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«In questa Federazione mi riconosco»
Intervista a Giuliano Amato, di Pasquale Cascella
14 gennaio 2005
«C’è una sutura storica da compiere. E il congresso dei Ds può contribuire a definire l’identità di un soggetto politico a vocazione maggioritaria nella quale, finalmente, l’Italia possa riconoscersi». È più che interessato l’auspicio di Giuliano Amato, interno-esterno com’è alla dialettica congressuale. «Da anni - confida - vivo con disagio il dovermi sentire rappresentato dall’uno e dall’altro ma mai interamente da qualcuno e, a mia volta, di dover rappresentare nel Partito del socialismo europeo entrambi i partiti della sinistra italiana, i Ds e lo Sdi, come pezzo dell’uno e pezzo dell’altro». Per la parte che la lega ai Ds come vive questo dibattito congressuale? «Con partecipazione, evidentemente. Ma anche con una qualche preoccupazione per un risvolto che ne può ridurre la vitalità. Il congresso, finora, ha avuto un andamento positivo, consentendo il superamento della forte contrapposizione, politica e programmatica ma anche personale, manifestatasi tre anni fa alle assise di Pesaro». «La stessa ampiezza dei consensi alla piattaforma presentata dal segretario - aggiunge Amato - è il segno che Piero Fassino è riuscito a svolgere il necessario lavoro di tessitura con pazienza e tenacia. E la minore asprezza del confronto tra questa mozione e le posizioni che si considerano più di sinistra rende possibile una gestione più solidamente compatta». La definisce compatta e non unitaria per via delle differenze politiche manifestatesi con la pluralità delle mozioni di minoranza? «Dico compatta per rispetto di questa dialettica: non vorrei dare nemmeno l’impressione di ipotecare un risultato che ancora deve essere raggiunto. Accenti diversi, indubbiamente, permangono, ma a guardar bene investono temi di un’agenda che lungo questi anni è diventata comune. Cosa che depotenzia i contrasti e arricchisce una dialettica consapevole della necessità di più avanzate convergenze». Non è sul diverso carattere delle risposte che ciascuna componente trova la rispettiva legittimazione politica? «Se si tratta di rivendicare una caratterizzazione e persino una primazia nell’aver posto l’attenzione su particolari temi, posso anche riconoscerle, perché quel che conta è che c’è dialogo, che non è dialogo fra sordi e che avviene anzi con lo stesso alfabeto e gli stessi paradigmi. Proprio per questo affermare marchi con una sorta di esclusiva significherebbe demolire le mille occasioni di compenetrazione che si sono create in questi anni». È una interpretazione inedita della dialettica congressuale. Vuol provare a svilupparla nel merito? «Bene. Un carattere distintivo di chi si considera più di sinistra è la particolare attenzione al mondo del lavoro, ma è un’attenzione comune e investe temi sempre più interdipendenti con quelli della crescita e dell’innovazione. Così come il tema ambientale, su cui ho visto con piacere presentare una specifica mozione, è ormai vissuto da tutti non solo come una priorità, ma come un’emergenza per l’intero pianeta, che esige modifiche profonde e a largo raggio dei nostri sistemi economici e non solo economici. Così era trattato nel programma per le europee della lista unitaria. Si potrà divergere sulle soluzioni da dare a questo o quel particolare caso, ma la problematica d’insieme è ormai su un’agenda in cui tutti possono riconoscersi. A meno che qualcuno non dipinga i riformisti come quelli che si occupano dell’Irap e i più di sinistra quelli che si occupano della divisione internazionale del lavoro o delle energie rinnovabili. Sarebbe, in tutta evidenza, un ritratto macchiettistico che non corrisponde alla realtà». Non è una realtà la disputa sul primato dei partiti e l’autonomia dei movimenti che tante lacerazioni ha provocato a sinistra? «Questo, appunto, è un paradigma che appartiene alla vecchia storia della sinistra. Ne sono parte, eppure mi ritrovo in questi giorni a organizzare il viaggio per Porto Alegre...». Va al Social forum? «Sì, sono stato invitato a discutere il Rapporto sulla globalizzazione, che ho concorso a fare come componente della World Commission istituita dall’Onu presso l’Ilo di Ginevra. E già questo dovrebbe dimostrare quanta compenetrazione ci sia stata su un tema che ha visto in alternativa cose che non lo sono più. Di fronte alla constatazione che il Social Forum ha cambiato l’agenda del G8 (anche se non ancora la qualità delle sue decisioni), gli stessi movimenti si chiedono se abbia senso coltivare l’antagonismo come pura contestazione. Men che meno, ha senso una separazione istituzionale tra rappresentanza partitica e movimenti. Siamo forse al tempo in cui gli apparati di partito possono chiudersi in una logica autoreferenziale ignorando le realtà sociali collettive che esprimono una parte vivissima della politicità del nostro tempo? No, c’è una naturale permeabilità, un obbiettivo collegamento». Qual è, allora, il risvolto del confronto congressuale su cui diceva di nutrire qualche preoccupazione? «Proprio perché questo dibattito è in qualche modo superato, e nessuno deve fare i ruminamenti digestivi, si rischia che il congresso si adagi nella presa d'atto di questo moto di convergenza, celebri la bonaccia sui passi in avanti che i Ds sono riusciti a compiere tra un congresso e l’altro, anziché trarne con forza la lezione per procedere verso il futuro». Se la «lezione» riguarda la federazione unitaria dell’Ulivo, allora una ragione di contrapposizione vera permane? «No, se si ha una adeguata consapevolezza di quel che è accaduto. Se si ritiene che la Federazione consegni la sinistra al moderatismo, accampando una concezione immiserita del riformismo, va da se che si rinnovano condizioni di divaricazione, se non di divisione. Ma personalmente ho vissute troppe spaccature nella sinistra per conciarmi ad altri consimili traumi. Osservo, piuttosto, come il processo di riaggregazione che, anche grazie ai Ds, ha potuto svilupparsi all’indomani della sconfitta elettorale del 2001, determina coerentemente il traguardo che non abbiamo ancora raggiunto ma che abbiamo il dovere, direi storico, di perseguire». Parla della questione storica del ricongiungimento della sinistra? «Anche, ma sarebbe naturalmente risolto all’interno dell’obbiettivo, ben più ambizioso, di portare a soluzione l’ancora più grande problema della storia del centrosinistra italiano». Posso confessarle una certa sorpresa, proprio per quel disagio che lei stesso prima svelava? Mi sarei aspettato un sostegno alla proposta di Spini, Benvenuto, Trentin e altri di rendere esplicita nel simbolo dei Ds la denominazione di Partito del socialismo europeo... «Ci mancherebbe che questo sostegno non ci sia. È un dato di chiarezza, una scelta che rafforza il senso del percorso compiuto, sul piano interno e internazionale. Ma dobbiamo sapere andare avanti proprio in virtù della maturità politica acquisita e del contesto europeo in cui ci riconosciamo. Quindi, l’esplicito riconoscimento all’appartenenza socialista è un punto di partenza, non d’arrivo. E non per evitare di proporre a Franco Marini di morire socialista». Perché, allora? Per arrivare dove? «Perché dobbiamo essere in grado di riprendere con Franco Marini e con Rosy Bindi le nostre distinte tradizioni e riannodarle attorno a un futuro comune. In oltre un secolo è stato definito con formule ideologiche, politiche o meramente organizzative, ma - insomma - sempre dell’incontro tra la rappresentanza politica di chi si riconosce nella dottrina sociale cristiana e la rappresentanza partitica di matrice socialista si tratta. In più momenti della nostra storia, e in diverse forme, ci siamo incontrati, abbiamo stretto alleanze politiche e sociale, abbiamo confrontato culture e condiviso speranze, senza però mai riuscire a realizzare una compenetrazione piena». Come: con un partito unico? «Non corra subito al contenitore. È fin troppo sbrigativo liquidare sul piano organizzativo, che pure in politica non è mai fine a se stesso, quello che è un problema, appunto storico e ideale, di prima grandezza. Per ragioni che risalgono alla storia non europea, ma quasi esclusivamente italiana, sin dalla fase della prima industrializzazione i ceti popolari hanno avuto rappresentanze politiche separate, legate le une alla matrice socialista, l’altra a quella cattolica. È un problema ancora in attesa di soluzione. E se smettiamo di guardare con gli occhi volti al passato, ci ritroviamo alle prese con la necessità di offrire al paese, più che a noi stessi, una sutura culturale e politica, che è allo stesso tempo possibile e necessaria in vista del futuro non facile che abbiamo davanti». Una sutura da compiere con quale filo, se si considera il riformismo un metodo un metodo per raggiungere gli obbiettivi condivisi e non una identità riconoscibile dai valori e le idealità? «Io do per scontato che il riformismo sia il metodo di chi ha una identità. Anche qui, dovremmo essere ben al di là della vecchia disputa tra riformismo e rivoluzione. Altrimenti dovrei dire: per favore, fatemi vivere il film “Ritorno al futuro”, riportate l’orologio al 2005 perché, evidentemente, sono tornato al 1905. E nel 2005 su che cosa misuriamo l’identità riformista? È qui che si pone il tema della sutura di cui parlavo, per dare al centro-sinistra una identità all’altezza della missione nazionale che, in una fase come quella in cui siamo, la politica deve interpretare». I passi avanti, che lei stesso richiamava, non bastano? «Guai se non li avessimo compiuti. Ma, attenzione, ora siamo davanti a un paese che vive una condizione di tale incertezza sul futuro da caricarsi di aspettative gravide di tensioni e di rischi. E per tante ragioni. Questa è una fase di profonda trasformazione del lavoro e delle prospettive di lavoro. Ed è una fase nella quale diversità prima separate dalla geografia e dalla storia vivono fianco a fianco, si incontrano, mettono a soqquadro i rispettivi mondi culturali e valoriali A noi tocca costruire la prospettiva di un futuro in cui ci si possa riconoscere e, quindi, anche la prospettiva di un bene comune che non ignori i valori diversi con cui le diverse componenti della società lo vanno cercando. Ci tocca promuovere e assecondare una nuova coesione, fondata non sulla sola adesione a comuni regole procedurali, ma su fini e valori, che evitino il rifugio negli "assoluti" quali dogmi da scagliarsi gli uni contro gli altri e ne facciano invece ragioni di testimonianze di vita in funzione, appunto, del bene comune. Insomma dobbiamo tenere unita la zattera con tutti gli italiani sopra in un mare mosso nel quale ognuno di loro si chiede allo stesso tempo, e con eguale incertezza, sia "cosa farò", sia e addirittura "chi sarò"». È così drammatica la condizione in cui si ritrova il paese? «Il passaggio è uno di quelli che inducono a chiedersi se sia l’annuncio di una fine o quello di un nuovo inizio. Come in altre occasioni della storia, dipende da noi. Certo è che il paese, davanti alla nuova divisione internazionale del lavoro, all’erosione della sua efficacia concorrenziale, agli orizzonti che sempre più si chiudono su un un malcerto presente, non sa dove andare rischia una forma di 8 settembre, del tutti e casa e ciascuno si arrangi come può. A ben pensarci, questo sta diventando il messaggio del centrodestra, una volta consumato quello con cui Berlusconi aveva vinto le elezioni». Una nuova mistificazione? «Nel 2001 Berlusconi diceva, sostanzialmente: correte, correte, che in fondo c’è la miniera d’oro e chi arriva prima riempie la bisaccia. Ma funziona se ci si mette in corsa su un percorso definito e con una meta chiara, come in certe trasmissioni televisive. Al di là dello schermo tv, è da quattro anni che gli italiani corrono e corrono senza trovare la miniera d’oro e si ritrovano affannati e dispersi a chiedersi dove e per cosa continuare a correre: per sbattere, privi di bussola, di percorsi, di fiducia nel futuro, nei cinesi o nei turchi che stanno per arrivare e in cui molti intravedono soltanto la fine?». E Berlusconi vuole riportarli a casa, davanti alla tv a sorbirsi i suoi spot fantastici? «Già, cerca di ribadire il vecchio messaggio, che non trova più riscontro nella realtà, dando ad esso più spazio nel mondo della pubblicità televisiva. Così gli suggerisce la sua esperienza commerciale, di cui dice esplicitamente di voler applicare le regole. Ricordiamoci quanto disse settimane fa nella sua Convention di Mestre, tracciando una analogia tra Forza Italia e la Coca Cola. Se Coca Cola ha il 30% del mercato, deve anche avere il 30% della pubblicità e sarà questo 30% a garantirle il suo share. Ma Forza Italia non ha contro Pepsi Cola, ha contro la realtà della vita che gli italiani fanno tutti i giorni. E non basta la fantasia televisiva a cambiare le cose». Fino alla propaganda del "prendi due e paghi uno", se è vero che punta a presentarsi in campagna elettorale con quello che lei ha definito il "ticket" interscambiabile tra palazzo Chigi e il Quirinale? «Francamente non mi è chiaro se quella di Berlusconi sia stata una boutade o se sia parte consapevole di un qualche disegno o, peggio, convenienza. L’ho chiesto esplicitamente, ma non pretendo che mi si risponda. È un punto interrogativo che pende, da quella parte. Dalla nostra mi è chiaro, come lo era nelle parole su cui si è fatto tanto rumore di Massimo D’Alema, che continueremo a batterci perché il presidente della Repubblica, configurato in questa Repubblica come organo di garanzia per tutti, sia assolutamente tenuto fuori dai congegni e dalla propaganda della competizione elettorale bipolare». Competizione che si annuncia aspra già nell’imminente prova delle Regionali. Torniamo alla questione della Federazione, su cui il centrosinistra è tornato a vivere momenti di tensione. La crisi può dirsi davvero superata? «Se ci trovassimo in una condizione di normalità, una risposta incarnata da un’intesa di programma basterebbe. Ma ci troviamo di fronte a un paese che si pone insieme le domande "che farò" e "che sarò" e che, non trovando le risposte, rischia di perdere quella "armatura flessibile", evocata da Alfredo Reichlin, che è essenziale per tenerlo insieme. In un tale contesto, e davanti al messaggio berlusconiano che va sbiadendo, serve una forza aggregante, con larga vocazione maggioritaria, che assuma fino in fondo l’assillo identitario del paese» Il programma non basta a definire l’identità? «Il programma è figlio dell’identità, e non è perciò il programma che la possa dare da solo. Davanti alle incertezze del paese, dove galleggia l’identità della sinistra? O, a termini invertiti, se già fosse predefinita e percepita l’identità della sinistra, come mai stenta a essere riconosciuta dalla maggioranza degli italiani? C’è questo dietro la domanda insistente, e in parte fuori bersaglio, che ci si dia un programma». Quindi, una identità legata alla vocazione maggioritaria? «È esattamente la ragione della necessità della sutura storica tra la tradizione cattolica democratica e quella di origine socialista. Come centrosinistra abbiamo già governato, sul piano dell’alternanza democratica siamo riconosciuti e legittimati da quel dì dagli italiani. È possibile che riusciamo a vincere anche come alleanza di identità distinte. Ma per governare davvero dobbiamo saper esprimere e offrire una identità in cui possa riconoscersi l’Italia e non una parte sola di essa». Se la sutura non può che essere condivisa da chi rappresenta entrambe queste tradizioni, non è pretendere troppo dai Ds, che in fin dei conti costituiscono il partito maggiore della coalizione, dover farsi carico delle diffidenze, se non delle riserve per l’egemonia? «Certo che tocca a tutti. Ma io so, rivolgendomi ai Ds, di toccare una corda sensibile della tradizione che molti di loro hanno alle spalle. Ricorda il partito nuovo di Togliatti? Paradossalmente, ora è davvero il momento di far riemergere la vocazione nazionale, che egli intese dargli. Quello di Togliatti era un partito comunista, quindi dalla parte sbagliata della storia, e se il passaggio dal manipolo dei rivoluzionari al partito di massa avvenne, la sua vocazione nazionale era strozzata dai legami con l’Unione sovietica che lo rendevano ostico alla maggioranza - e, io aggiungo, agli interessi - degli italiani. Ora quel problema non c’è più, ora quella vocazione nazionale, se qualcosa ne è rimasto, può dispiegarsi senza remore. Ma se è così - lei mi può chiedere- si può fare appello alla vocazione nazionale senza anche ritenere i Ds legittimati a guidare la coalizione?». Glielo chiedo, in effetti: i Ds non rischiano di apparire ancora figli di un Dio minore? «La risposta è scontata. Sì, non c’è alcuna ragione ostativa alla leadership del centro-sinistra da parte di uno dei leaders dei Ds. Ciò è del resto già accaduto e i Ds ne hanno, anzi, più di uno capace di assolvere a un tale compito. Ma non è questo il problema di oggi». E qual è il problema di oggi? «Una cosa è doversi affidare a un leader altrui perché i propri sono considerati impresentabili o non legittimati, altra è sentirsi tanto forti da aprirsi alle ragioni comuni e alle stesse ragioni altrui. È in primo luogo in nome di queste ragioni che il leader più adatto a realizzare e a incarnare la sutura di cui ho parlato è oggi Romano Prodi». Tanto da dover puntare i piedi sulla Federazione dell’Ulivo? «Al di là delle sue sperimentate capacità di governo, Prodi è convinto della necessità di superare in questa chiave la nostra frammentazione, non meno di quanto lo sia il partito più forte della coalizione. Per questa convinzione si batte con fermezza, rischiando in prima persona. E che lo faccia dall’interno della tradizione cattolica di cui è partecipe, ne fa il leader più adatto a vincere ritrosie e diffidenze». E il ruolo dei Ds in questo processo? «La maturità e la vocazione nazionale dei DS possono farsi valere oggi nell’esplicitare e nel sostenere i passi di questo percorso. All’altezza dei tempi e dei bisogni che essi esprimono».
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