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la Repubblica

Amato: arrivare a vere primarie o all'investitura collettiva di Prodi. La sigla Unione per la democrazia? E' una buona ipotesi

"La sfida del Papa sui valori argine all´egoismo sociale"

  • apocalisse Nell´88 espressi dubbi sull´automatismo tra convenienza personale e diritto intangibile. Pera mi criticò: in un articolo scrisse che ero apocalittico
  • integralismo Non vedo il rischio. Il Pontefice ricorda che il messaggio cristiano è universale, quindi non può essere la bandiera di nessuna regione del mondo
  • donne single Due anni fa mi colpì la profondità con cui parlò del moltiplicarsi di donne single che diventano madri. Chiese: è bene che fuggano da Adamo?
  • matrimoni gay La famiglia fondata sul rapporto uomo-donna è il pilastro della società. Agli omosessuali vanno tuttavia riconosciuti i diritti delle coppie di fatto
  • L´ex presidente del Consiglio invita i laici a cogliere il positivo del "no" al relativismo
    "Ratzinger ripete il monito di Wojtyla: la civiltà in cui viviamo deve recuperare principi forti"

Intervista a Giuliano Amato
di Massimo Giannini

25 aprile 2005

ROMA - Presidente Amato, la morte di Giovanni Paolo II, con l´enorme emozione pubblica che ha destato in tutto il mondo, e ora l´elezione di Benedetto XVI, con l´appello vigoroso che ha lanciato alla messa di incoronazione dicendo «non abbiate paura di Cristo», hanno riaperto con forza l´antica e irrisolta questione del rapporto tra cultura laica e fede religiosa. Si è aperta una rincorsa, soprattutto tra intellettuali e politici, a etichettare Papa Ratzinger. È un reazionario che ci precipiterà al Medio Evo, o è solo un conservatore che magari sarà capace di stupirci?
«Il nuovo Papa è senz´altro un uomo di cui s´apprezza l´intelligenza, che desta grandi attese, ma di cui si temono anche le tante, note prese di posizione sui temi più diversi, e a favore d´un rinsaldamento forte di valori e principi».

La sua potente denuncia contro la "dittatura del relativismo", all´ultima messa pro eligendo prima del conclave, è stata qualcosa di più di una presa di posizione.
«Infatti, da quell´atto di forte diffidenza verso il relativismo molti suoi critici hanno cominciato a chiedersi se non siamo di fronte a un Papa conservatore, se non addirittura reazionario. Io voglio guardare alla sostanza che c´è sotto quelle parole. Il richiamo di Ratzinger è lo stesso che aveva fatto cento volte il suo predecessore, e riguarda il bisogno profondo della civiltà in cui viviamo di recuperare principi forti che si contrappongano all´indifferenza verso i valori. Riguarda il bisogno di impedire lo scivolamento delle nostre società verso quello che si chiama il tornaconto di ciascuno. In fondo, Benedetto XVI rinnova proprio l´appello di Giovanni Paolo II, quando di fronte alla caduta del comunismo ci avvertì: attenzione, la sconfitta di un´ideologia odiosa non può lasciare le nostre società nel vuoto degli ideali. È qui che Wojtyla, e ora anche Ratzinger, hanno incontrato e incontrano tanti consensi. A partire, si parva licet, dal mio».

Quindi anche lei condivide l´allarme sul relativismo culturale, che spesso rischia di sfociare nel nichilismo? E non le sembra un torto ai grandi maestri del pensiero liberale, da Mills a Popper, inserire anche il liberalismo nelle "mode del pensiero" che starebbero perdendo l´Occidente?
«Senta, a metà degli anni ‘80 quando era al culmine la scoperta delle "nuove libertà" scritte nella Costituzione ma per tanti anni compresse, io stesso iniziai a pormi la domanda: non è che ora qualunque cosa appaia conveniente al singolo la trasformiamo in un valore assoluto e in un diritto intangibile, in nome della libertà?».

E cosa si rispose?
«Mi risposi che la libertà è sempre una scelta morale tra il bene e il male, e non è mai la scelta del bene che conviene a me, e che prescinde a quel punto dalle categorie del giusto e dell´ingiusto. Con tutta una serie di conseguenze, che illustrai in un articolo sul Corriere della Sera, nel giugno del 1988, pubblicato col titolo "La libertà porta anche sofferenza". Due giorni dopo, sulla Stampa uscì una risposta molto critica di Marcello Pera, intitolata "L´apocalisse di San Giuliano". Evidentemente la mia visione in qualche modo ratzingeriana parve al Pera di allora apocalittica».

Oggi si può dire allora che il presidente del Senato si è convertito: nel denunciare la pavidità dell´Europa senza radici è diventato apocalittico come lei?
«Lasciamo stare l´apocalisse. La questione vera è che il relativismo, se diviene indifferenza ai valori, è un pericolo reale. E il tentativo di creare nella società moderna un tessuto connettivo "a prescindere" dai valori è fatalmente destinato a fallire».

Dunque, secondo lei, Papa Ratzinger non sbaglia nel contrapporre alla visione "biologista" che fu già di Oswald Spengler, secondo cui la cultura occidentale è destinata comunque alla morte, quella "volontaristica" di Arnold Toynbee, che vedeva nella religione la salvezza alla "crisi di secolarizzazione" della nostra civiltà?
«Io dico che, allora come oggi, sottrarsi al confronto con i valori non è possibile. E aggiungo che, oggi, non possiamo fare a meno dei valori. Dalla fine degli anni ‘90 c´è stato un ritorno ai valori. Un ritorno a Dio. Non sembri blasfemo, ma persino una certa riscoperta dell´esoterico e del misterico stanno lì a testimoniarlo. Harry Potter e il Codice Da Vinci, in forme distorte, esprimono questo stesso bisogno. In Europa crescono le religioni, cresce il sentimento religioso».

Questo non può essere un rischio uguale e contrario a quello della secolarizzazione? In altre parole, al relativismo si risponde con l´integralismo?
«Il sovraccarico di valori può determinare in effetti conflitti anche insanabili fra di loro e il rischio non c´è solo in campo religioso. Siamo al 25 aprile, sull´Europa e sul suo tessuto identitario pesano memorie diverse, valori nazionali diversi. Pensiamo alla questione dei Sudeti tra cechi e tedeschi, oppure al peso della questione armena sul possibile ingresso della Turchia nella Ue, oppure ancora ai Balcani. Oggi siamo alle prese con un tema che anni fa pensavamo superato: sotto le nostre democrazie si fronteggiano faglie di valori non condivisi e non a caso John Rawls e Jurgen Habermas parlano di assetto democratico che prescinda dai valori. Rawls dice: nell´impossibilità di un´intesa su un´idea di bene comune limitiamo l´accordo alle procedure. Habermas dice: in Europa limitiamoci al patriottismo costituzionale, che scaturisce dalla Costituzione comune, ma lasciamo perdere i valori. Ebbene, queste formule non funzionano. Non c´è accordo possibile sulle procedure né sulle norme di una Costituzione, se non c´è anche su qualcosa di più profondo e se non c´è condivisione di memorie pur diverse, in nome di valori superiori».

È quello che dice Papa Ratzinger, quando accusa l´Occidente di aver smarrito la sua identità, e di coltivare ormai quasi una sorta di "odio di sé". Non è così?
«I richiami di Ratzinger servono a dirci due cose. La prima: non c´è libertà senza valori, senza un profondo senso di ciò che è giusto e di ciò che non lo è. La seconda: non si costruisce una società mettendo i valori nel cassetto e esaltando l´asetticità nel nome della libertà. In fondo il richiamo alle radici cristiane voleva dire anche questo: una Costituzione non è solo procedura, ma è anche e soprattutto valori. Tuttavia, se non c´è libertà senza etica forte e se non c´è società senza valori forti, dal momento che nelle nostre civiltà convivono valori non condivisi, è evidente che il richiamo ai valori va fatto non per contrapporli in nome dell´intolleranza, ma in nome della ricerca dei principi fondanti comuni, delle nostre società e del mondo intero».

Infatti, nell´omelia d´incoronazione, mentre il Papa invoca l´esigenza di "trascinare l´uomo fuori dal deserto", aggiunge che lui pensa a tutti gli uomini, non solo ai cristiani. Ratzinger non è integralista?
«Ratzinger ci ricorda in primo luogo che quello cristiano è un messaggio che intende essere universale, e non può diventare la bandiera di nessuna regione del mondo. Qui c´è un rifiuto dell´accoppiata Occidente-cristianesimo, che non può mai essere la premessa per uno scontro tra Occidente e Oriente. E poi ci ricorda, come ha fatto ieri e in modo commovente nell´omelia pronunciata al funerale di Papa Wojtyla, che il cuore e il senso del cristianesimo è amore. È stata la rivoluzione di 2000 anni fa: il passaggio dalla divinità temuta della storia antica a quella che convince e lega gli uomini a sé attraverso l´amore».

Quindi, lei dice, proprio nella figura di Cristo, "nell´amore che redime", come ha detto nell´omelia di ieri, c´è il migliore antidoto contro un nuovo integralismo?
«Non c´è dubbio. La verità ripetuta da Ratzinger è che il messaggio di Cristo non si afferma come un dogma, che si impone contrapposto a quello di altri, ma come testimonianza che si cerca di far valere, prima di tutto con l´amore. Mi rendo conto che molti vedono, nel rigore con cui il nuovo Papa assume su di sé questa testimonianza, i "segni dell´apocalisse", secondo il Pera di 15 anni fa. Io non sono tra questi. Io sento in lui l´eco delle parole bellissime che pronunciò Wojtyla: "Per farti vivere la tua libertà Dio si rese impotente". Questo vuol dire che la libertà va esercitata come scelta. Nessuno può imporre la propria visione del bene, ma tutti siamo chiamati a lavorare per questo. Ratzinger ha molte risorse da far valere. Mi ha colpito la profondità con cui ha affrontato questioni difficili, come quella della donna di oggi. Due anni fa, davanti al crescere della maternità da parte di donne single, disse (e lo ripeto con parole mie): potrà essere vitale una società in cui la donna accetta il rapporto con l´uomo solo nella relazione madre-figlio, ma rifugge da Adamo ed Eva? Fu criticato, ma la domanda è lì, nelle evidenti difficoltà dell´uomo e della donna finalmente libera del nostro tempo di porsi responsabilmente il tema della ricostruzione del loro rapporto in termini familiari, anche se non più in termini gerarchici».

A proposito di famiglia, ora fa discutere la legge spagnola sui matrimoni gay. Lei che ne pensa?
«Tutto quello che ho detto finora non avrebbe senso se non si riconoscesse da un lato che la famiglia fondata sul rapporto uomo-donna è il pilastro d´una società organizzata, e dall´altro che l´amore fra omosessuali, perché anche questa è una forma d´amore, non può essere trattato come una forma di perversione. Io vedo quella tra gay come una coppia di partner, cui vanno riconosciuti gli stessi diritti da riconoscere a qualunque altra coppia di fatto, dall´assistenza reciproca all´abitazione. Ma non arrivo a condividere la formalizzazione del matrimonio, che è sanzione collettiva a un fatto che ha un senso anche biologico, perché vi si costruisce il futuro della società».

Per Ratzinger, comunque, resta sullo sfondo l´incognita del rapporto complesso con l´Islam fondamentalista. Benedetto XVI rischia di essere il Papa dello "scontro di civiltà" temuto da Huntington?
«M´auguro proprio di no. Il nuovo Papa ha rivolto anche ieri segni di ricerca comune alle altre religioni. Ora, se c´è una parte del mondo in cui le critiche di Wojtyla all´empietà dell´Occidente sono condivise, la si trova proprio nelle società islamiche, che sono meno empie e più attente ai principi. E questo per il Papa dei cattolici non può essere irrilevante: potrebbe essere anzi proprio qui un terreno comune di incontro».

Mai come oggi torna attuale per i laici il vecchio motto di Croce: non possiamo non dirci cristiani. Questo Papa, secondo lei, è tutto fuorché un reazionario, o un nuovo crociato della fede.
«L´intransigenza di questo Papa può non piacere a chi vede, in quella intransigenza, il profilo d´una spada. Io, da laico, sono certo che il valore del fondamentale sentimento d´amore che incarna il suo messaggio cristiano non lo spingerà mai a impugnare la spada. La sua unica "arma" sarà, con quell´amore, la ragione. E questa nessuno potrà mai temerla».





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