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Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato alla presentazione del libro di Ersilia Salvato "Parole del mio tempo: intervista a cura di Eugenio Manca" Roma, 28 maggio 2001
Si tratta di valori positivi, che presentano un grande spazio per il nostro futuro e sui quali possiamo costruire. Quindi, per cortesia, non penate di essere dall'analista. Se qui fossimo in una prima seduta di analista, io mi alzerei e me ne andrei perché direi: “scusi dottore, io sto bene non vedo perché sono qua”.
Rifiuto totalmente il fatto che l'Ulivo e le sue componenti, in particolare quelle di sinistra che presentano un ovvio problema di riassestamento, debbano per affrontare questo processo attraversare due anni di tormentose sedute dall'analista, andando a riscoprire i lori traumi infantili. Ciò non serve a niente perché ha solo effetti distruttivi, e non c'è nessuna ragione per autodistruggerci.
Questo che dico in premessa è ciò che temevo da un risultato non positivo delle elezioni, che cioè esso fosse seguito da sedute dall'analista che rappresentano la modalità di autodistruzione che la sinistra, nei suoi momenti peggiori, ha sempre scelto per ridurre la propria forza.
A questo punto, è necessario esaminare i problemi che abbiamo davanti e trovare le soluzioni migliori per uscire da una condizione non facile: lo sappiamo che la sinistra è stata mediamente al di sopra del 40% per anni ed ora sfiora il 25%. Perciò, ritengo che rivolgersi all’analista è grave.
Premesso ciò non è che Ersilia Salvato, passando da un partito all'altro, si è adagiata su quadri di riferimento volta a volta diversi. Lei si è costruita attraverso la propria cultura, la propria esperienza di vita, la propria esperienza collettiva e politica, un quadro di riferimento; è andata cercando collocazioni politiche (il quadro di riferimento è la sinistra), che le permettessero di trovare le maggiori possibilità di vederlo realizzato e autonomo. Non è affatto cambiata, anzi ha mantenuto una straordinaria coerenza.
Il libro, perciò, presenta una biografia personale politica di una persona trasparente soprattutto nel definire ciò che si aspetta da se stessa e ciò che si attende di poter fare insieme agli altri. In fondo, i suoi spostamenti da una collocazione all'altra sono di insoddisfazione perché quel quadro di riferimento non lo vede sufficientemente realizzato o realizzabile né nell'una o né nell'altra di queste collocazioni.
È necessario sottolineare ciò perché il quadro di riferimento è il quadro di una persona che si è venuta costruendo, che arriva all'esperienza politica per una scelta che passa dall'attività d'insegnamento all'attività sindacale, quindi all'attività politica, che comprende, attraverso la propria storia, che è possibile che ciascuno di noi realizzi un grado adeguato di libertà, se è nelle dovute condizioni, e che quindi sente la responsabilità di aiutare gli altri a mettersi nella condizione di essere aiutati. Questa è, in pochissime parole, la sua esperienza ed è quello che io definisco socialismo.
Grandi dispute passate si sono giocate proprio su questo punto: l'idea della autoricreazione di ciascuno e di ciascuna attraverso l’autorealizzazione di sé e la costruzione di una collettività, in cui sia possibile per tutti l’autorealizzazione.
In ciò consiste la ragione delle sue prime delusioni politiche, quando entra in un partito nel quale le rigidezze sembrano implicare non che ciascuno debba essere libero, ma che ciascuno debba essere partecipe, che l'occuparsi degli altri abbia per finalità prevalente l’equità piuttosto che la costruzione di libertà.
A pagina 46 del libro si legge: “Era un'idea di liberazione dell'uomo e della donna sostanziata da forme di autogoverno e partecipazione piena, e dunque trovavo inaccettabili non soltanto le deformazioni dei valori presenti in un regime del socialismo realizzato, ma anche le rigidezze di un correntismo che sopravviveva al PCI. Quando oggi si dice che il Comunismo e la libertà si sono rivelati inconciliabili, io razionalmente non posso non concordare”.
Io concordo con questo concetto in quanto ho sempre pensato che l'ideale del socialismo si realizzasse nel tempo in questo modo. Al di là di ciò che la storia fa, gli utopisti che hanno disegnato questo ideale – non soltanto gli utopisti definiti storicamente tali, ma anche Carlo Marx – non a caso pensavano all’estinzione dello Stato, che è un'ideale probabilmente utopico ma che implica che si arrivi a costruire una società nella quale la eteroregolazione è tendenzialmente meno necessaria dell'autoregolazione.
Pur consapevoli della natura utopica di questo assetto storico, esso indica un modo di collegarsi con gli altri e di orientare le proprie libertà politiche. Quindi, il solo fatto che si parli non soltanto di equità ma anche di libertà è di straordinaria importanza e ferisce al cuore una delle malattie storiche della sinistra, quella di dar vita ad uno strato dirigente il quale affida i propri destini al poter continuare ad essere l'angelo custode di qualcun altro. E quando questo qualcun altro dice: "Ma io posso essere l'angelo custode di me medesimo”, non va bene perché a quel punto si arriva alla disoccupazione e gli angeli custodi non ci sono più.
Questo è un problema storico con il quale abbiamo fatto i conti e sappiamo che chi ha sostenuto queste posizioni, duecento anni fa, venne definito anarchico, anche se non necessariamente lo era.
Anche il concetto di libertà Ersilia Salvato lo intende come l’ho sempre inteso io, cioè la libertà è uno strumento, oltre che un fine, di autoregolazione in quanto incorpora dentro di sé il principio sacro e fondamentale che in quanto libero io sono responsabile, oltre che di me stesso, anche degli altri e del mio rapporto con gli altri.
Ciò implica che i valori essenziali per la convivenza, come quelli della equità, della dignità, del riconoscimento degli altri, anziché essere imposti da una legge esterna fanno parte del bagaglio attraverso il quale io, essere libero, distinguo il giusto dal non giusto. È una giustizia che nasce da me non da una legge e in questa chiave non si parla di libertà di testo per la quale, come dice giustamente Ersilia Salvato, essere liberi significa far valere se stessi.
Questo lo abbiamo visto molto nei valori espliciti e a volte subliminali e impliciti delle campagne di destra alle quali abbiamo assistito, che sono una sorta di sollecitazione di un individualismo che non vede negli altri confini o ragioni di autolimitazione.
Quel tipo di estinzione dello Stato, che è in qualche modo implicita in una campagna di destra del tipo “via le tasse e via le leggi perché sono solo un fattore limitante della mia libertà”, fa appello ad una nozione di libertà che è coincidente con quella di autoconvenienza. Chi volesse cioè esercitare la propria libertà deve scegliere ciò che è conveniente per sé a prescindere da ogni altra considerazione.
La nozione di libertà che viene adottata da Ersilia è, peraltro, quella più classica di autoassunzione di responsabilità nei confronti propri e nei confronti degli altri.
Tra l’altro non è neppure necessario essere di sinistra per aderire a questa nozione di libertà, perché tanti altri, che hanno scritto di libertà, la definiscono come una scelta morale non imposta ma autodeterminata.
Questo è importantissimo in chiave di organizzazione e soprattutto per agganciare i non classificati. Infatti, nel momento in cui dico – non credo di essere arbitrario nel dirlo – che questo è il socialismo, assegno a questo sostantivo una capacità di essere vitale nel futuro, molto superiore a quella che gli attribuiscono taluni che si guadagnano il pane scrivendo sui giornali, che identificano in questa parola un riferimento archeologico che esprime semplicemente il desiderio di liberarsi di tutto questo, non la effettiva fondatezza storica che di questo ci si possa liberare.
Oggi il sentimento con il quale si ha a che fare, ben più largo degli attuali confini della sinistra, è proprio quello volto al riconoscimento degli spazi dei diritti e delle libertà di tanti, ai quali questi spazi vengono negati. Non si tratta soltanto dell'esclusione di coloro che definiamo tradizionalmente esclusi, che fanno parte del problema – alla fine dell'800 erano i braccianti nostrani, ora sono i braccianti che arrivano da altri Paesi –, ma oggi la questione viene teorizzata e fatta valere da persone che si impegnano nell'organizzazione di interessi collettivi non politici, in quanto vedono nella politica una canalizzazione istituzionalizzata attraverso la quale passano solo le voci degli interessi forti.
Si tratta di persone che tendono ad autoorganizzarsi in NGOs per affermare il diritto, delle voci che non passano attraverso la politica, di interagire sulle questioni che interessano il mondo. Non è un caso che questa storia sia resa particolarmente evidente dalla globalizzazione: da una parte c’è la percezione dei processi economici e non solo che sfuggono ad ogni possibilità di governo perché avvengono al di sopra delle giurisdizioni di Governo, dall'altra c'è la percezione che, nei limiti entro i quali le giurisdizioni di Governo riescono a raggiungere questi processi, lo fanno sovraccarichi degli interessi di chi riesce a passare attraverso i processi di Governo lasciando fuori gli interessi dei più.
È da qui che nasce la questione posta più volte che io ho peraltro posto all'ordine del giorno del prossimo G8. Io in quella occasione non sarò più Presidente del Consiglio dei Ministri per cui non sono certo che essa sarà discussa. Mi riferisco al dilemma della global governance, dove da una parte ci sono gli elected officials, ai quali viene negato di essere rappresentativi, e dall'altra ci sono i non elected officials, cioè i rappresentanti delle NGOs che asseriscono di essere più rappresentativi.
Questo problema lo si può risolvere attraverso il socialismo inteso come libertà, non come ordine e burocrazia, dove libertà è scelta responsabile non convenienza.
In ciò è indiscutibile che è fondamentale che la sinistra, oltre a rendersi capace di essere interprete del bisogno di libertà, si liberi della dicotomia interna, quella cioè delle due sinistre. Anch'io sono rimasto colpito dalla citazione che prima è stata letta in base alla quale “La conseguenza iscritta nelle cose è per Rifondazione una radicalità strillata e inconcludente, per i DS un moderatismo nei fatti e nella cultura […].
Questa divisione può darsi che abbia una ragione banalmente burocratica, come direbbe Weber, che è quella che porta il Parlamento a moltiplicare i Gruppi parlamentari, giacché da ciò discendano due segretarie, quattro stanze, un fax e un finanziamento. Questo è un potente fattore antiunitario che opera se non nella coscienza delle masse in quella di coloro che le dirigono.
Ma, al di là di questo, qual è il difetto grave dell’idea della sinistra alternativa? Consentitemi, da persona che è stata sempre per storia e per cultura personale socialista (ho dentro di me la storia del partito padre di tutta la nostra vicenda, nato nel 1892), di dire che i massimalisti riformisti hanno un disperato bisogno l'uno dell'altro, perché non possono vivere separati. Essi hanno sempre avuto la caratteristica di essere i più straordinari ed i più efficaci analisti delle situazioni e delle difficoltà da affrontare: ancora oggi troviamo le descrizioni migliori della questione sociale così come essa si presentava agli inizi del secolo.
Il problema è che i massimalisti mancavano di una soluzione adeguata all'intensità della denuncia, anzi per avere una soluzione all'altezza di questa intensità, se lavoravano in proprio, riuscivano a fornire delle soluzioni comunque non praticabili. E di qua sorge l'inesorabile bisogno reciproco, con tutti i conflitti che ne vengono, con i riformisti che erano più orientati a trovare la soluzione.
Ma i riformisti sottratti (ricordo le parole di Ersilia) all'humus dei massimalisti finiscono per trovare una soluzione semplice per un altro problema, che non presenta più la complessità del problema iniziale, mentre i massimalisti slegati dai riformisti finiscono per non trovare la soluzione.
Alla luce di ciò, ho imparato una cosa e cioè che queste separazioni nuocciono tremendamente perché si tratta di angolature tutte necessarie. Oggi, come potremmo pensare di ricomporre un mondo che si sta dividendo tra NGOs, associazioni, partiti e così via, se partissimo e accettassimo una premessa del tipo “lei è sinistra alternativa, per cui si accomodi da questa parte, lei non è sinistra alternativa si accomodi da quest'altra parte”, in base alla quale ci saranno due fax, due segretarie e due finanziamenti diversi, conditi da ragioni ancora più minacciose di diversità?
Questo significa condannare tutto ad una minorità e ad una dispersione del patrimonio.
Inoltre, colgo l’occasione per dire che anche sulle tre sfide io sarei fondamentalmente d'accordo. Questi però rischiano di essere discorsi astratti se non vengono legati ad una piattaforma sia pur debole di significato, i cui elementi possono essere molteplici.
Ritengo che sia giustissimo indicare in un lavoro del genere, come primo elemento, il fatto che ci troviamo in un mondo in cui non si può combattere la globalizzazione con un partito il cui principale problema è quello di raggiungere la soglia di sbarramento, perché sarebbe violato il principio della proporzionalità in modo clamoroso.
È chiaro perciò che bisogna essere in grado di dare una dimensione come minimo europeo alla propria capacità di impronta politica: questo è l'orizzonte sul quale lavorare. Ciò pone una serie infinita di temi, e rende centrale il tema del lavoro del nuovo tempo, del lavoro dei prossimi decenni, dei rapporti di lavoro dei prossimi decenni. In che modo possiamo far sì che possano essere essi stessi espressivi di libertà di non licenziare nei confronti del lavoratore, ma di libertà di autorealizzazione da parte del lavoratore, quali che siano le forme di lavoro che sceglie?
Il tema della fecondazione artificiale, nel libro, è poi regolato non attraverso prescrizioni specifiche sull'esito della cosa ma regolando chi ha la responsabilità di operare sul piano medico e preoccupandosi della paternità.
Non vi stupite perciò che io sia totalmente d'accordo con questo libro: forse perché sono socialista da sempre.
Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio
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