Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato alla presentazione del libro di Paolo Onofri
"Un'economia sbloccata. la svolta degli anni 90 e le politiche per il futuro"

Roma, 12 aprile 2001



(Bozza non corretta)

Tra di noi non ci possiamo citare solo in presenzia, come se ci fosse la par condicio della politica, perché altrimenti diventa un inferno. Detto questo io ho riferito, in pubblico, il punto su cui divergemmo in materia di meritocrazia. Quando ti domandai se la meritocrazia deve esistere anche nelle scuole elementari o nell’asilo, tu mi rispondesti in maniera affermativa.

Mi rendo conto che questo tema non afferisce al libro di Paolo Onofri, ma è comunque una questione interessante. La meritocrazia è un criterio fondamentale per sviluppare una società: deve esistere all'Università, forse anche nelle scuole che precedono l'università; il principio della concorrenza è il modo in cui l'economia cerca di far valere la meritocrazia – certo io non ho nulla da obiettare – ma non all'asilo e alle elementari. In quei momenti esiste un problema di delicata maturazione del bambino che esce dalla famiglia, che può presentare una serie di problemi, che è ancora fortemente condizionato da questi ambienti.

Tutte le ricerche confermano che l'influenza della famiglia deve essere considerata decrescente al crescere dell'età degli allievi, al di là delle illusioni dei genitori. Ho infatti commissionato uno studio, dal quale emerge che la percezione della influenza da parte dei genitori, su ragazzi e le ragazze delle scuole medie, è tripla rispetto alla percezione da parte dei giovani; non è detto che abbiano ragione i ragazzi, perché l'influenza può essere superiore a quanto credono. Comunque non voglio entrare in questo argomento, anche se è in fondo più interessante di tanti discorsi da affrontare in campagna elettorale.

L'influenza dell'habitat in cui il bambino è cresciuto – quando è ancora in età da frequentare l'asilo e le elementari – è veramente enorme. A volte si verificano fenomeni, come i giornali hanno evidenziato nelle settimane scorse: la dislessia non percepita dall'insegnante. Il bambino non è quindi capace di leggere o di scrivere, solo perché nella fase iniziale della crescita non era in grado di percepire e di distinguere esattamente i suoni, situazione che spesso non viene percepita dall'esterno. Questo problema esige una particolare attenzione. Quindi la tua visione da College di Oxford, trasferita all'asilo e alle elementari trovava il mio dissenso, ma il dissenso termina lì. Non ho mai detto nulla di diverso da questo, lo giuro. Del resto, tu lo sai, perché di questo avevamo discusso in una cena tra amici, non ricordo se a casa di Fabrizio o di Pippo.

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Chiuso questo capitolo, non attinente al libro di Paolo Onofri, devo prendere atto che, ogni volta che ascolto Gallo parlare così, mi torna in mente – ma siamo amici ovviamente – uno spot su di un elettrodomestico intitolato “Gli Incontentabili”. Si vedevano il papà e la mamma con i bambini che percorrevano a passo svelto in vari negozi di elettrodomestici, ma dicevano sempre no, fin quando si trovavano davanti all’elettrodomestico giusto e finalmente sorridono. Io ti auguro di trovare questo elettrodomestico, perché prima o poi nella vita una soddisfazione dovrai pure averla!

Io, però, sarei più d'accordo con Giacomo Vaciago: valutiamo le differenze, il fattibile, il tasso di errore che chiunque commette quando si sperimenta nell'attività di Governo, le variabili molteplici: il risultato di questi anni è, nell'insieme, soddisfacente. In questo mi associo davvero a Giacomo Vaciago: se 5 anni fa ci avessero detto che saremmo realizzare tutto questo, probabilmente non ci avrei creduto. Tanto ciò è vero che quando “qualcuno” promise un milione di posti di lavoro si sollevarono ironie; poi altri ne hanno creati più di un milione. Questo è un dato di fatto, che ex post possiamo rilevare.

Detto questo in termini di reazione è giusto che qualcuno segnali che non è sempre abbastanza, perché altrimenti si rischia di giustificare anche l'errore, affermando che tutto va bene. E’ un bene, quindi, che qualcuno dica che non tutto è a posto. Io devo dire, rispetto alla parte iniziale del tuo discorso, relativo agli anni ‘80 e ‘90, che nel libro c'è una argomentazione forte, che fornisce una spiegazione della differenza – che è poi lo schema adottato nel libro – nota a tutti voi economisti, del rapporto tra politiche, impostazioni dei singoli attori ed aspettative che si formano nell'economia.

In realtà, negli anni ‘80 riesce lentamente ad affermarsi una politica antinflazionistica – su questo non c'è dubbio – alla quale, però, per una serie di ragioni che riguardano il contesto dei vincoli esistenti in questi anni, non si accompagna una politica salariale e di bilancio ispirate a principi di stabilità e di vincolo. O meglio la politica di bilancio ha un andamento che, ancorché non assecondi più l'inflazione, non è comunque stringente (come negli anni '90); accade ancora, negli anni '80, che permangano impulsi sugli attori, tali da continuare ad assecondare comportamenti espansivi, sia in termini salariali, sia in termini di politiche di bilancio.

Andrea Monorchio ed io abbiamo “nella carne” la differenza tra questo aspetto degli anni '80, che pur furono molto positivi perché ci spostammo da una inflazione a 2 cifre ad una inflazione a una cifra. Ma quando lavoravamo, nell'estate degli anni '80 sul tendenziale, tutto il nostro sforzo di manovra di bilancio consisteva nel riassorbirlo e farlo scendere a livelli ragionevoli: ma ci scappava sempre! L’anno successivo era sempre come il precedente.

Mi tornavano in mente quei giocattoli per bambini con la molla, che aprendo lo sportellino salta un pupazzetto; il tendenziale, per tutti gli anni '80, funzionava in questo modo: quando noi aprivamo il coperchio della scatola, a luglio, questo tendenziale saliva, e tutta la nostra manovra di bilancio consisteva nel richiudere la scatola, ma la molla restava dentro; l'anno successivo riaprivamo la scatola per la Finanziaria ed il tendenziale saltava nuovamente.

Noi ci siamo trovati l'anno scorso, insieme al Ministero del Tesoro, davanti ad un tendenziale che, a legislazione vigente, andava a zero: questa è una assoluta differenza tra gli anni '80 e gli anni '90. Naturalmente immettendo varie autorizzazioni legislative in Finanziaria si poneva nuovamente il problema. Ma dall'anno scorso variamo le manovre, non allo scopo di far rientrare nel coperchio il tendenziale, ma allo scopo di coprire maggiori spese, che il Governo e il Parlamento ritengano necessarie. Questa è una differenza molto significativa, perché fa comprendere il cambiamento rilevante degli anni '90, che ha investito l'insieme delle aspettative.

La politica salariale si è ricondotta entro i confini di una politica dei redditi, non a caso a partire dal 1992: fu allora che deindicizzammo in via definitiva e addirittura congelammo per un anno i salari, (salvo le 20 mila lire) e poi, dal 1993 entrò in vigore l'accordo. Ora si discute di rivederlo, ma questo accordo ha determinato un andamento compatibile dei salari, al punto che, ogni volta che c'è una rilevazione retributiva, la tua preoccupazione è che emerga che i salari sono cresciuti meno dell'inflazione, perché ciò pone, rispetto alla tua organizzazione, il problema di dover contenere delle spinte. Ma questa è la tendenza dei salari; ogni volta che noi del settore pubblico superiamo questo indice, lo dobbiamo giustificare, in ragione dei processi di riforma ai quali questi innalzamenti sono legati. Questa è una differenza che volevo far notare.

Il libro merita di essere letto anche per questa lunga analisi del trentennio dagli anni ‘70 agli anni ‘90, svolto verificando i punti di cambiamento. Il libro sottolinea anche giustamente, usando lo stesso congegno, che nonostante la “botta” del 1992, la percezione degli operatori non fu tale da invertire il ciclo: per due o tre anni è rimasta una incertezza nei comportamenti, quasi fosse un intervento figlio di emergenze assolute, ma che non modificava sufficientemente i percorsi, come è accaduto con la “botta a freddo” – come la definisci tu – degli anni ‘96-‘97.

Non voglio esaminare quello che il libro racconta in relazione a quello che è stato fatto; non tocca a me raccontarlo, ma a lui. E’ anche buffa questa situazione: scrive un libro, parla del Governo, ma è sempre stato un consigliere che prendeva appunti e su questi ha scritto un libro. E va benissimo così.

Mi interessa molto – perché questa è la parte davvero intrigante – il modo intelligente e acuto (così diremmo scrivendo una recensione su un quotidiano) con cui analizza i problemi attuali, che sono in parte presenti, in parte futuri. Essi sono essenzialmente l’incompiuta della competitività e tutte le questioni che si legano alle nuove incertezze e alle soluzioni che richiedono. Questa è una parte che, chi vive la politica, dovrebbe leggere con calma, riflettendoci per ricavarne impulsi virtuosi. Dell’incompiuta della competitività dobbiamo parlare a 360 gradi, con calma, al di fuori dei pregiudizi della situazione: io ho il pregiudizio da Governo, egli quello da Confindustria (anche se non è della Confindustria, pur incontrandolo spesso lì). Però in qualche modo, ciascuno di noi è schierato.

Noi il costo lavoro lo abbiamo ridotto già in modo significativo, tra l'altro l'ultima tabella che mi ha inviato da Piercarlo questa mattina (in ritardo rispetto all'uso che ne dovevo fare) mette in evidenza che, la componente non salariale del costo di lavoro, è, accanto alle privatizzazioni, un altro nostro primato in Europa: noi siamo quelli con la riduzione più netta (rivolgersi a Piercarlo per avere le tabelle relative al 1999-2000 che poi farò vedere). So bene che l'elettrodomestico è un altro – è sicuro che non lo compravi – ma nel 1999-2000 si è verificata la variazione più significativa al ribasso della componente non salariale. Misurati in Euro, sappiamo che, per il costo medio orario, noi siamo sulle 30 mila, la Germania sulle 38 mila e la Francia sulle 34 mila. Nota giustamente Paolo Onofri che forse noi abbiamo una maggiore omogeneità tra i livelli alti e bassi; ma non è così: solo in termini di dispersione la Gran Bretagna ha valori più elevati; il nostro grado di dispersione è, più o meno, lo stesso di tutti gli altri grandi Paesi. Il problema non è questo.

Abbiamo questioni non ancora completamente risolte su altri fronti: vediamoli tutti.

Io ho ripetuto anche in un'intervista al “Corriere della Sera” di avere apprezzato molto l’intervento del Presidente della Confindustria, intervento che io ho cercato di riprenderne e di valorizzare nella sua relazione a Parma: “Colleghi imprenditori, guardiamoci allo specchio e guardiamo se la struttura del nostro sistema di impresa riesce a reggere la competitività in un mercato globalizzato”.

Se possiamo quindi seriamente guardare alla miriade di piccole imprese a struttura familiare; se il capitale internazionale che circola in grande abbondanza, essenziale per essere sui mercati mondiali, può arrivare ad imprese del genere; se, davanti alla circostanza che tante aziende rischiano di rinsecchire, perché i figli non sono interessati alla gestione, non sia il momento di far intervenire il mercato, ma non lo Stato, organizzando il nostro sistema imprenditoriale al quale io pur riconosco meriti enormi, rispetto al passato e al presente dell'Italia.

Un Paese infatti che riesce ad essere il quinto o il sesto Paese industriale del mondo, con una struttura d'impresa italiana, ha degli imprenditori che sono dei Batistuta al 90%, perché altrimenti non saremmo a quel posto con una struttura di impresa così polverizzata. Ma così possiamo entrare, nel XXI secolo, sul mercato globale o alle imprese dobbiamo chiedere il coraggio di saltare nel mercato, assicurando alle loro famiglie un reddito da fondi di investimento e non da proprietà e controllo esclusivo di impresa? Non è l'unica causa, ma abbiamo anche questo problema.

Ma abbiamo un’altra grande questione: se continuiamo a occuparci soltanto dei costi, noi non dedichiamo sufficiente attenzione all'innovazione d'impresa, all'assunzione nell'impresa di un management innovativo che porti i processi e i prodotti della impresa ad un livello fortemente competitivo sul mercato internazionale. Noi non siamo presenti con l'investimento diretto, per debolezza di capitali, in primo luogo, e per piccolezza dimensionale. Cosa può fare anche Fabrizio dinanzi al mercato globale? E’ bravo, ma cosa può fare da solo? Non si può dipendere dallo Stato, quando si entra nel mercato, altrimenti restiamo tutti figli dello Stato, anche se è buono ed economista come Fabrizio.

Anche nei settori d’esportazione – il libro lo testimonia – noi rischiamo di diminuire, perché comincia a morderci una concorrenza esterna. Noi continuiamo a mantenere nei settori dove la domanda regge maggiormente, ma esiste questo problema, anche se è di medio termine. Non possiamo continuare a pensare che tutto deve dipendere dallo Stato – che certamente deve migliorare tanto – ma cominciamo a pensare che non è l’unico a cui chiedere dei cambiamenti, perché c'è un problema di competitività.

Un'altra questione che il libro tocca, che mi sembra di grandissimo interesse e che ha anche un risvolto politico importantissimo, è quella legata alle incertezze e ai costi. Qualcuno si domanda come mai buona parte del ceto medio italiano sia radicalizzato; e noi tutti assistiamo a questo fenomeno singolare: ci sono partiti che vengono definiti espressione dei ceti moderati, che si esprimono con un linguaggio urlato, che è il megafono di atteggiamenti che cominciano ad essere diffusi, di forte insofferenza, di rifiuto.

La radicalizzazione dei ceti intermedi è un fenomeno descritto in molti libri, ma da dove proviene? E' tutta colpa di Bossi che ci ha abituato ad un linguaggio non consigliato da Monsignor Della Casa, o c'è anche un fenomeno più strutturale che comincia a pesare, senza piena consapevolezza, sulle coscienze delle generazioni intorno ai 35-40 anni che stanno percependo di avere un lavoro meno sicuro delle generazioni precedenti, che in futuro dovranno pagare le pensioni della generazione precedente, che devono accantonare delle somme per pagare la propria, pensione, perché ora emerge il problema delle previdenza integrativa che devono versare i singoli?

Il cambiamento ha, tra gli altri, questo problema: noi continuiamo ad utilizzare schemi fondati sul patto intergenerazionale e sul trasferimento alla generazione successiva dei costi di quella precedente. I sistemi, come è noto, previdenziali a ripartizione sono fondati esattamente su questo principio: i contributi tolti dalla mia retribuzione, costituiscono la pensione che mi verrà erogata; questo è proprio del sistema ripartizione; ciò che consente a questo sistema di esercitare quella sacrosanta funzione redistributiva dei sistemi pensionistici. Ma quando cambiano le tendenze demografiche, quando il numero dei pensionandi tende fortemente a crescere, si crea una situazione per cui al giovane si dice che avrà un lavoro precario, con il quale dovrà mantenere se stesso, provvedere ad una parte della vecchiaia e continuare, con i contributi, a pagare la generazione precedente.

Io ho la sensazione che questo tipo di vicenda, non spiegata chiaramente, sia già presente nella coscienza di ciascuno. Si pongono delle premesse difficili, delle premesse di gestione difficile del futuro. Questo è trattato nelle 30 pagine finali del libro ed una prospettiva che condivido totalmente: da un lato riarticolare le reti di sicurezza, per chi è in fase ancora lavorativa in modo da fornire tranquillità sui cicli bassi del reddito da lavoro legati alle sue discontinuità e quindi conti individuali di welfare che siano costruiti con flessibilità interna tale da alimentare, in caso di necessità, indennità di disoccupazione ovvero, in assenza di questa necessità, da essere accantonati per trattamenti previdenziali futuri; dall’altro, evidentemente, riequilibrare il rapporto tra previdenza obbligatoria e previdenza integrativa, che è un'esigenza fondamentale del nostro futuro, proprio perché destinata ad intervenire e perché, nel medio periodo, ha l'effetto, accantonando per la parte di previdenza integrativa, di posticipare il pagamento con la partecipazione agli utili delle imprese in cui è investito il mio risparmio, non pescando nelle contribuzioni pagate dai lavoratori della generazione successiva.

Per questo io sono dispiaciuto di non aver trovato un accordo sul TFR e ho lanciato quell'indicazione che ha creato esagerato dispiacere. Portiamo anche la questione ad un tavolo negoziale in cui si discute di altro, ma dovremmo essere tutti convinti che la questione è importante di per sé e che quindi rafforzare la previdenza integrativa è nell'interesse del sistema, non è nell'interesse di qualcuno.

Paolo Onofri è stato protagonista, ancora più di me, di tutta questa storia, e magari, quando scriverà un altro libro, potrà anche raccontare questa vicenda in tutti i suoi passaggi.

Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio




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