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Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato all'Unioncamere per l'emersione del lavoro non regolare
Roma, 19 marzo 2001
Passo al secondo argomento, più importante, che mi ha colpito. C’è una differenza enorme fra il lavoro che fate voi, come commissioni, in collegamento con l’università, con le amministrazioni, e la concertazione. Guai a pensare che si tratti della stessa cosa, per diverse ragioni.
In primo luogo perché voi non disponete delle risorse che la concertazione mette a disposizione. La concertazione è l’accordo di parti rappresentative di altri, affinché, poi, scaturiscano certi comportamenti.
In secondo luogo perché voi disponete di risorse di cui non dispone la concertazione, che spesso viene scambiata come una sede che dispone anche delle vostre risorse.
Mi riferisco alla conoscenza dei fatti. Uno dei limiti, dei vizi, delle ambiguità della concertazione -- lo dico io che ne sono sempre stato un grande fautore e praticante, che la considero comunque essenziale, anche se, probabilmente, è destinata a svolgersi per il futuro con modalità molto diverse da quelle del passato, il che è più che naturale -- è che, davanti all’autorità politica che è lì con le sue policy, le parti tendono a presentarsi come quelle che sostengono, attraverso l’informazione dei fatti, la scelta proprio delle policy operata prevalentemente dalla parte pubblica.
Non è così, perché le parti sono portatrici dei loro punti di vista sui fatti; anche i loro studi e le loro conoscenze, inesorabilmente, risentono dell’esser parte del soggetto che le utilizza. Per cui vi sono dei nobilissimi centri-studi in tutte le parti ma, in genere, essi partoriscono dati che tendono a collimare con ciò che si ha interesse a sostenere: il mondo è fatto così alla fin fine. Per questo noi, in genere, vogliamo la terzietà da quelli a cui affidiamo il compito di dirci come stanno le cose.
L’ambiguità, ripeto, della concertazione consiste proprio nella singolare tensione che scaturisce dal confronto fra tesi differenti: si afferma che per risolvere i problemi del Mezzogiorno occorre ridurre l’Irpeg; in maniera diversa, si sostiene che occorre fare dell’altro. E’ possibile che né l’una né l’altra tesi corrisponda alla verità dei fatti. Esse rappresentano, in realtà, il ragionevole punto di vista di qualcuno che, dalla sua posizione -- essendo situato, perché, come diceva Camus, ciascuno di noi è situato -- vede la riduzione dell’Irpeg come la risoluzione dei suoi problemi e, magari, anche di quelli degli altri; non è detto, però, che sia così. Lo stesso vale, naturalmente, per i reciproci.
Ora, voi vi potete nutrire di conoscenze effettive. Voi potete essere in grado di dire in quali situazioni è la riduzione fiscale la leva che cambia le cose; in quali altre situazioni è la riduzione o l’aumento di qualcos’altro la carta vincente. Di questo noi abbiamo un dannato bisogno.
E’ una verità che è venuta fuori e che mi fa piacere, perché è una delle cose in cui credo e per le quali mi sono impegnato in questi anni, e continuerò a farlo: consentire alla nostra legislazione di essere fatta ex informata coscientia. Io sono consapevole del fatto che i regolatori sono restii ad accettare che le loro regole devono essere figlie non dei loro assessment estemporanei delle situazioni ma di una conoscenza effettiva delle medesime.
Io ho un grandissimo rispetto della professione del parlamentare ma anch’essa, come la professione del concertante, ha un rischio: uno va nel suo collegio, parla con quattro persone, queste gli porgono in un certo modo il problema, poi torna a Roma e trasforma in legge la soluzione prospettatagli; è influenzato da quelle quattro persone che dicono che quel problema si risolve così. Ora, può darsi che se avesse parlato con altre otto persone queste gli avrebbero fornito soluzioni diverse del medesimo problema. Prima di stabilire le regole occorrerebbe, appunto, conoscere in maniera approfondita e completa le questioni.
Si sta attuando ora, non soltanto in Italia ma anche fuori d’Italia, l’applicazione dell’analisi complessa dei costi-benefici, degli effetti competitivi o anticompetitivi, degli effetti interrelati: se intervengo nella promozione della politica industriale quali effetti produco sul mercato del lavoro? Se intervengo sul mercato del lavoro quali effetti produco di incentivazione e disincentivazione sulla distribuzione commerciale, sulla qualità dei prodotti, sull’organizzazione dei processi?
Queste sono cose che i regolatori stanno imparando pian piano solo ora a fare. Io ricordo che solo da circa dieci anni abbiamo cominciato ad imparare da questo punto di vista. Abbiamo iniziato a preoccuparci degli effetti delle leggi in materia fiscale con alcune cose assolutamente rudimentali.
Mi ricordo il caso in cui io ed Emilio Colombo ci facemmo "fregare" come bambini, perché si lavorava così un tempo. Avevamo bisogno di soldi, come in genere capita, o meglio, come capitava una volta; adesso non succede più. Ci chiedevamo cosa fosse meglio fare. Le imposte avrebbero inciso sull’inflazione e lasciamo perdere. Aumentammo la tassa fissa per l’iscrizione delle società per azioni. Naturalmente, facemmo un calcolo di gettito, moltiplicando l’aumento della tassa per il numero delle s.p.a. esistenti. Ovviamente, l’anno successivo il gettito si dimezzò perché metà delle s.p.a. diventarono s.r.l.
Questo è l’esempio più banale, che si prospetta nella “prima elementare” per chi vuole studiare da regolatore, non nel “biennio di specializzazione”. Cascammo come polli in una cosa del genere. Da allora ogni volta che qualcuno vuole aumentare il prezzo delle sigarette cerca di testare la resistenza al contrabbando, per mantenere il numero dei pacchetti venduti in tabaccheria più o meno al livello di prima.
Il problema esiste per tutte le discipline, anche per le quelle complesse, soprattutto per le interazioni che esse determinano tra un settore e l’altro.
Quelli di voi che amano queste cose le troveranno nella rivista che io dirigo, che forse non rientra fra quelle che voi leggete. Si tratta di "Mercato, concorrenza e regole". Nel prossimo numero ci sarà un eccellente articolo di un docente sui tipi esistenti di disciplina fallimentare e sugli effetti che producono queste norme. Sono esaminati molto bene i modelli che esistono al mondo e, poi, vengono poste delle domande al legislatore. Ad esempio: che cosa si vuole fare? Si vuole preservare l’azienda, dopo? Allora, non si possono mantenere tutti i privilegi che hanno i creditori cosiddetti, appunto, privilegiati, e, al limite, anche gli altri, perché questo sfascia l’azienda.
Ci sono vari congegni. Qual è l’effetto che si produce prevedendo delle punizioni per l’imprenditore che fallisce? L’effetto che si produce lo si deve sapere prima. Non ci si possono porre finalità diverse pensando che si realizzino tutte. Probabilmente, una neutralizzerà l’altra. Queste cose, nelle sedi universitarie, cominciano ad essere studiate. Sono difficili da attuare, ancora, nelle sedi operative. E’ fondamentale, però, che se ne parli. Voi, dunque, potete contribuire a questo tipo di conoscenza.
Il secondo punto importante che, secondo me, si aggancia in qualche modo al primo, è che lo sviluppo prende piede sul territorio, in ragione di quello che in esso si trova. Io sono soddisfatto perché siamo riusciti, in questi anni, a dare quantomeno senso a questa verità, tenendola presente.
La scintilla può scoccare per mille motivi diversi. La ragione che innesca lo sviluppo non è mai la stessa. La necessità, anche qui, di saper fare interagire i fattori che possono concorrere nel modo più appropriato solo nell’ambito locale può essere coltivata, realizzata ovvero contrastata.
Quando ho presentato giorni fa il libro di Viesti, frutto di un lavoro di ricerca, su come nascono i distretti industriali, ho trovato una conferma alla tesi che, da anni, andavo sostenendo. A volte ci può essere l’impresa motrice. A volte no. A volte c’è ed è essa che determina lo sviluppo. A volte sono altri fattori: il rapporto con le infrastrutture, la preesistente esperienza artigianale, il ritorno di qualcuno. Possono essere miriadi i fattori. Occorre sapere quel che accade sul territorio.
Allora, da questo punto di vista, siccome le politiche nazionali non possono essere tarate su tutti questi elementi -- non è pensabile, diventerebbero le leggi del caso per caso --, il rischio enorme che si corre con la legislazione nazionale è di fare cose che vanno in controtendenza e che, quindi, funzionano male nei singoli ambiti locali. Ciò che si deve fare è fornire delle condizioni di contesto che possono poi, in concreto, innestarsi sulle specificità di ciascun territorio senza produrre controeffetti negativi. E’ chiaro che le politiche nazionali devono essere adattate in ciascun contesto. Per questo c’è un prezioso lavoro di adeguamento delle politiche nazionali.
Io non so se ci sono cause generali dell’immersione del lavoro e dell’impresa. Può darsi che alcune ve ne siano. Mi ha colpito, per esempio, che nel suo libro, Viesti tenda ad attribuire il fenomeno all’unificazione dei livelli salariali. E’ un’affermazione che può subito sollevare delle controargomentazioni, ma questo dimostra quanto sia problematico andare alla ricerca delle ragioni generali. Certo, noi a questo punto, al di là del ripercorrere storicamente i fatti, abbiamo interesse alla riemersione. Possiamo essere ragionevolmente sicuri che non può mai essere una sola la leva su cui si può giocare per ottenere l’emersione, quali che siano stati i processi storici che hanno portato all’immersione.
Io sono tra quelli che pensano, in coscienza, l’ho anche già detto pubblicamente, che non tutto possa essere fatto emergere. Guai a noi se pensassimo che il nostro futuro stesse nell’emersione di tutto. Vi sono imprese che sopravvivono solo in quanto immerse e, probabilmente, sono quelle che usano gli strumenti più illegali, tipo il lavoro dei bambini ed altro. Queste sono imprese che -- certo, se riescono a sopravvivere in altre condizioni siamo tutti contenti -- non possono essere oggetto di particolari disposizioni per la riemersione. Non si possono tenere lì in contratto di riallineamento finché i bambini non diventano lavoratori maggiorenni, anche perché a quel punto li mandano via e prendono i figli, probabilmente.
Poi, vi sono imprese che sono sottratte allo stimolo dello sviluppo, che è lo stimolo dell’innovazione, del maggiore investimento, che fa parte di quell’ésprit che l’imprenditore, immerso o emerso, deve avere. L’imprenditore immerso che è pronto a spendersi ancora, a rischiare ancora, in condizioni diverse è uno che emergerà. Quello che resta immobile non emergerà.
Poi, le frontiere sono diverse. Di questo io sono assolutamente convinto. C’è la frontiera dei costi, questo è indiscutibile. C’è e ci stiamo adoperando per ridurli. Realisticamente non possiamo pensare di portare i costi generali al livello in cui sono oggi i costi dell’impresa sommersa. Si deve pensare al ciclo benefico dello sviluppo per creare dei riavvicinamenti. Anche perché altrimenti sarebbe inesplicabile l’esistenza delle imprese emerse, che esistono e tengono proprio in ragione di altri fattori oltre ai costi. Questo è un punto, per l’Italia, importante.
Nel nostro Paese, in ragione di un’esasperazione che c’è stata, di diversi costi che gravano sull’impresa, si è creata la troppo unilaterale aspettativa che lo sviluppo dipenda solo dalla riduzione dei costi. Ora, questo è sicuramente un fattore importante, ma guai, per un Paese come il nostro, a pensare che ci sia soltanto questo.
Il ciclo positivo dello sviluppo è fatto: di formazione di personale sempre più qualificato, e perciò stesso sempre più costoso; di possibilità di avere una squadra sulla quale poter contare, perché via via che s’innovano i processi e le tecnologie occorrono delle persone che siano in grado di seguire l’innovazione e non di esserne cancellate.
Un’altra cosa particolarmente importante è l’eliminazione delle diseconomie esterne, non la loro monetizzazione. Noi troppo a lungo abbiamo condannato parti del Mezzogiorno a rimanere indietro perché, anziché eliminare le diseconomie, le abbiamo anche troppo monetizzate, ottenendo degli sprechi di risorse pubbliche. Ai denari impiegati non corrispondevano necessariamente i risultati.
C’è il problema delle aree. E’ vero che ci sono molte imprese, non solo nel Mezzogiorno, che risultano immerse non tanto per ragioni di costi fiscali od altro quanto perché non sono a norma rispetto all’urbanistica o all’igienico-sanitario. Sono imprese che, se vengono messe nelle condizioni di spostarsi in stabilimenti, in locali adeguati, ce la fanno tranquillamente con i costi. In questo modo si tolgono da una condizione d’illegalità legata al sottoscala o all’edificio abusivo in cui sono venute crescendo.
Noi abbiamo affidato a Sviluppo Italia l’operazione di acquistare le aree dismesse, di riattarle e riattrezzarle mediante contestuale contratto con artigiani ed altri piccoli imprenditori che le prendono per il futuro. Questo può essere un modo di contribuire efficacemente alla riemersione di diverse imprese.
Inoltre, non ci devono essere tabù, secondo me, nella questione delle distorsioni che provoca il Welfare. Cerchiamo di non litigare su questo. Fa parte dell’armamentario di un paese civile sostenere con un reddito chi è disoccupato: alzi la mano chi pensa che non debba essere così.
Francamente, io mi sono vergognato, da italiano, durante le discussioni che in questi anni ci sono state su questa cosa che ha riguardato in modo particolare il Regno Unito e gli Stati Uniti: il passaggio dal Welfare al Work fair. Dicevo che da italiano questo problema non lo potevo neanche trattare perché quel Welfare da noi non c’è, quasi. Quindi, non potevamo nemmeno porci il problema del passaggio dal Welfare al Work fair, perché, appunto, disoccupazione e reddito minimo, sono cose sperimentali in un paese come il nostro.
In tutti i paesi industrializzati, che non sono tantissimi, nei quali esistono è presente la discussione sulle compatibilità non distorsive che vanno calibrate e vanno trovate.
Come indica la relazione presentata qui, nel nostro paese c’è un grandissimo interesse ad allungare la stagione turistica. Tanti luoghi d’Italia hanno quest’interesse e uno dei fattori che riducono nel tempo la stagione turistica è la distorsione derivata dal fatto che ad entrambe le parti conviene far pagare lo stagionale con l’indennità del fuori stagione piuttosto che tenerlo a lavorare durante, appunto, la stagione. Non posso non pormelo questo problema. Guai a me, però, se pormi questo problema dovesse significare abolire l’indennità di disoccupazione per non avere più la distorsione.
Non svegliamo il cane che dorme. Nessuno lo deve svegliare. Si tratta, com’è stato detto, di adeguare il Welfare, non di dire: “se non ci fosse sarebbe tanto meglio, così chi è ozioso andrà a lavorare”. Questo accadeva duecento anni fa, più o meno, come tipo di civiltà. Non vorrei che tornassimo a quella. Vanno trovate le calibrature. Occorre creare un mix di incentivi e disincentivi in relazione all’utilizzo del lavoro del personale, in maniera tale che si realizzi una non convenienza a scaricare sull’indennità di disoccupazione le persone che potrebbero invece lavorare. Questo è fattibile. Con un lavoro come quello che voi fate sul campo tutto questo è fattibile.
Naturalmente, com’è stato detto -- e con questo concludo -- non ci sono soltanto analisi da fare. Il vostro lavoro consiste nel cogliere quei fattori che operano sul territorio e nel cercare di fare in modo che la scintilla scatti, attraverso contatti, collegamenti. Animazione istituzionale è stata definita. Mi pare una definizione corretta. Questo assolutamente sul territorio ci vuole. Io l’ho constatato quando ho avuto per un anno la responsabilità dei patti territoriali, essendo a capo del Tesoro. Si faceva una fatica enorme -- almeno quando arrivai io, in quanto si era ancora nella fase di rodaggio -- a fare arrivare le risorse in sede locale, e poi lì si fermavano perché non scattavano i collegamenti. Allora, questa per me è una politica giusta. Io sono contento di aver partecipato a questo tipo d'impostazione politica. Era sbagliato operare mediante “squattrinate” gettate nel Mezzogiorno. L’ho abolito io l’intervento straordinario e non è una cosa che di notte mi perseguita. Sono contento di averlo fatto.
Ero convinto che bisognasse passare a queste politiche sul territorio, che sono più faticose, che, magari, hanno effetti meno eclatanti nell’immediato. E’ chiaro che ci vuole qualcuno che con delicatezza costruisca questo tessuto, che non ha nulla dei compiti dello Stato dirigista. Ha proprio dei compiti leggeri, di uno Stato -- Stato sta qui per: Stato, Provincia, Comune -- che fa da collegamento, che mette insieme i pezzi e che fa venir fuori il risultato. E alla fine può succedere anche a Manfredonia; dopo che siamo stati in apnea per due anni, tre anni, alla fine è venuta fuori anche la cosa di Manfredonia.
Dunque, vi ringrazio per il lavoro che fate. Fatelo con tutta la consapevolezza necessaria del fatto che voi state tra conoscenza e azione, che potete dare un formidabile contributo ad entrambe le cose. Diffidate dei semplicismi. Diffidate dei semplificatori. Producono degli straordinari slogan, che servono più a vendere il prodotto che a farlo funzionare.
Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio
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