistra.
«È vero, purtroppo. Ma invito i tanti che l´hanno contestata a una riflessione: perché non si chiedono se proprio quella posizione di Prodi, in ragione del ruolo istituzionale che riveste, non riflette forse i rapporti costanti che il presidente della Commissione Ue ha con i Paesi membri del Consiglio di sicurezza?».

E come fanno a chiederselo, se molti di quelli che a sinistra contestano Prodi inneggiano alla «resistenza irachena»?
«Quelli che parlano di resistenza irachena dovrebbero tener conto che chi ha offeso e umiliato il mondo arabo è quella parte di sé che l´ha ossificato in un crescente e intollerante dogmatismo, che alla lunga ha posto fine a una delle più affascinanti avventure culturali e scientifiche del millennio scorso: la cultura musulmana. Non c´è soluzione possibile, se il confronto è tra un Occidente che si presenta prevalentemente con l´elmetto e un mondo arabo che si presenta prevalentemente con il terrorismo in nome di Allah. Noi occidentali, e soprattutto noi europei, dobbiamo mettere in campo il nostro modello, che è quello di un grande potere civile. E dobbiamo produrre iniziative concrete, e non più solo parole, per quella parte del mondo arabo che chiede una riscossa all´insegna della dignità e non del terrore, e che già oggi denuncia il banditismo post-Saddam e il terrorismo che vive di kalashnikov e di bombe messe alla cintura dei poveri innocenti».

Si parla della presentazione di una mozione già in questa settimana. Qual è la sua posizione? Che deve fare la Lista Prodi?
«Nel programma della Lista io ho scritto una frase che a molti non è piaciuta: "Essere contro la guerra significa battersi perché le guerre finiscano, non semplicemente tirarsene fuori". E allora oggi voglio ricordare a tutti che noi del centrosinistra abbiamo sempre detto che volevamo "esserci con l´Onu", e non che volevamo "non esserci e basta"... ».

Quindi?
«Quindi io sono contrario all´ipotesi che adesso ci siano mozioni sul ritiro immediato. E se queste mozioni vengono fuori lo stesso, sono contrario ad approvarle. E non certo perché sono un guerrafondaio, ma perché, dopo aver invocato per mesi l´Onu, ora abbiamo il dovere di sostenerla con tutte le nostre forze, e di aspettare che compia fino in fondo il suo tentativo».



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