Inaugurazione dell'Anno Accademico 2000-2001 del Politecnico di Torino

Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato

10 aprile 2001



(Bozza non corretta)


Caro Rettore, colleghi, studenti, autorità, amici, sono qui perché c'è una ragione specifica. Tanti Atenei chiedono al Presidente del Consiglio, specie se capita anche che sia pure Ministro dell'Università per un breve tempo, di concorrere alla inaugurazione dell'Anno accademico. Ho dovuto dire dei no ed alcuni mi sono dispiaciuti.

Francamente, volevo venire qua, perché l'applauso da stadio che ha salutato il discorso del Rettore è una testimonianza minima del lavoro che ha fatto, che sta facendo e che continuerà a fare per Torino e per l'Italia, insegnando come si può usare un Ateneo per cambiare, modernizzare, innovare, sfruttare al meglio risorse disponibili e far emergere anche le risorse all'inizio non disponibili.

Insomma, io ho imparato da lui in questi mesi ed in questi anni. E di sicuro una parte di ciò che il Governo è venuto facendo – e qualcosa abbiamo fatto – per ricerca, università, sviluppo industriale, lo deve anche a proposte, iniziative, presenza di questo Politecnico e del suo Rettore. Infatti, non è la prima volta che vengo qui ad imparare, non ad insegnare. C'è da imparare da chi, oggi, è in condizione di fornirci più ricerca e di collegarla con attenzione ed intelligenza anche organizzativa, allo sviluppo complessivo del Paese ed in particolare allo sviluppo del potenziale industriale.

Il mondo vive oggi una di quelle straordinarie stagioni durante le quali lo sviluppo dipende largamente da nuove conoscenze. Non è la prima volta che accade. Ogni volta che ci troviamo di fronte ad un nuovo fenomeno noi tendiamo a considerarlo assolutamente nuovo, nuovissimo. Non è così. Già in passato abbiamo avuto l'affermarsi di nuove tecnologie che hanno richiesto ricerca, che erano figlie di ricerca, sulle quali hanno, poi, vissuto fasi di slancio e di cambiamento profondo non solo dell'impresa, ma addirittura di intere società.

È fin troppo ovvio, per chi è vicino a queste cose, ricordare il ciclo dell'energia elettrica e tutto quello che essa ha rappresentato due secoli fa – mi riferisco al fatto che è appena cominciato il ventunesimo secolo –, soprattutto nel secolo XX. Questa è una fase che per certi versi somiglia a questo, ma che va ancora più in là, proprio perché è imperniata, come tutti dicono e tutti sanno, sulla conoscenza come fattore che entra in tutte le attività umane.

Grandi e positivi cambiamenti possiamo avere dell'innesto delle nuove tecnologie nelle attività di produzione di beni e servizi che più già conosciamo. Chi vive nell'università e nel mondo della ricerca sa perfettamente che gli umori, i malumori, le gioie, le ansie e i timori legati al Nasdaq nulla possono dire sul rapporto effettivo che c'è e che sempre più ci sarà tra le possibilità di innovazione offerta da nuove tecnologie e ricerca e l'insieme delle attività produttive. Quindi, la disputa un po’ sciocca sulla preferibilità tra nuova e vecchia economia è da risolvere tranquillamente, pensando ad un'economia e ad una società innovata, nella quale entrano, producendo cambiamenti straordinariamente positivi, innesti di nuove tecnologie.

Tutto questo, in tutto il mondo, ha riattivato fortemente un circuito, che in parte si era allentato, tra Università, ricerca, istituti di ricerca ed impresa. Nel libro bianco sull’impresa e su questi temi che il Ministro dell'industria sta mettendo in circolazione in queste settimane – è un giovane bravo questo Ministro dell'industria, ve lo segnalo. Egli proviene da un'eccellente scuola, quella di Mino Andreatta, (che vorrei potesse avere ancora allievi), dal quale ha imparato molte cose e cerca di continuarne il lavoro – si ricorda una cosa che molti sanno: se le circa 4000 imprese fondate da ricercatori del MIT fossero uno Stato, esse sole sarebbero la 24a economia del mondo. E solo loro hanno generato oltre un milione di posti di lavoro.

Questo è un fenomeno che accadde ovunque proprio per questa intrinsechezza che si è venuta creando tra il potenziale innovativo offerto dalla ricerca e la corrispondente applicazione industriale che ne deriva.

Ora, questo fenomeno di rapporto tra attività di ricerca e sviluppo ed attività industriale è ancora più importante per noi italiani, che abbiamo vissuto una vicenda per più versi sciagurata che ha portato alla forte riduzione negli anni dell'attività di ricerca interna all'impresa, che rende ancora più necessario che altrove trasferire sulla società e sull'economia un potenziale di ricerca che è largamente collocato da noi più largamente che altrove all'interno delle sedi universitarie e delle istituzioni di ricerca. Per questo è così importante attivare canali di comunicazione, collegare quello che si fa, cercare di far scoccare questa benedetta scintilla che trasforma la ricerca in innovazione, senza sacrificare in alcun modo l'autenticità, l’originalità, l'indipendenza dell'attività di ricerca.

E’ proprio in questa direzione che noi abbiamo cercato di muoverci in questi anni, con innovazioni importanti. Abbiamo introdotto lo spin off in Italia: abbiamo finalmente previsto la possibilità per i ricercatori di lavorare da una parte e dall'altra a scambio e, quindi, di portare, quando il tempo è maturo, dall'ambito della ricerca all'ambito dell'innovazione produttiva i frutti del loro lavoro.

Abbiamo previsto – questo non tutti lo sanno ancora in quanto è una delibera del Consiglio dei Ministri di poche settimane fa – l'istituzione delle fondazioni per le Università. Ciascuna università potrà dotarsi di una sua fondazione.

Badate, avendolo fatto io, memore della metamorfosi delle fondazioni bancarie, in questa disciplina ho messo gli antidoti antifrankestein, prevedendo che le fondazioni universitarie servano a convogliare attorno all'università risorse pubbliche e private, ma operino in conformità ad indirizzi e a programmi che vengono dall'università, non dalla fondazione, perché il rapporto deve essere questo. La fondazione convoglia risorse attorno all’università, ma non è essa a decidere ciò che l'università dovrà fare. Questo è potenzialmente un altro grande polmone per creare collegamenti, potenziare disponibilità di risorse ed evitare che i fabbisogni universitari siano tutti ripartiti tra il contribuente e lo studente. Qui un po’ di Terza via non guasta ed è anche opportuna ed utile.

Qualcuno pensa – sbagliando – che i nostri Governi di questi anni non abbia sentito abbastanza la voce del nord. Lo spin off e il libro bianco sono dettati da suggerimenti che vengono dal Politecnico di Torino. Le fondazioni sono dettate da suggerimenti che vengono dal Politecnico di Milano. Se non è nord questo, non so il nord dove sia. E a questo abbiamo dato particolare attenzione.

Naturalmente, c'è il profilo della formazione che è straordinariamente importante. E con tutto quello che mi hanno fatto soffrire i titoli nelle scorse settimane – non a caso, poi, all'italiana, la questione l’ha risolta l'Accademia della Crusca, trovando il nome per il laureato triennale –, da quello che ci ha fatto vedere il Rettore c'era già la sostanza ed il problema del nome non era nomina su substantiam rerum. Qui la substantiam rerum c’era già prima del nomen.

È chiarissimo quello che ha spiegato Zich. In un sistema così articolato di saperi e di conoscenza, ciascuno di questi titoli corrisponde ad una sua specifica finalità. Lui lo ha chiarito nei termini propri di un Politecnico: creare e gestire innovazione e per i dottorati contribuire creativamente alla ricerca ulteriore.

Trovo giusto che gli ordini professionali segnalino la permanente superiorità del titolo superiore e, quindi, d'ora in avanti non più quello derivante da laurea quadriennale, ma quello derivante da laurea quinquennale specialistica. Permettetemi, però, di dire che la guerra nominalistica che si è fatta, per evitare che portasse in qualche modo il nome nello stesso laureato triennale, mi è parsa degna dei tempi della Secchia rapita, più che non del nostro tempo.

Se la Repubblica italiana riconosce ad un giovane un titolo che chiama laurea – come altri Paesi europei fanno e per reggere concorrenzialmente la presenza di titoli similari di altri Paesi –, io non posso poi negare a quel giovane di portare il nomen corrispondente alla laurea. Abbiamo finito grazie alla Crusca e, giustamente, per chiamarlo architetto junior ed architetto senza ulteriori qualificazioni, rimane il quadriennale o il futuro quinquennale. Ingegnere junior è diverso, perché anche può fare cose diverse e minori rispetto all'ingegnere che rimarrà in quinquennale. Ma alla proposta di chiamarlo tecno-architetto, tecno-psicologo, tecno-ingegnere, io dissi: “Ma perché non lo chiamiamo turbo-architetto, turbo-ingegnere, turbo-psicologo, meta-architetto, meta-ingegnere, meta-psicologo”, che con un accento sulla ‘a’ avrebbe soddisfatto molte delle aspettative, perché era vicino a ciò che si pretendeva. Ma questo io mi sono rifiutato di farlo.

Ora, tutto questo è affidato all'autonomia universitaria. Ovviamente, ove questa non funzionerà, questi titoli non funzioneranno, né i triennali né i quinquennali. Ma questo, vivaddio, è sempre stata la vita, e sempre più potrà esserlo, in un regime di autonomia, la vita delle università o almeno la tranquillità che in questo Politecnico sapete che cos’è un titolo triennale, un quinquennale e, vivaddio, sapete anche cos’è un dottorato. Spiegatelo agli altri italiani. E’ un titolo specialistico, non è una sinecura che mantiene in condizione di precariato un giovane per altri tre anni. E’ una preparazione specifica, non è solo accademica. Abbiamo bisogno dei dottorati anche per la vita produttiva.

Confido sul fatto che, caro Rettore, avrete qualcosa da insegnare anche dopo. Chiunque governi questo Paese avrà qualcosa da imparare ancora da voi.

Vi ringrazio.

Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio




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