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"Il sociale e la politica. Cattolici e laici a confronto". Intervento del Vice Segretario del Psi Giuliano Amato al Seminario organizzato dai Centri Walter Tobagi
"Eticitą, professionalitą, progettualitą della politica"
Il Ciocco (Lucca),
4/7 settembre 1991
(Bozza non corretta)
Per un fortuito caso ho potuto contribuire non solo all'inizio dell'anno accademico", ma anche oggi al suo termine. Il lavoro è cominciato a Roma, cercando di porre le basi identificando le chiavi di lettura tramite le quali approfondire i punti problematici più vistosi, ma non fornendo le risposte. Tali punti riguardavano la contemporanea e un po' stupefacente scoperta che il mondo che aveva destato le speranze più accese in questo secolo, cioè il mondo comunista, si stava risolvendo in una tragica frana che nascondeva solo miseria e assenza di libertà; che noi eravamo, in un certo senso, i vincitori nella storia del XX secolo e che, tuttavia, avevamo tanti e tali di questi difetti all'interno dei nostri sistemi da non sapere come fronteggiarli.
Ci troviamo dinanzi al classico sentimento misto dell'essere posti dai farti della storia nella condizione di chi ha in mano gli strumenti più adatti per migliorare il destino degli uomini e di scoprire che molte porte restano chiuse davanti a noi.
Provammo ad impostare la risposta cercando di scoprire perché eravamo i vincitori e perché, allo stesso tempo, non riuscivamo ad esserlo completamente.
Poiché è trascorso un anno, immagino che alcuni approfondimenti siano stati fatti; perciò vorrei tracciare sinteticamente, ma con precisione un quadro della situazione attuale per meglio comprendere quel dilemma. Abbandonando al suo destino il mondo ex-comunista, perché ormai è da considerare un capitolo chiuso della storia del nostro secolo, trattiamo dei problemi che noi dobbiamo affrontare.
Credo che tutti i presenti, anche i più giovani, ricorderanno che, alla fine degli anni '70, vi fu una grande discussione riguardante la crisi del Welfare State, che portò ad una svolta nel modo di condurre le società occidentali.
Il prodotto più perfezionato della democrazia occidentale (lo stato sociale ) fu il risultato di una costruzione delle democrazie occidentali nel loro insieme ed era caratterizzato dall'essere fondato su un'economia di mercato e su una forte base dialettica con i sindacati e, in genere, con i partiti popolari; portava una quota rilevante di risorse alla costruzione ed all'alimentazione di istituzioni di sicurezza sociale, facendo carico al pubblico non solo delle strade, delle autostrade, dell'acqua e dei telefoni, ma anche delle pensioni e della salute e, migliorando le cose, del benessere dei cittadini, arrivando a programmi di intervento pubblico vieppiù sofisticati sulla strada del benessere e non solo dei minimi di sicurezza dai rischi maggiori dei cittadini e del mondo dei lavoratori.
Era il disegno più perfetto concepito nel mondo occidentale, anche se la sua realizzazione lasciava alquanto a desiderare. La costruzione cominciò a scricchiolare alla fine degli anni '70, si scrissero molti libri sull'argomento e si cominciò a sostenere che, faustianamente, avevamo voluto più di quanto non fossimo in grado di reggere e che la gigantesca costruzione ci stava schiacciando e soffocando e minacciava di rallentare le prospettive stesse di un ulteriore sviluppo delle nostre società.
Molte di queste critiche erano esatte: molte istituzioni nate per tutelare bisogni collettivi avevano finito per cadere in una logica, tipica delle istituzioni che crescono, in virtù della quale gli addetti a quelle istituzioni poco alla volta, anziché avere come preoccupazione prioritaria i bisogni degli utenti per i quali l'istituzione è nata, andavano assumendo come preoccupazione prioritana se stessi.
Le istituzioni della salute, della previdenza, della scuola diventano istituzioni che, poco alla volta, funzionano più che per erogare pensioni, salute e istruzione ai rispettivi utenti, per dar carriera ai propri addetti.
La protesta che nasce spontanea non ha connotazioni politiche di destra o di sinistra e cresce in presenza di bilanci la cui lievitazione è determinata dalla crescita delle spese per gli addetti ai lavori, piuttosto che da quelle destinate a migliorare il servizio.
La tutela dalla disoccupazione genera un disincentivo al lavoro derivante dai livelli del sussidio che, essendo regolarmente tenuto -- nei Paesi che lo hanno avuto -- ai minimi salariali, ha rappresentato un dramma continuo ed irrisolto per il precario equilibrio in cui mantiene sia chi lo eroga sia chi ne usufruisce.
Il peso delle burocrazie che gestiscono tutto questo, dei disavanzi pubblici e via dicendo, aveva creato una situazione nella quale sembrò una via d'uscita il cambiare strada. Abbiamo vissuto un decennio all'insegna di frasi come "meno Stato è meglio" o "stavamo soffocando nello Stato e nelle burocrazie"; la stessa iniziativa o responsabilità dei singoli sono state attenuate, cancellate e compresse dall'eccesso di protezione che, comunque, tutti hanno avuto. Ciò ha infettato la società togliendole entusiasmo e dinamismo, ma ha insinuato nei sistemi istituzionali un pericolosissimo virus: ha creato dei disavanzi che alla lunga rischiano di non essere più assorbibili e di diventare fonti di ingovernabilità.
Uno studioso di politica e di finanza pubblica americano si rese famoso in quegli anni con la formula "c'è un modo più semplice di fare le cose", adducendo una serie di esempi che dimostravano come tutte le azioni fossero state rallentate a causa degli spazi che ciascuna delle burocrazie coinvolte cercavano di ottenere per giustificare se stesse. Eliminare burocrazie e interventi pubblici apparve come togliere una pietra dallo stomaco di Prometeo e liberare la società come era avvenuto due secoli prima con la rivoluzione all'assolutismo e l'avvento del liberalismo.
Quest'idea prese piede sia nella sinistra che nella destra dei vari sistemi politici e portò alla sconfitta dei socialdemocratici nella Repubblica Federale tedesca perché i giovani disoccupati tedeschi votarono per i cristianodemocratici, ritenendo che non vi fosse speranza di un futuro finché Prometeo avesse avuto sullo stomaco quella grossa pietra.
I grandi cantori e divulgatori di quest'impostazione sono stati Ronald Reagan e Margareth Thatcher, il che ha conferito una connotazione più di destra di quanto, nel pronto merito, non fosse la rivolta contro la pietra sullo stomaco di Prometeo. Questa situazione ha coinciso con la crisi del mondo comunista, avvenuta all'insegna della priorità del mercato e della scoperta che non v'è meccanismo produttivo di sviluppo e di ricchezza migliore del mercato.
Il rilevante sviluppo attualmente in atto in Cina è frutto di un cambiamento di politica che quel Paese ha cominciato ad adottare in materia economica proprio a partire dagli anni '70. Una frase di Deng illustra questo cambiamento affermando che "la dinamica del mercato produce squilibrio ed è proprio lo squilibrio a generare lo sviluppo.
Gli elementi positivi di questa impostazione sono evidenti: è vero che vi è un valore trainante dello squilibrio costituito dall'opportunità di migliorare il proprio stato economico a scapito di qualcun altro, il quale, però, per non restare indietro, è stimolato a sua volta a migliorare.
Se, inoltre, si pensa al fenomeno seguente al crollo del Welfare State, cioè alla deregulation, si rileva come anch'esso presentasse forti elementi positivi: il mercato è in grado di offrire dal suo interno i pesi ed i contrappesi che ottengono il risultato voluto senza mettere in mezzo una burocrazia che ricerca il proprio interesse.
Entro certi limiti, la deregulation in materia aerea ha dimostrato, per qualche anno, che la concorrenza realizza condizioni di tariffe migliori di quelle ottenute dalla tariffa pubblica. Quando sul mercato un interesse che può essere leso non è presente, come possono garantirlo gli equilibri di mercato? La vicenda della deregulation aerea mostra che si è creato un equilibrio tariffario a scapito della sicurezza e che, spinte dalla necessità di praticare tariffe inferiori per mantenere la clientela, molte compagnie americane hanno portato i livelli di sicurezza dei loro apparecchi a limiti così bassi da non rientrare più in quelli prescritti.
La deregulation in materia ambientale regge quando la controparte dell'interesse antiambientale è interesse diffuso. Ma che presenza ha sul mercato l'interesse diffuso?
Da questo esempio vedete che ciò che seguì alla crisi del Welfare State fu una formidabile spinta verso lo sviluppo impostato sul valore positivo dello squilibrio, ma comportò, allo stesso tempo, una serie di conseguenze negative.
I Paesi occidentali hanno sperimentato in questi anni uno straordinario sviluppo (sotto il governo della Thatcher si è rimessa a lavorare persino l'Inghilterra!). La spinta è venuta dall'affidarsi al liberismo del mercato. Il punto sul quale riflettere è rappresentato dagli effetti che ne sono derivati: siamo i vincitori, ma non abbiamo ancora vinto la nostra partita con il comunismo, perché il nostro non può essere, a differenza di quello dei primi comunisti, un atteggiamento ideologico. Si dice che la nostra è la strada migliore, risolve tutti i problemi, perché la nostra rosa è senza spine. Non è così perché quello di un sistema libero è "un equilibrio fatto di squilibri che vengono riequilibrati".
La crisi del Welfare State portò ad una prevalenza unilaterale della dinamica del mercato, forse perché troppo aveva prevalso l'assistenzialismo pubblico nel periodo precedente. E' certo che dieci anni dopo dobbiamo constatare che ci troviamo in presenza anche di effetti negativi, gravidi di pericoli e conseguenze.
Il primo e più vistoso è che la ricchezza si è concentrata. Non mi riferisco in particolare ai Paesi ricchi, anche se hanno cominciato a sperimentare il fenomeno -- sul quale tante volte Carniti ha portato la nostra attenzione -- dei 2/3 e 1/3 che, essendo diventato minoranza, è in una situazione critica. Quando i poveri erano almeno maggioranza, potevano ottenere qualcosa con il diritto di voto; da quando sono diventati minoranza, lo stesso diritto di voto non fa altro che far loro prendere coscienza di essere una minoranza. La divisione si è accentuata, in particolar modo, negli Stati Uniti, il Paese che più di altri ha seguito tale strada, dove la distanza esistente tra minoranza nera ed altre minoranze è abissale, fatta di tassi di mortalità più elevati, aspettative di vita inferiori, di assenza e tasso di espulsione dei bambini dalla scuola, di tasso di criminalità elevato, di morte da criminalità elevata. Su quattro persone uccise negli Stati Uniti, tre sono di colore e spesso gli omicidi sono compiuti da gente di colore.
Dunque, vi è la presenza di questo fenomeno, ma ancor più vi è stata la concentrazione della ricchezza nei Paesi ricchi rispetto a quelli poveri. Mentre noi abbiamo sperimentato una straordinaria crescita, i Paesi in via di sviluppo, dal 1980 al 1990, hanno, a volte, sperimentato tassi di sviluppo decrescenti o, quando avevano tassi crescenti, il loro indebitamento aveva ritmi superiori a quelli della crescita dello sviluppo. Il risultato è stato che la nuova ricchezza nazionale prodotta era inferiore a ciò che annualmente era necessario per pagare gli interessi sul loro debito.
La ricchezza concentrata è diventata sempre più ricchezza finanziaria ed ha cominciato a divenire riottosa, a trasformarsi in beni e servizi. In alcuni Paesi vi è stato un fenomeno pericolosissimo di disinvestimento che ha portato i soldi a cercare di diventare soldi e farlo nel tempo più breve possibile. L'investimento finanziario, cioè, ha acquisito una crescente dimensione sull'investimento totale. Anche in questo caso si tratta di un fenomeno che riguarda più gli Stati Uniti che il Giappone, più gli Stati Uniti che l'Europa, più alcuni Stati d' Europa che altri.
Si è determinato il seguente indicatore: la ricchezza, sempre favorita come accumulazione che diventa anche collettiva o diffusa, trasformandosi in beni e servizi, se diviene ricchezza finanziaria si concentra sempre più nelle mani di coloro che creano montagne di soldi per se stessi o le proprie famiglie.
Tutti questi sono sintomi del diffondersi di una cultura collettiva sempre più antisolidaristica. E' chiaro che, se l'eroe diventa John Wayne, viene esaltato il mito dell'individualismo. E' vero, infatti, che egli assiste sempre qualcuno -- altrimenti non sarebbe un eroe buono
-- ma si tratta della donna che poi spooserà, di colui che, alla fine del film, si scopre essere suo figlio. Si tratta di chiusura in una solidarietà che ha, al massimo, dimensioni familiari. E' evidente che, se spingo qualcuno a risolvere il più possibile da solo i propri problemi, questi dirà che chiunque altro deve mettersi nelle condizioni di risolverli allo stesso modo. La concezione delle libertà si allontana sempre più dall'idea di responsabilità che è all'origine del pensiero liberale, è l'altra faccia della medaglia libertà-responsabilità: libertà diventa fare quello che pare e piace. Dunque libertà di drogarsi, di sbarazzarsi di una vita che si porta in grembo purché vi sia un qualunque fattore a fronte del quale è un fastidio.
Sono i sintomi più gravi del fenomeno che renderà molto difficile reintrodurre non vincoli, ma responsabilità in questi spazi destinati ad essere spazi di libertà.
Contemporaneamente, nelle nostre società cominciano ad arrivare gli effetti del crollo del mondo comunista. L'invasione che aspettavamo da Sud e che, in qualche modo, la simpatia che si matura verso i "poveracci" che si arrangiano aveva assorbito nel folklore dei "vucumprà", diventa, invece, un'invasione che percepiamo come minaccia dall'Est. Arrivano gli albanesi: la prima volta li accogliamo con il sorriso della solidarietà, la seconda - ha ragione chi l' ha detto - chiediamo, senza dirlo, al nostro Governo, di liberarcene al più presto; poi arrivano gli jugoslavi. Siamo a questo punto.
Avevamo una costruzione imperniata sulla solidarietà collettiva frammista alla libertà di mercato; essa è crollata su se stessa perché troppo pesante, incapace di reagire. Abbiamo dato una sterzata verso uno dei due pilastri sui quali si reggeva il sistema, che ci ha dato insieme sviluppo e, in realtà, ricchezza egoista. Ci ha posto in controtendenza rispetto ad un fenomeno che ci cadeva addosso, perché ora ci cade addosso il mondo.
Ci rendiamo conto che, per risolvere i problemi attuali, abbiamo bisogno di una fortissima dose di politiche redistributive. Come si risolvono i problemi altrimenti? Non ci illuderemo di poter continuare per anni a respingere la minaccia di chi, soprattutto dall'esterno, turba la nostra tranquillità?
Occorre, dunque, redistribuire le risorse: vi è troppa ricchezza da questa parte del mondo e troppa poca dall'altra. Come si può fare una politica redistributiva se John Wayne rimane l'eroe che domina l'etica della società, delle istituzioni'?
Lo sviluppo che abbiamo dimostrato di saper produrre ci ha dato una ricchezza che, ora, è una minaccia. Il punto cruciale di fronte al quale ci troviamo noi italiani e i cittadini di altri Paesi ricchi è il seguente: vale ancora "meno Stato", si può fare una politica redistributiva mantenendosi fermi alla linea Maginot scoperta all'inizio degli anni '80'?
Qualche settimana fa l"'Economist" -- che è forse il giornale più ideologico nel sostenere le ragioni del liberalismo economico, dietro un apparente pragmatismo inglese -- nel fare un'analisi della situazione della minoranza nera negli Stati Uniti diceva: ~ senza un forte intervento del governo federale che ci metta dentro risorse, azioni, uomini e impegno, questa malattia può distruggere gli Stati Uniti". Non lo diceva Rifondazione Comunista, ma l"'Economist".
Ciò dimostra la percezione diffusa delle necessità di rimettere in sesto qualcosa. Come possiamo, allo stesso tempo, riassestare evitando di ricadere negli errori di prima? Furono realmente errori o vizi, specie per noi italiani che dei vizi di allora portiamo ancora adesso le conseguenze nefaste? Il disavanzo con il quale ci tormentano tutti i giorni è presente ed è figlio degli anni '70, con il moltiplicatore del debito. Figuriamoci se possiamo permetterci di ignorare tali vizi nel cercare le strade da percorrere.
Rispondere a queste domande significa fare la riforma istituzionale della quale c'è bisogno. Conseguentemente ha senso l'impostazione che nel corso dell'anno avete dato ai vostri lavori. La risposta non può riguardare solo le istituzioni intese come apparato di governo, ma l'insieme, ciò che a ciascuno di noi in quanto cittadini compete, ciò che a ciascuno di noi insieme ad altri può competere, ciò che alle istituzioni, insieme o davanti ai cittadini, può competere.
Si tratta di un problema che, figlio di una cultura collettiva generatrice di istituzioni o modi di governo le quali, a loro volta, hanno rinsaldato la cultura collettiva, ha una soluzione altrettanto circolare quanto la fonte che ha originato il problema stesso.
Parlando direttamente delle soluzioni del problema, vorrei indicare in quali direzioni specifiche possono andare.
Intanto è evidente che vi deve essere più decentramento e meno accentramento nell'organizzazione pubblica, dove decentramento significa diffusione di decisioni e di responsabilità. Occorrono interventi pubblici, bisogna evitare l'errore di quei megaconcentrati di responsabilità che, creati quindici fa, determinarono il grande peso delle burocrazie e del loro costo.
L'idea del decentramento, oggi, ha la sua forza nella capacità di diffondere responsabilità e ridurre le dimensioni burocratiche. Ciò aprirebbe un grande capitolo: dobbiamo diventare capaci di creare forme di governo periferiche, comunali e regionali, che finiscano di essere lobbies che lavorano al fianco dello Stato e diventino sedi autonome di responsabilità. E' questo il fulcro del riformismo istituzionale che porta con sé la necessità di un punto unificante del sistema ai livelli centrali. Se si diffonde molta responsabilità, si rischia di attivare forze centrifughe che nessuno "riacchiappa" più e che rendono non gestibile l'intero sistema.
Dal punto di vista del cittadino, bisogna ipotizzare meno diritti-pretesa ("tu mi devi dare questo") e più di-ritti costruiti sulla responsabilità del singolo ("io vengo messo nella condizione di"). L'idea che Marini, ad esempio ha ritirato fuori nel suo disegno di legge sulle pensioni è tra le più sciagurate che continuano a circolare. Porre a totale carico del fisco il sistema sanitario è sbagliato. Anche nella previdenza il congegno può essere dello stesso tipo: devo essere io a scegliermi il piano previdenziale, io ad avere la previdenza integrativa, io ad essere indotto ed indurre me stesso a concorrere con il mio risparmio al funzionamento del sistema. Tale concetto attiva una cultura di responsabilità del singolo nei confronti del funzionamento dei servizi e funge da antidoto rispetto ai difetti, da evitare, degli anni '70.
L'ultimo punto riguarda inesorabilmente la politica, proprio per il rapporto di circolarità che esiste fra società-politica-società, la politica è condannata ad acquisire tre caratteristiche in assenza delle quali non riesce ad esercitare il suo ruolo di esempio esaltante o devastante, a seconda di come viene dato. Le riassumerei così: eticità, professionalità, progettualità della politica.
E' evidente che una politica dove non traspaia l'eticità non può immettere alcun sentimento di solidarietà collettiva nei cittadini. In Italia vi è un'antica tradizione per la quale si imputano ai governanti difetti superiori a quelli che hanno. Ha ragione Scotti quando dice che qualunque imbecille, in Italia, tenta di confortarsi, attribuendo a chi governa un'imbecillità superiore alla sua; tuttavia è vero che ogni fenomeno di degradazione o di assenza di etica, criminalità o immoralità che venga dalla sfera politica ha effetti devastanti. In nessun caso, fino a quando tale situazione resterà invariata, il ministro Formica riuscirà a spingere un popolo riottoso come tutti a pagare le tasse quando dovrebbe farlo e non lo fa. E' assolutamente impossibile.
La professionalità è un'altra caratteristica inesorabile. Tutto deve essere lavoro; abbiamo bisogno di ricostituire l'etica del lavoro. Tendo a partecipare poco ai dibattiti pubblici, in particolare ai festival settembrini, perché mi domando che impressione faccia ad un lavoratore che, concluse le sue ferie, torna a lavorare in fabbrica, vedere che i politici passano da un dibattito all'altro e dicono che stanno lavorando. Personalmente lo giudico un errore del nostro sistema. Ovviamente parlare per comunicare, come stiamo facendo in questa sede, è utile, quando però il parlare sembra essere il cuore dell'attività lavorativa, la sensazione che ne ricavo è che non si dà un'immagine di professionalità.
Infine, la progettualità, caratteristica che la politica deve riacquistare. Ha confidato troppo sul mercato, ma il mercato, per definizione, progetta solo affari. Non è vero che dall'insieme degli affari escono tutti i fili al loro posto. Cosa ce ne facciamo delle partecipazioni statali? Sono anni che Gambardella cerca qualcuno per poter parlare del futuro dell'industria e non trova nessuno disponibile. Non sappiamo cosa fare dell'industria pubblica, la Cee dice di smantellarla, ma non si sa cosa fare, come orientarsi nella scelta degli investimenti nei diversi servizi. Non sappiamo a quali Paesi destinare le nostre risorse, quali progetti portare avanti.
Siamo incerti anche sul risultato che ci aspettiamo dai giovani che vanno a scuola; se devono diventare cervelli da computer, occorre dar loro l'opportunità di operare al videoterminale; se vogliamo addestrarli ad andare in una qualsiasi parte del mondo, dobbiamo metterli a conoscenza dei relativi problemi. Liberiamoli da Mazzini e Garibaldi! Il mondo non deve finire lì per loro, come è successo a me e alla generazione che mi ha preceduto.
La politica sembra ridotta, in un momento di totale cambiamento nel mondo, in condizioni di progettare la propria sopravvivenza e ciò ferisce profondamente i cittadini.
Una capacità progettuale, etica e professionale della politica, dunque, che riesca ad avvalersi di strumenti che, invece di essere fondati sulle burocrazie e sulla protezione dei cittadini, siano fondati sulla responsabilità di questi ultimi ed il loro diretto coinvolgimento.
Parto da una premessa antica, non so se di destra o di sinistra, e cioè che non si costruirà mai la solidarietà verso gli altri se non si costruisce anche la responsabilità verso se stessi. La ragione per la quale ho fortemente condiviso la legge sulla droga, nonostante i difetti evidenti, è che essa era un modo di richiamare al senso di responsabilità l'individuo nei confronti del male e, attraverso tale richiamo, riscattare la solidarietà verso gli altri.
Così si attiva il circolo, il resto è tecnica istituzionale, ma, proprio per questo, se ne è parlato più del dovuto.
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