«Bin Laden ha rivoltato le zolle della terra e dopo l'11 settembre ne è uscita in maniera prorompente un'America che non vedevamo dai tempi della conquista del West e della guerra contro i giapponesi, il Paese di John Wayne. Un'America che sente a rischio i suoi interessi vitali, si autoidentifica nel Bene e combatte in modo inflessibile il Male». La riflessione di Giuliano Amato sul voto americano parte curiosamente da un parallelo cinematografico, ma approda ai compiti che si aprono, ora e subito, per l'Europa e il centrosinistra italiano. «Quest'America è profondamente religiosa ma di una religiosità biblica. E' l'11 settembre che ha creato la congiunzione tra George W. e quest'America. Lui era predisposto a questo ruolo dalla religiosità acquisita come autodifesa personale dopo le sue disgrazie, ma in fondo appena eletto era sembrato un presidente per caso».
In politica interna come si è mosso il Bush «etico»?
«Ha abbandonato il classico laissez-faire dei repubblicani che vale solo per ridurre le tasse ed è diventato fautore dell'interferenza del governo negli affari collettivi. Ai seminari Aspen del Colorado ero abituato all'annuale filippica dei repubblicani contro l'esistenza di un ministero federale dell'istruzione. Bush lo ha potenziato e gli ha dato soldi pur di condizionare l'insegnamento nelle scuole locali. Naturalmente far convivere la riduzione delle tasse con l'interventismo governativo è un rompicapo e se esistesse un meccanismo tipo Maastricht non sarebbe possibile».
Di fronte a questo formidabile mix politico-elettorale Kerry non aveva scampo?
«L'America di Wayne ha sempre convissuto con quella di Gary Cooper-Kerry, l'eroe attento agli altri, portatore del Bene ma compassionevole, capace di capire gli errori altrui e attento ai diritti. Hanno sempre convissuto, tant'è vero che si è sviluppata una tradizione garantista mantenendo però in piedi la pena di morte. Ma, quando sono in gioco gli interessi vitali, a quel punto si sente il bisogno di qualcuno che incarni Wayne. E la società aperta modello Popper diventa fortemente assiologica, caccia fuori dai confini coloro che ravvisa come un pericolo. Nell'estensione biblica della eticità, di cui Bush si sente portatore, si arriva anche a mettere in discussione assetti tradizionali: pensi agli 11 referendum che hanno riguardato la possibilità che la Costituzione federale vieti il matrimonio gay».
Kerry-Cooper ha anche condotto una campagna sbagliata?
«Solo nell'ultima fase Kerry ha cominciato ad affermare la cosa più giusta. Oltre al terrorismo, ha detto, abbiamo un altro grande pericolo rappresentato dalla proliferazione delle armi nucleari e i due si possono connettere in un cocktail esplosivo. Siamo andati in Afghanistan ma poi abbiamo lasciato carabinieri italiani e pochi altri, concentrando le nostre risorse su un Paese guidato certo da un dittatore ma che nulla aveva a che fare con Bin Laden e non aveva neanche le armi di distruzione di massa. Questo discorso Kerry lo ha fatto troppo tardi. E Michael Moore non lo ha certo aiutato a diffondere il suo verbo tra coloro che erano orientati a favore di Bush perché la sua era una versione caricaturale ed estrema del presidente uscente».
Con la riconferma di Bush cosa potrà cambiare nella politica internazionale?
«Intanto i neocons che avevano trionfato convincendolo ad andare in Iraq non sembrano esercitare più influenza sulla Casa Bianca. Oggi per Bush torna in primo piano, oltre all'exit strategy da Bagdad, la non proliferazione ma il presidente non è pronto a mettere in agenda un'invasione militare dell'Iran o un attacco militare alla Corea del Nord. La non proliferazione esige un'azione politica più a vasto raggio e porta acqua al multilateralismo. Bush giocoforza dovrà essere più pragmatico di quanto non lo sia stato finora e ciò anche per una ragione economica. Il multilateralismo comporta anche una divisione delle spese. Per sostenere il peso della guerra il budget è stato sfigurato e ci sarà da controllare la discesa del dollaro. Con una svalutazione in picchiata del 40%, gli Usa avrebbero dei seri problemi loro stessi».
Il Bush vincitore aprirà agli europei che non lo hanno seguito in Iraq?
«Anche l'uscita di Arafat potrebbe spingerlo ad adottare politiche più flessibili. Un interlocutore palestinese che ha un maggior nitore nell'affermare le ragioni del suo popolo senza inquinamenti con il terrorismo sarebbe più credibile. Fattori che giocano ai fini di un miglior rapporto con l'Europa ce ne sono, ma in politica contano molto le persone. Per Kerry sarebbe stato più facile, con Bush rispunteranno le ostilità personali con i leader di Francia e Germania. La cerimonia dello sbarco in Normandia con Chirac e Bush insieme non sembra avere sanato la ferita. Ci vorrà molta buona volontà».
Sarà decisiva la squadra che affiancherà il presidente?
«Un buon segno può venire dal ridimensionamento dei neocons anche perché il Bush-2 il mandato lo ha avuto dall'America biblica, non dai neoconservatori. Due realtà che non coincidono e lo dimostra la trasformazione dei repubblicani in partito assolutamente interclassista. Negli anni passati dominava il Big business ed era il partito dei ricchi e semi-ricchi. Oggi ha votato per i repubblicani anche una porzione del ceto medio-basso e l'aumento dei votanti ha finito per premiare anche Bush e non solo i democratici».
Di fronte alle possibili novità che deve fare l'Europa?
«Se gli Stati Uniti si dovessero riorientare, come credo, verso il multilateralismo è folle che l'Europa dica a George W. "no, tu no". Personalmente avrei preferito una netta vittoria di Kerry, ma so bene che in politica non sempre si possono scegliere gli interlocutori».
Questa affermazione può creare difficoltà nel centrosinistra e dar luogo all'accusa di legittimazione ex post della politica guerrafondaia di Bush.
«Lo so, così come sono convinto che per noi la risposta più facile è anche la più pigra. Dire che avendo vinto Bush noi possiamo continuare a manifestare contro gli Usa e contro la guerra non costa niente. Ma se il presidente americano dovesse adottare un'agenda multilaterale è evidente che un rapporto tra Stati Uniti ed Europa andrebbe comunque intrattenuto. Lo ha detto anche Fassino ieri proprio sul vostro giornale».
Si prospetta nella Gad un dibattito assai faticoso?
«E' un bene che siamo sottoposti a questa fatica. Del resto sarebbe stato lo stesso con Kerry presidente. So che la prova può essere per il centrosinistra italiano lacerante ma va affrontata e servirà a capire la nostra capacità di stare assieme su un tessuto politico di governo».