Third Global Forum Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato al terzo Global Forum

Fostering democracy and development through e-government

Napoli, 15 marzo 2001



(bozza non corretta)

In primo luogo, voglio portare il saluto del Governo italiano che rappresento anche se è qui il Ministro Bassanini, che per primo ringrazio per il lavoro che ha fatto affinché questo Forum potesse svolgersi, e voglio ringraziare tutti i presenti e dar loro il benvenuto in questa città della quale, come italiano, sono orgoglioso.

Napoli è stata una delle capitali di un'Italia divisa in Stati e Regni, e ora, in un mondo nel quale si impallidiscono i confini tra i Regni e gli Stati, Napoli sta diventando una delle capitali del mondo e a questo destino il Forum la riporta. È per me emblematico che sia l'Italia ad ospitarlo, perché l'Italia è tra i Paesi che possono mettere a disposizione di altri le proprie esperienze per sottolineare i grandi benefici che le nuove tecnologie possono portare allo sviluppo. Ciò nella consapevolezza, peraltro –già questo è stato detto –, che esse si collocano tra la possibilità di espansione dello sviluppo e la possibilità di esclusione dallo sviluppo di coloro che a questa nuova fase non riescono ad avere accesso.

Di questo confine occorre essere consapevoli nel momento in cui si dice, io mi sento di dirlo, che è vero che le nuove tecnologie portano con sé una maggior forza per la democrazia, ed è altrettanto vero che esse, non da sole ma innestate sulla produzione dei beni e dei servizi che già conosciamo (l'attività di impresa, l'erogazione di servizi amministrativi, di servizi sanitari, di servizi scolastici) possano consentire progressi grandiosi e cambiare i destini di singole persone e di interi Paesi.

È per questo che esserne partecipi è essere partecipi del futuro, esserne esclusi è essere esclusi dal futuro. L'Italia lo sta già sperimentando. L’e-government ha già cominciato ad essere una realtà, una realtà di migliore democrazia e di maggiore efficienza. Democrazia che è già migliore quando riesce, attraverso le nuove tecnologie, a rendere disponibili per un numero crescente di cittadini, informazioni che essi prima non avevano o che dovevano andare a cercare rivolgendosi, di volta in volta, ad altri.

Forse non tutti ricordano che abbiamo avuto nel secolo scorso regimi totalitari che rafforzavano se stessi, privando i cittadini dell'elenco telefonico o dell'orario dei treni e degli aerei. Non dando l'informazione al cittadino, infatti, si costringeva il cittadino a rivolgersi all'autorità, per averla, e l'autorità in questo modo sapeva anche il perché l'informazione veniva richiesta.

Dico questo davanti al garante italiano della privacy, perché se vi sono grandi rischi nelle banche dati per la privacy dei cittadini, l'informatizzazione delle nostre società è anche una grande difesa della privacy, in quanto permette a noi di sapere senza chiedere a nessuno ciò che serve e senza informare nessuno del perché serve.

La mia libertà è maggiore, la mia indipendenza è maggiore, la mia capacità di giudizio è maggiore. Per questo, maggiore può diventare la distanza tra me, che questo posso fare, e quel cittadino diverso da me che sia escluso da tale beneficio. Per questo, più di noi entrano nel nuovo sistema, più noi partecipiamo alla democrazia, più altri restano esclusi da questo sistema, più questi altri vivono in un regime che, pur non volendo, somiglia di più a quei vecchi regimi totalitari che non alle democrazie.

Non c'è, però, solo informazione. La seconda fase della informatizzazione delle Amministrazioni e delle società è una fase che dall'informazione porta alla erogazione dei servizi. Qui c'è anche il profilo della maggiore efficienza. Anche questo noi, in Italia, abbiamo cominciato a sperimentarlo.

Abbiamo cominciato a sperimentare che è possibile avere un servizio dalla Amministrazione senza mettersi in fila per averlo: possiamo averlo da casa e dal luogo di lavoro, possiamo organizzare le cose in modo che a qualunque branca dell'Amministrazione ci rivolgiamo possiamo arrivare ad avere i servizi che provengono da qualunque altra Amministrazione. Anche questo è democrazia.

Io ricordo la prima volta che visitai un Paese di radicato totalitarismo comunista: in quel Paese non si sapevano neppure gli indirizzi dei Ministeri. È complicato per i cittadini muoversi tra i Ministeri anche quando se ne conoscono gli indirizzi. Dare loro un front-office e metterli in condizione di acquisire ciò che a loro serve da qualunque Amministrazione, perché tutte le Amministrazioni sono fra loro connesse, significa far fare un salto di grande progresso ai rapporti tra cittadini, Stato e Governo.

Il punto focale, perciò, per me e spero per la vostra discussione – come lo è stato all'Assemblea del millennio delle Nazioni Unite e come dovrà esserlo alla prossima riunione del G8 di Genova – consiste nelle seguenti domande: “è tutto questo trasferibile ai Paesi in via di sviluppo? C'è bisogno, perché questo nuovo fiore cresca, che il terreno sia quello di un Paese già sviluppato?” La risposta che in questo Forum pensiamo possa essere data è che non è così: tutto questo, a certe condizioni che noi dobbiamo creare, è trasferibile e che, trasferendo tutto questo ai Paesi emergenti, si può facilitare e accelerare il tasso del loro sviluppo e del loro ingresso in un futuro che non può essere di pochi.

Ci sono naturalmente livelli diversi di sviluppo che consentono ingressi diversi delle nuove tecnologie, ma non c'è una soglia necessariamente intermedia di sviluppo affinché questo accada, anzi, più basso è lo sviluppo e più disperanti sono le condizioni iniziali di povertà, più è possibile che, almeno inizialmente, le nuove tecnologie suppliscano a carenze che ancora non sono stata colmate. Sono anche queste esperienze che abbiamo cominciato a fare: una donna che sta partorendo, in un villaggio, il più sperduto di un Paese sub-sahariano, può avere l'assistenza di un medico che si trova in un Paese lontano attraverso le nuove tecnologie; bambini, ragazzi e ragazze, che vivono in insediamenti dispersi, non raggiunti, per il momento, neanche da strade, possono ricevere istruzione ed educazione a distanza secondo esperimenti che già abbiamo cominciato a fare.

Ci sono, ovviamente, degli essenziali prerequisiti: occorrono le infrastrutture dell'informatica, occorre che vengano messi a fuoco contenuti appropriati per poter raggiungere utenze così diversificate, occorre, soprattutto e in primo luogo, una grande opera di formazione.

Questo fa parte della nostra azione di intervento nei Paesi in via di sviluppo, e non può essere soltanto questo ciò che noi facciamo. In una recente Conferenza svoltasi a Londra, organizzata da Gordon Brown, sulla povertà dei Bambini e sui i bambini soldati, si è parlato molto di questo. In quell’occasione, io ho detto che noi Paesi sviluppati dobbiamo portare tecnologia nei Paesi in via di sviluppo, ma guai se diciamo loro che questo è il nostro primo impegno. Dobbiamo, infatti, essere consapevoli che le nuove tecnologie aiuteranno questi Paesi ad essere più vicini al benessere domani, ma perché lo siano oggi c'è un'altra azione che noi dobbiamo compiere: aprire i nostri mercati ai loro prodotti, perché è con questi prodotti che essi oggi possano vivere. Ed è portando i loro prodotti liberamente sui nostri mercati che loro possono dare, da subito, al loro tasso di sviluppo, quel respiro che è essenziale affinché le loro economie abbiano una prospettiva di crescita.

Non siamo così sofisticati da ritenere che, uno volta che abbiamo fatto le azioni necessarie per le nuove tecnologie, noi abbiamo assolto ai nostri obblighi nei confronti di chi non ha, perché chi non ha può intanto avere, vendendo a noi prodotti che oggi non possono entrare sui nostri mercati.

È altresì essenziale che l'azione per l'ingresso delle nuove tecnologie accompagni e sostenga l'azione per la lotta contro le malattie e per la diffusione dell’education in via generale. Può suonare ironico portare hi-tech in un Paese nel quale il 30% dei bambini non raggiunge l'età adulta a causa di malattie che nei Paesi industrializzati non hanno effetti mortali. Questo implica altri impegni, ma tutti devono essere insieme sostenuti per dare prospettive a chi ne ha diritto e per dare credibilità all'azione del mondo industrializzato.

L'Italia porterà, per tutto questo, proposte al prossimo incontro del G8 e già opera nell'ambito delle Nazioni Unite affinché queste azioni si muovano parallelamente. Noi abbiamo già cominciato a delineare la costituzione di nuovi [trust fans] presso le Istituzioni multinazionali alle quali i Governi e i privati sono chiamati a dare il loro contributo, che è in primo luogo in danaro, ma può essere, come qualcuno mi ha proposto, anche in ore lavoro destinate alla formazione.

Se le maggiori imprese del mondo, presenti ora nell'uno ora nell'altro dei Paesi in via di sviluppo, dedicano una quota minima del lavoro dei dirigenti alla formazione, sia di base sia informatica, quello che è un prerequisito fondamentale, per l'ingresso delle nuove tecnologie, può trovare un solido appoggio e un solido contributo.

Vorrei concludere dicendo che, affinché tutto questo proficuamente accada, anche i Paesi destinatari debbono in più casi cambiare le cose. È una cosa che mi permetto di dire dopo che il Presidente Beki e altri leaders africani, hanno lanciato un manifesto per le nuove prospettive africane la cui parola d'ordine è [….].

L’e-government è trasparenza, è efficienza, non dà spazio alle lentezze burocratiche, chiude gli spazi per quelle azioni inconfessabili, ma spesso presenti, di corruzione che caratterizzano molto spesso interventi pubblici che avrebbero finalità di interesse collettivo. Il tema della governance prima di avere una i davanti, ha davanti l'esigenza di essere costruita e orientata a servire gli interessi collettivi, non gli interessi di coloro che governano e delle loro famiglie.

La credibilità dei Governi, la credibilità dell'azione che altri Governi possono fare in collaborazione con i primi, dipende da questo. Sta crescendo nel mondo industrializzato una tentazione che ritengo pericolosa, quella di intervenire nei Paesi emergenti saltando i Governi elettivi ed entrando direttamente con imprese e a volte con NGO, indipendentemente dai Governi. Se questa tendenza prende piede, può avere degli effetti distruttivi sugli equilibri democratici del mondo, ma affinché ciò non accada occorre che la tentazione che la muove venga rimossa e che i Governi siano sempre credibili.

Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio




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