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INTERVENTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIULIANO AMATO AL CONVEGNO “THE CHALLENGES OF GLOBAL GOVERNANCE AND THE ROLE OF THE G8” Firenze, 3 aprile 2001
Ricordo che a Washington in aprile, durante lo svolgimento del G7 dei Ministri della Finanza, a cui partecipavo in occasione dell'assemblea primaverile del Lyonnais, eravamo circondati da pacifici manifestanti. Peraltro riuscimmo a bypassare la prima mattina, arrivando alle ore 7 anziché alle ore 8 e la strada era assolutamente sgombra. Fabius decise di arrivare alle ore 8 ed entrò alle 13,30 nell'edificio della Lyonnais, perché era stato pacificamente trattenuto per l’intera mattinata.
Durante l’incontro ad Okinawa tra G7 e G8 per due volte, in riunione, feci presente che mi sembra assurdo continuare a riunirci tra di noi, mentre fuori tante persone si occupano delle stesse cose, senza che noi ci poniamo il problema di come coesistere e lavorare insieme.
Questo è un problema enorme che avrà chissà quali evoluzioni – non sono io in grado di dirlo – perché noi siamo gli elected officials e fuori ci sono persone che non ha eletto nessuno e che asseriscono di essere più rappresentative degli elected officials.
Alla base c'è quindi un problema enorme, che non riguarda solo la democrazia globale, ma anche quelle nazionali. C’è infatti la critica ormai esplicita da parte delle NGOs agli elected officials: voi siete elettivi, ma i vostri circuiti decisionali risentono prevalentemente degli interessi organizzati che hanno più voice; coloro che non hanno voice votano, ma scompaiono dopo il voto; è possibile che noi le rappresentiamo maggiormente di voi. Non so se è vero, forse no. Del resto le NGOs si sono moltiplicate in un numero elevato (sono ormai decine di migliaia, non in Italia naturalmente, ma nel contesto globale) e non è facile capire quanto ciascuna rappresenti, non avendo alla base un metodo elettivo. Tuttavia c'è un problema, perché, nei suoi termini generali, il dilemma ha una sua ragionevolezza: avere o non avere voice, entrare o non entrare nei circuiti decisionali che conseguono alle procedure elettorali.
E' un enorme problema di democrazia, perché è impensabile una democrazia non fondata sulle elezioni, ma di sicuro accade che persone, non elette, sono in grado di rappresentare interessi non colti da chi è eletto. E’ un problema da affrontare. Io feci appunto presente ad Okinawa, visto che era responsabilità dell'Italia organizzare il successivo G8, che questo tema doveva essere posto all'ordine del giorno tra i temi da discutere liberamente fra i leaders. Mi aspetto che se ne discuta in sede di G8; naturalmente per discuterne, occorre prima parlarne, perché altrimenti diventa una discussione unilaterale.
Il mio intervento prepara questa discussione e probabilmente prepara qualcosa che andrà bene al di là di Genova. Il problema che sottende questa situazione ha bisogno di molto tempo per essere compreso, dipanato e risolto. E’, tra l'altro, anche parte del problema generale della global governance, che sempre più si percepisce come una pregiudiziale rispetto alle soluzioni trovate: soluzioni ragionevoli per il mondo, ma elaborate e decise da un numero ristretto di soggetti e che vengono respinte dai destinatari, non perché sbagliate, ma perché percepite come imposte.
Fra l’altro non so quale possa essere la soluzione, ma percepisco che è verissimo quello che diceva il Presidente D'Alema, che cioè il G8 è e deve restare un gruppo informale, in quanto non è e non può essere una Istituzione internazionale.
Non dimentichiamo che il G8 è il figlio allargato di un coordinamento monetario che due grandi teste europee, Giscard D’Estaing ed Helmut Schmitd, ritennero necessario dopo la caduta di Bretton Woods: nacque il G5 per fare un coordinamento monetario che era nel vuoto, diventò G7, allargando progressivamente la sua agenda. Ci sono dei Paesi che hanno delle responsabilità in base al loro peso – inizialmente monetario –, anche in termini politici, che adottano dei loro orientamenti producendo degli effetti. Si tratta pur sempre di un peso politico.
In ragione del peso che hai sei tenuto, non perché vi sia una norma giuridica che te lo impone, ma perché te lo impone l'etica della convivenza, ad occuparti degli affari del mondo, non in ragione dei tuoi interessi vitali, ma in quanto sei responsabile. Questo non so se è ancora interamente chiaro. Il titolo di partecipazione al G8 non è la tutela dei propri interessi vitali, ma la responsabilità che si ha nei confronti del mondo, in ragione del proprio peso. Il peso porta delle responsabilità maggiori verso gli altri, oltre che verso se stessi, quindi è un'interfaccia dell'influenza, della ricchezza, del potere economico.
Si è parlato di esperienze regionali e credo anch’io che vadano coltivate, ma non voglio addentrarmi in questo argomento. E’ difficile partire dalle Nazioni Unite e scendere; è più facile partire ormai dalle realtà regionali e far crescere degli organismi il più possibile democratici. L'Europa è il migliore esempio, il Mercosur lo può diventare, […], in questi ultimi anni, è parecchio cresciuta nelle sue capacità. È in questo modo che ci si ricongiunge progressivamente agli organismi globali.
Ormai è chiarissimo che per governare non bastano soltanto i Governi nazionali. È necessario che ci sia un “co-Governo” tra Organizzazioni governative e Organizzazioni non governative, in primo luogo, perché le idee da cui nascono le decisioni di Governo non hanno motivo di nascere esclusivamente all'interno delle Istituzioni. In secondo luogo, perché l'implementazione delle idee ha un tremendo bisogno di Organizzazioni che non siano soltanto pubbliche. Le Organizzazioni che non sono pubbliche, devono in proposito ricordare che non si può chiedere per conto degli altri se gli altri non sono convinti di quello che io sto chiedendo per loro.
A me interessano moltissimo le NGOs fatte dai bianchi, perché possono far nascere NGOs fatte dai neri. Esse possono far cresce all'interno dei Paesi africani una sensibilità ai diritti fondamentali che io non posso esportare attraverso la mia cultura bianca, ma che deve essere condivisa lì, altrimenti non passa; e debbono far crescere le organizzazioni non governative od Organizzazioni sindacali perché se non sono convinti lì dei diritti inalienabili del lavoratore e del bambino non sarà la CGIL italiana o il Sindacato tedesco o statunitense a convincere quella gente.
A volte noi attribuiamo ad altri aspettative e bisogni che è giusto che ci siano. Io credo ai miei valori e non ritengo che tutte le diversità siano sullo stesso piano. Credo che ci siano diritti fondamentali della persona, che tutte le civiltà umane debbano riconoscere, e se non le riconoscono io affermo la superiorità della mia diversità su quella di chi non li riconosce. Devo però rendermi conto che lì quei diritti devono maturare e che non basta che li proclami io.
Oggi, se parliamo con diversi rappresentanti dei Paesi del cosiddetto Terzo mondo, saranno loro a dire: ”Non mettete in mezzo i diritti dei lavoratori e dei bambini, perché questo è protezionismo per le vostre merci. Voi chiamate dumping sociale quello che consente a noi di sopravvivere”. Questo ci dicono, ma io non sono d'accordo. Ma devono esserne convinti loro.
A Marx sono state attribuite tante cattiverie – forse molte più di quante ne abbia mai fatte o pensate, a parte la storia delle cameriera che non è mai stata chiarita – ma quando affermava, e non voglio diventare classista, che, perché vi sia una classe, occorre la coscienza di classe, aveva assolutamente ragione. Se non c'è la coscienza di te, tu non esisti. E non sarà un altro a farti esistere: per questo servono le NGOs, per questo servono i Sindacati. Se io, Governo di un Paese ricco, proclamo la necessità di subordinare certe aperture all'inesistenza di dumping sociale o di dumping ambientale, mi viene rivolta l'accusa di protezionismo. Se voi lasciate nascere NGOs e Organismi di rappresentanza dei lavoratori nei Paesi che oggi non riconoscono diritti, quei diritti nasceranno e saranno fatti rispettare, perché nasceranno in quelle coscienze.
Tre giorni fa ero in Canada e parlavo con il Ministro per la cooperazione con Paesi in via di sviluppo, una donna di origine italiana, che ha iniziato la propria carriera politica svolgendo volontariato a Toronto negli anni ‘60, rappresentando la comunità dei lavoratori italiani emigrati in Canada, che lavoravano come carpentieri o operai, non avendo alcuna copertura di invalidità, di vecchiaia e di assistenza sanitaria. Perché così inizia il Far West in un qualunque Paese, compreso il Canada che ora ha civilissime leggi di protezione sociale!
Ma come sono nate quelle leggi? Non sono state importate dagli Stati Uniti, né sono arrivati i Sindacati italiani a proteggere i nostri lavoratori, ma sono nate perché persone, come questa donna ora Ministro, hanno svolto volontariato, hanno contribuito alla crescita della coscienza tra i lavoratori ed hanno negoziato con il Governo provinciale e poi con quello nazionale. Questo è un punto chiave. Si può essere imperialisti anche in nome dei diritti. Le NGOs bianche possono essere imperialiste in nome dei diritti; le NGOs bianche sono preziose perché possono generare, in NGOs locali, la forza per far nascere i diritti. So che è sgradevole, ma mi fa assolutamente piacere.
Questo è il primo punto. La seconda questione che volevo sottolineare è la seguente: se si deve lavorare insieme, se siamo così tanti, se non sappiamo neanche più chi rappresenta un altro, cerchiamo di non partire dalla premessa che ciascuno di noi possiede la verità. Se esistono 30mila NGOs, esiste un numero molto alto di governi, ma tante verità fra di loro possono essere peggio delle Crociate; diventa una guerra ideologica senza fine. Cerchiamo di avere l’umiltà necessaria ad ascoltare e capire gli altri: i Governi spogli della possanza del potere; i rappresentanti della società civile spogli della certezza che, in quanto rappresentanti della società civile, sicuramente la loro verità debba essere migliore di quella dei Governi, perché non è necessariamente così.
Ciascuno di noi è, a questo mondo, più solo di quanto non creda ed il suo cervello è assai più fragile di quanto non creda. Avere certezze ci aiuta ad affermare posizioni, ma è negativo pensare di avere la verità: noi abbiamo bisogno degli altri: non è solo Dio ad avere bisogno degli uomini; anche gli uomini hanno bisogno degli altri uomini. Ricordiamolo sempre, specialmente in queste materie. Tutto ciò ci porta a valutare il modo in cui avete espresso le vostre riserve “Beyond Debt Relief”.
Era l'atteggiamento che avevo da bambino, quando iniziai il mio percorso politico: avevo il compito nella sede politica di distruggere sistematicamente i documenti della maggioranza. Ero bravissimo in questo ruolo. Il mio scopo non era giungere ad una conclusione nella discussione politica, ma dimostrare che il documento della maggioranza era illogico, incoerente, fondato su presupposti scientifici sbagliati e che recava citazioni sbagliate. Avevo acquistato una professionalità elevatissima in questo compito; non so quanto fossi utile alla collettività, ma mi divertivo.
Cominciamo dal titolo: se vogliamo chiamarlo “Debt Relief and Beyond” it doesn't make any difference to me, probabilmente eliminiamo un equivoco.
Noi per anni ci siamo sentiti dire che i Governi si occupavano solo di debt cancellation ignorando che, se non si andava oltre e non ci si occupava di rimuovere le cause strutturali che avevano generato debito, altro debito si sarebbe generato. Quindi su questa premessa, l'autore di questo documento – di cui non faccio il nome, ma è fiorentino – ha pensato di intitolarlo Beyond Debt Relief. Ma va bene. Conveniamo intanto su questo, che lo possiamo chiamare Debt Relief and Beyond, così c’è maggiore chiarezza. E’ chiaro che bisogna appunto andare più in là, questo è assolutamente vero; già l'iniziativa di Colonia era più in là, ma si può e si deve fare ancora di più, perché comunque le risorse che vanno a servizio del debito in più casi restano pesanti e sono sottratte ad altre destinazioni inutili.
Noi cancelleremo, ormai lo abbiamo già deciso, il 100% di tutto, sia il credito commerciale che di aiuto, e lo faremo sia pre cut-off date, sia post cut-off date. Noi vogliamo fare tutto questo e intendiamo farlo a Genova, come già facemmo passi in questo senso ad Okinawa, grazie al Governo D'Alema, dove io portai proprio i risultati che evidenziarono una posizione che era andata oltre a quella registrata a Colonia. L'effetto dimostrativo di esemplificazione positiva c'è quando si fa questo; il G8 serve appunto a spingere anche gli altri su questa strada.
Per quanto riguarda la questione del trade, ho notato che ci sono disquisizioni su Smith, del tipo di quelle che facevo anch'io all'epoca in cui mi divertivo a distruggere i documenti. Non credo che sia un ordine del giorno utile quello che domanda se oggi vale la pena o meno essere dalla parte della “Ricchezza delle Nazioni”. Mi pare che qui ci siano più questioni da discutere, per esempio come evitare che la liberalizzazione giochi a danno delle economie deboli. Questo è il punto chiave. Come proteggere, attraverso anche clausole transitorie, le economie deboli dall'invasione distruttrice di imprese più forti. Questo è un problema. Non è detto che la soluzione sia quella di mantenerle nel protezionismo; ricordiamoci che la infant industry è una dottrina che ha i suoi limiti, e al di là di certi limiti penalizza fortemente l'efficienza del sistema industriale che l'applica.
Vi sono, comunque, più modalità per evitare l'invasione. Una è appunto con una clausola transitoria. Un’altra è la seguente: io sono convinto, e vi segnalo che non tutti hanno presente questo aspetto, che l'Europa possa esercitare ruoli di leadership a tanti riguardi; uno di questi è l’applicazione dei principi antitrust europei vis a vis i principi antitrust degli Stati Uniti. Un mondo nel quale si applichino le regole antitrust europee, che sono imperniate sulla nozione di abuso di posizione dominante (laddove, per abuso di posizione dominante noi intendiamo non soltanto quella riduzione di Welfare che, riducendo l'output determina un presunto danno per i suoi consumatori, ma intendiamo anche la riduzione dell'offerta e, quindi, la fuoriuscita di concorrenti deboli) è un mondo che mira alla tutela, attraverso le regole antitrust europee, dei concorrenti deboli. Questi principi sono tali che, applicati all'ingresso di forti imprese in economie più arretrate, possono determinare una transizione di convivenza. Oggi è più utile discutere di questo che non di Adam Smith, e fare in modo che si affermi una world governance in termini di antitrust che sia piuttosto inspirata dai principi europei che non da quelli statunitensi.
In secondo luogo, la questione, posta dal documento scritto dall'Anonimo fiorentino, è quella di aprire i nostri mercati ai prodotti dei Paesi poveri che oggi sono tenuti fuori dai nostri mercati attraverso quote, tariffe esorbitanti e regole tecniche subdole che hanno in realtà lo scopo di far prevalere i nostri prodotti. Di questo stiamo parlando e non di Adam Smith. E’ un inizio formidabile per le economie degli LDCS poter avere i loro prodotti sui nostri mercati. Questo è il punto che in questo documento viene affermato.
Non mettiamoci a litigare sulle ideologie per paura di essere più del necessario dalla parte del libero mercato quando si tratta di convincere i Paesi ricchi a non proteggere i loro prodotti nei confronti dei Paesi deboli. Ma vogliamo scherzare? Ma allora che ci facciamo tutti nella stessa stanza, se poi troviamo il modo di dividerci su di un crinale ideologico, quando qui è in gioco la possibilità di convincere quelli che producono il riso in Italia a permettere che giunga nel nostro Paese il riso da Paesi terzi. E’ un bene che quel riso venga perché porta reddito ai Paesi più poveri del nostro. Qui sta la posta in discussione. Questo è il punto che viene toccato nel documento.
L'Italia è riuscita a convincere l'Europa, che non era affatto convinta, sull’iniziativa “ Every ting but ARMS”. Rammento che ad Okinawa, quando sostenni questa posizione, Romano Prodi, con palese imbarazzo umano, affermò che la Commissione non era in condizioni, in quel momento, di sostenere quella posizione. Poi Romano Prodi è riuscito, con l'Italia e qualcun altro dietro, a portare l'Europa su queste posizioni. Non la contestiamo qui! Questo lo considererei davvero un grave errore. Non accetterei neanche la dottrina dei compagni che sbagliano, che mi ha sempre irritato.
Sulla questione dei fondi avete assolutamente ragione tutti. Una cosa del genere serve se innesta un meccanismo che si intende essere permanente. Tra l'altro un miliardo di dollari è poco. Andando per Paesi sub-sahariani, forse basta a coprire per un po' di tempo uno dei più piccoli, ma facendo i conti già per coprire cinque-sei Paesi di non grandi dimensioni ci vogliono 5-6 miliardi di dollari. Questo ha un valore di avvio che serve a definire delle finalizzazioni e possibilmente, per l'autorevolezza che gli si potrebbe dare, mettendo dentro al suo governo Istituzioni che già se ne occupano, NGOs e Paesi donatori, fare assolvere un ruolo di coordinamento delle tante facilities esistenti. Se non si assolve ad una funzione di coordinamento, diventa una piccola cosa in più e non ce n'è bisogno.
Ci troviamo con alcuni dei colleghi del G8 che dicono che già ce ne sono troppe di facilities, di burocrazie, di gelosie tra burocrazie e rispettive NGOs. Attorno a ciascuna facilities si è creata una costituency che è in parte burocratica e in parte di NGOs, e ciascuna difende se stessa dalle altre. L'idea è di creare un qualcosa che, per l'autorevolezza, assolva ad una finalità di coordinamento. Poi si deve andare ben oltre. Oggi, soltanto, gli americani sono particolarmente favorevoli ad un Fondo contro l’AIDS. Per loro è questa l’unica finalità, probabilmente è comprare le medicine e farle arrivare là.
Noi sosteniamo pazientemente che non c’è solo l’AIDS, anche se è cosa gravissima, ma ci sono anche altre malattie come tutti sappiamo. Inoltre, è inutile che noi scaraventiamo là delle medicine che possono andare a male, essere rubate, finire chissà dove. Abbiamo bisogno di un tessuto in cui davvero le NGOs siano preziose. Queste medicine non camminano se non c’è un percorso NGOs mondiali, locali, che creino un tessuto civile sul quale si costruisca la sanità, che è rapporto tra famiglie restie, madri che nulla sanno, bambini tenuti lontano da tutto questo. Questo nessun Governo lo può fare. Per questo è fondamentale il rapporto con le NGOs, che si integrino con quelle locali. Questo è il senso che noi diamo alla finalizzazione di un Fondo per la Salute. I soldi devono essere permanenti.
Voglio concludere spendendo due parole su enviroment and energy non chiarite nel Documento che abbiamo preparato ma che troveremo nel G 8 prossimo. Sono convinto che c'è molto da fare, molto da investire e posizioni da tenere con molta fermezza. Anche di questo dobbiamo convincere i Paesi terzi, non possiamo imporre loro degli standards di civiltà che essi possano ritenere figlie di un raffinato neoimperialismo. Stiamo attenti, perché così spesso è vissuto nei Paesi terzi rispetto a quelli industrializzati: “Tu ti sei industrializzato, vuoi impedire a me di farlo o mi vuoi imporrei dei costi ben superiori a quelli che io posso affrontare”.
Ormai, nel mondo, dovrebbe essere sufficientemente chiaro che il problema ambientale è – come è stato detto – è un problema di cittadinanza. Noi non vogliamo far fare ai figli del XXI secolo la fine dei dinosauri. Questo sta diventando il problema.
Certo, stupirebbe se il Paese più avanzato del mondo avesse delle difficoltà a capire tutto questo, perché nel Paese più avanzato del mondo questo è e non può non essere chiaro. Dobbiamo convincerne gli altri e dobbiamo su questa base assumere dei comportanti che ci portino alla salvaguardia di alcuni standards essenziali. Condivido l'idea di mettere Marrakech al servizio di Rio, ma non entro in aspetti tecnici. È un altro terreno sul quale bisogna investire molto, in indirizzi di Governo e in opinione collettiva.
Quello di Genova, ripeto, sarà un appuntamento nel quale sarà importante che vi sia spazio per tutti. Non escludo che ci siano i “rompivetrine”, anche se il mondo non è fatto di “rompivetrine”. Trattasi infatti di una categoria di lavoratori specializzati, fortunatamente limitata, che può e deve essere separata e tenuta nettamente distinta da chi esprime, anche con la massima libertà di linguaggio, la propria opinione ed il proprio dissenso.
Quello che io chiedo a chi esprime la propria opinione ed il proprio dissenso è che pensi, come me, che ciascuno nel suo ruolo ha da raggiungere un risultato comune. Non ci dobbiamo dare ragioni per forza, non ci dobbiamo dare torto per forza. Ricordiamoci che c'è un'agenda della quale dobbiamo convincere il mondo. Non tutto il mondo ne è convinto: il primo punto sarà questo.
Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio
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