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Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato al Seminario “Un progetto per l’Italia” organizzato dalla Fondazione Italiani Europei
Frascati (Villa Tuscolana), 29 – 30 giugno 2000
(Bozza non corretta)
Il fatto che fossero in programma altri venti interventi è certamente
un buon segno. E’ un segno dei tempi; segno del bisogno di discussioni
come questa; segno della necessità oggettiva che persone che fanno
direttamente politica e persone che elaborano cultura che è destinata a
diventare cultura politica, e non solo, ritrovino occasioni per discutere
insieme. Questo evita una cesura pericolosa. Evita la politica
autoreferenziale, come ormai viene chiamata, dove i politici si
rimbalzano, come a ping pong, dei virgolettati reciproci, facendo crescere
una discussione che ha la sostanza di quei virgolettati, mentre coloro che
elaborano riflessioni e anche conoscenze sulla società (non su altri
mondi), che sono poi gli ingredienti naturali su cui la stessa azione
politica finisce per lavorare, viaggiano su binari separati, su riviste
separate, su discussioni separate. Esistevano una volta (once upon a
time) delle sedi antiche nelle quali questi due diversi ordini di
discussione si incontravano. Questo faceva parte della nobiltà dei partiti
di un tempo, o almeno di alcuni partiti di un tempo. Nel dir questo non
posso provare nostalgia per ciò che non può tornare, ma posso sentire il
bisogno che qualcosa che gli somigli possiamo essere in grado di
realizzarlo anche ora. Questo potrebbe essere possibile anche attraverso
le fondazioni. Di certo ho sentito in questi due giorni che del sangue di
cui la politica ha bisogno stava affluendo nelle sue vene: sangue che
veniva da altre matrici, da altre analisi e da altre discussioni. Il
compito di chi fa il lavoro che faccio attualmente io, oltre che di altri,
è quello di verificare come questo sangue affluisce e irrobustisce la
nostra capacità di azione. Anch'io parto dallo stesso punto da cui è
partito Massimo D'Alema ieri. Ha fatto bene a parlare con tanta chiarezza
di “blocco sociale” (e se può non piacere l'espressione, si può parlare di
alleanza sociale che minaccia di diventare un blocco). Non siamo in
presenza di un fenomeno folklorico, né di un fenomeno soltanto televisivo,
ancorché la componente televisiva ha un peso nel cementarlo. Siamo in
presenza di un fatto politico-sociale rilevante: sta nascendo un'alleanza
di centrodestra che ha una sua robusta consistenza sociale e che in questa
robusta consistenza può ritrovarsi ad essere maggioranza. E' possibile,
infatti, che con gli ultimi risultati elettorali già lo sia diventata.
Cosa significa questo per noi e per gli interessi sociali che si
riconoscono in questa alleanza? Quali risposte questi interessi sociali
hanno e quali risposte diverse potrebbero avere da noi? E perché non siamo
in grado di dargliele? Sono queste le domande che ci dobbiamo porre di
fronte a quell'analisi. Vi confesso che quando ero giovane mi irritava
il fatto che ogni volta che la sinistra veniva sconfitta Togliatti dicesse
che erano stati commessi degli errori. Questo mi irritava perché implicava
una sorta di strutturalismo determinista della storia che soltanto
l'errore umano poteva alterare nel corso che era segnato, mentre a me pare
che la storia sia un’evoluzione e un’interazione di fatti che accadono, a
prescindere dagli errori. Tuttavia, in questa occasione, avverto
insieme la presenza di tendenze forti del nostro tempo ma anche di nostre
insufficienze. Per certi versi, questa alleanza che si è formata e che
mette insieme gli spiriti animali di un’imprenditoria per la quale legge
significa meno legge possibile, meno vincoli possibili, meno sindacati
possibili. Con madri di famiglia che osservano la televisione dalle 10,00
a mezzogiorno e a cui viene detto che esiste un problema sicurezza che può
investire i loro figli che in quel momento sono andati a scuola o che sono
andati a lavorare. Con il proletariato che ha scarse prospettive di lavoro
e che queste scarse prospettive vede insidiate dall’arrivo di immigrati e
via dicendo. Questa strana (all'apparenza) alleanza sociale spiega le
ansietà e le incertezze del nostro tempo, alle quali stamani si riferiva
Walter Veltroni. E’ un’autodifesa. Questi vari gruppi sociali vengono
messi insieme da ragioni di autodifesa, che alcuni pensano di poter
realizzare attraverso il massimo di libertà per se stessi, altri, invece,
attraverso un massimo di ordine che li protegga da altri. Il minimo comune
denominatore, quindi, finisce per essere che ciascuno ricerca la
protezione per se stesso. Piaccia o non piaccia, in questo atteggiamento
c'è un fondamento di disintegrazione sociale: sono tutti riuniti da un
atteggiamento che mira a proteggere se stessi, che per alcuni è agire
ignorando gli altri, per altri è essere difesi da terzi, quindi sempre
ignorando gli altri. Le incertezze, le ansietà che non hanno altre
risposte vanno alla ricerca di questo tipo di risposta. E può sembrare
paradossale, ma è plausibile, è spiegato, è accaduto e sta accadendo in
altri Paesi d'Europa che più si integrano i mercati, più diventa concreta
la globalizzazione, più c'è una tendenza a chiedere pareti domestiche, a
chiedere case sempre più piccole con alte pareti per evitare che altri vi
entrino. Questo atteggiamento è espressione di insicurezza. La gente non
avverte di avere gli strumenti per potersi difendere e chiede, quindi, di
essere protetta. Questa è una risposta regressiva. E’ senza futuro,
perché in società che si integrano non è una risposta possibile quella che
disintegra. Perché in un mondo che si integra le pareti domestiche non
potranno mai diventare tanto alte e tanto robuste da proteggere contro gli
altri attraverso poca legge e tanto ordine. E’ una risposta
regressiva, quasi da psicanalisi, ad una questione vissuta in termini di
ansietà psicanalitica. Non è una risposta politica. Solo in questi
termini la risposta riesce ad essere unificante, perché le pareti, in ogni
caso, saranno sfondate, perché, se vogliamo metterla nel modo più alto o
più basso, più cinico o più realistico, in ogni caso, un miliardo di
ricchi non sopravviveranno a sei miliardi di poveri che li circondano.
Questo è il problema del mondo di oggi e di quello domani. Allora, non
è la risposta difensiva, non è l'ansietà combattuta con l'idea dell'ordine
che mi nasconda il resto, affinché io non lo veda (quod Deus avertat), la
risposta con la quale il mondo, l'Europa, l'Italia potranno fronteggiare i
temi che hanno davanti. Del resto, se l'unione non fosse su questo
terreno, davvero quei gruppi sociali non avrebbero nulla in comune. Anzi,
non hanno nulla in comune. Non c'è nulla in comune tra i “padroncini”
vogliosi di libertà e i sottoproletari vogliosi di lavoro. Non c'è nulla
in comune tra i ceti innovativi, che vivono magari ai vertici della
società imprenditoriale, con atteggiamenti che, per cultura, per qualità
di informazione, per conoscenza del mondo, sono molto più ragionevolmente
disponibili verso gli altri esseri umani, e coloro che innalzano una
barriera che li protegga dagli altri. Quindi, ciò che tiene insieme
questi gruppi è, insieme all'ansietà, evidentemente una sfiducia in altre
proposte che vengono loro presentate. Non vedo altre spiegazioni. Dico
questo non perché felice di aver trovato una ragione per autocriticarci.
Sono molto alieno da quel tipo di atteggiamento. Odio, infatti, l'analisi
di gruppo della sinistra. Dico questo perché trovo una leva per migliorare
la qualità e la percepibilità delle risposte che noi diamo e che, se rese
più chiare, migliori, più percepibili, possono ancora sfaldare
quell'alleanza sociale. Possono eroderne una parte e portarla da questo
lato, ma solo se riusciamo ad ancorare a noi stessi ad una nostra alleanza
sociale - non uso il termine "blocco" per non usare parole compromettenti
- la politica che facciamo. Quello che più mi ha colpito della nostra
esperienza di questi anni è che noi abbiamo adottato le politiche più
innovative, in termini oggettivi, politiche rispondenti ad un bisogno
della società, ma slegate da referenti sociali. Noi, quindi, eravamo
sulla palla giusta, ma non la tiravamo a nessuno. Non siamo riusciti a
costruire il naturale consenso rispetto alle politiche che adottavamo
negli ambiti sociali a cui queste politiche erano, e lo sono tuttora,
capaci di indirizzarsi. Perché esiste un'alleanza sociale del
progresso, riformista, possibile, costruita nei termini in cui la società
del nostro tempo può volerla e può capirla, quindi con metodi e linguaggio
riformista che non evochino qualcosa che si ritiene non protegga più.
Perché non c'è dubbio che coloro che si autorappresentano non si sentono
rappresentati dalle nostre strutture rappresentative. Non c'è dubbio che
coloro che non si autorappresentano e che stanno talmente in basso - come
ieri veniva ricordato - da essere al di sotto delle strutture
rappresentative, non colgono in queste nulla che li coinvolga, per il solo
fatto che non li abbiamo resi partecipi del processo di innovazione e di
cambiamento. Quindi, quali sono le chiavi che, secondo me, dobbiamo
essere in grado di attivare in modo più percepibile e più deciso per
ricostruire un'alleanza sociale che non sia fondata solo su ansietà e su
rappresentazioni televisive di problemi? Insisto su questo argomento
perché è importante. Una buona parte dell'elettorato di destra è di destra
non in ragione della realtà, bensì in ragione della rappresentazione
televisiva della realtà, della quale si dà un'immagine e attraverso la
quale si fa un'analisi. E questo è sufficiente per creare una forma di
identità, che diventa anche identità politica. Siccome l'opposizione è
ciò che dice, mentre chi governa è ciò che fa, noi dobbiamo essere in
grado di fare e di comunicare ciò che facciamo in modo da prevalere su ciò
che si dice. Ma la chiave prima, secondo me, dev'essere tutta giocata
sul filone di cui parlava Andrea ieri, che così può essere sintetizzato:
"La new economy non deve essere un sogno per ricchi, ma deve diventare il
sogno dei più". Questo concetto, espresso in parole che non richiamino
alla mente necessariamente la rete, evoca una nozione molto chiara: il
mondo evolve in una direzione tale che si può creare un processo di
mobilità sociale significativo se ci sono le risorse formative ed
educative che immettono sul percorso della formazione e, quindi, della
crescita sociale. Io continuamente mi pongo il problema di migliaia di
persone che vivono nel Nord Italia con uno stipendio di un milione e 500
mila lire, un milione e 600 mila lire, che basta appena per pagare
l'affitto di 500 o 600 mila lire e l'asilo nido per altre 800 mila lire.
Come posso io dare fiducia a persone che vivono in queste condizioni; come
faccio a farle sentire sicure contro un immigrato che offre se stesso per
un milione e 200 mila lire. È chiaro che la mia risposta viene
percepita come irrilevante. E allora qualunque altra speranza diventa
migliore della mia. Qualunque sfiducia può portare in altra direzione.
Stiamo attenti, dunque, quando affermiamo che la new economy risolve
da sola questo problema. Non è così. Perché la new economy al suo interno
lo rigenera, perché i tanto reclamizzati call center vanno avanti grazie a
lavoratrici donne che stanno esattamente a quel livello di reddito e che
finché stanno nei call center non hanno alcuna prospettiva di avere un
reddito superiore. E come fanno ad avere figli se lo vogliono? Questo
problema l'ho già posto a suo tempo alla Confindustria, quando si è
discusso del presunto, atteso, auspicato dividendo fiscale, ma l'esistenza
di questi redditi fa parte della competitività o no? Se può far parte
della competitività allora significa che ci pensate voi; diversamente
siamo d’accordo che dovrò dedicare io attenzione a questo problema. Di
certo qualcuno ci deve pensare. Poi ho sentito dire che non ci sono soldi
per i contratti: ma di tutto questo immagino che se ne possa riparlare.
E allora qual è la strada? Cari signori, è la formazione, è la
mobilità sociale, è creare l'aspettativa che si possa salire, perché se si
sale il lavoro lo si trova, e si può cominciare partendo da un call center
per poi arrivare negli uffici che si servono del call center. In una
società libera è questo ciò che gli esseri umani si aspettano ed è questo
ciò che lo Stato utilmente può fare: mettere a disposizione percorsi
formativi. Io sono stato sfottuto per questo. Mi hanno detto: “L’ha
visto in America e allora brama di rivederlo anche in Italia”. Ma attento,
Nicola: è vero, l’ho visto in America e vorrei che ci fosse in Italia, il
centro formativo “fuori orario”, perché c'è negli uomini e nelle donne
italiani la voglia di migliorare, c'è la voglia di autoaffermarsi, c'è
questo bisogno di crescere attraverso la libertà, anziché attraverso la
coazione statalista, ma bisogna che ci sia la possibilità di farlo. Se io
mi voglio formare dove vado? E allora il “fuori orario” mi permette di
farlo. E se io apro il “fuori orario” avrà una clientela e questa
clientela frequenterà questo centro fomativo, e più noi educhiamo più
facciamo crescere salari e gratificazioni di lavoro. Perché una delle
differenze ancora oggi tra Europa e Stati Uniti è che la forbice salariale
in Europa è più bassa in parte perché da noi ci sono i sindacati (la cui
totale scomparsa negli Stati Uniti ha portato i salari a livelli molto più
bassi di quanto la logica dell'economia di per sé avrebbe richiesto) e in
parte perché i livelli educativi dei nostri lavoratori sono
tendenzialmente più alti, anche alle basse qualifiche, dei livelli
educativi dei lavoratori delle basse qualifiche americane. Quindi, questo
fa parte del modello europeo. Ed ecco la coesione sociale che realizza
attraverso la libertà di formarsi, la libertà di crescere. Tutto
questo io lo ritengo profondamente riformista. E sarà anche retorico ma lo
scopo del riformismo, quando i nostri nonni lo inventarono, fu che
ciascuno fosse libero e liberato dai vincoli. Soltanto che bisogna capire
- e non tutti sono disposti a capirlo - che buona delle "libertà da", oggi
si realizzano attraverso un allargamento delle "libertà di". Questo
non viene accettato da una parte della Sinistra, perché questa ritiene
che il ruolo della Sinistra muore il giorno che muoiono gli angeli
custodi. Ma il giorno che muoiono gli angeli custodi in terra (non voglio
far arrabbiare Leopoldo Elia che mi ha posto una questione dissecato, non
vorrei essere accusato di qualcosa da lui) vuol dire che degli uomini e
delle donne sono liberi in terra. E allora potranno fare a meno di varie
rifondazioni, ma almeno avranno la loro libertà di essere e di crescere.
Il che naturalmente va su vari livelli: su quelli che dal basso
portano verso l'alto, va su livelli alti. Noi dobbiamo avere una società
che sfrutta le tecnologie a beneficio di tutti – e deve sapere come si
sfruttano – e che ai livelli alti dev'essere messa alla frusta e deve
essere remunerata quando reagisce positivamente alla frusta. Ecco qui
due altri aspetti della nostra politica oggettiva senza soggetti.
Paradossalmente il centrosinistra è stato molto più favorevole alla
concorrenza del centrodestra. Ma era una concorrenza astratta, senza
soggetti, perché c'era una reticenza nell’essere competitivi in buona
parte di noi. Quasi che la competitività di per sé scatenasse demoni che
erano a noi ostili. Non é così: la competitività scatena, su un mercato
libero e senza potentati la libertà di crescere che ciascuno ha e che
ciascuno oggi sente il bisogno di esercitare facendo valere se stesso.
Ricordiamoci che noi stiamo dalla parte della concorrenza e che questa
non è fatta dai potentati. Durante un seminario, tenutosi presso
l'Istituto Europeo dove allora insegnavo, al quale partecipò anche Karel
Van Miert, allora commissario per la concorrenza, uno studente ci chiese:
“Ma voi due, entrambi socialisti, non vi sentite a disagio a stare
all’Antitrust?”. La domanda era frutto di una nozione dell'Antitrust,
riportata da qualche giornale di sinistra italiano, che, quando diventai
Presidente dell'Antitrust mi collocò tra i poteri forti: perché, in fondo,
trust e antitrust fanno parte della stessa famiglia. Questo corrisponde
a giocare le proprie partite fuori casa. E’ così che si combatte il potere
e se lo si fa convintamente si acquista il consenso di coloro che su
diversi mercati sono schiacciati oggi da poteri abusivi. Come mi è
capitato di dire in un'intervista rilasciata al quotidiano "La
Repubblica": “Non è necessario, per essere di sinistra, essere nemici
delle stock options”. Perché chi sta crescendo sente il legittimo
desiderio di potersi arricchire. Lo capì anche il Presidente Deng, che
contribuì a cambiare la Cina. Ci interessa creare un processo di
mobilità. Nessuno deve vivere con un reddito che gli consente appena di
pagare l'affitto e l'asilo nido per il proprio bambino. Non frustriamo le
aspirazioni di persone che possono stare dalla nostra parte e che vedono
in noi dei potenziali nemici, quando poi noi, facendo una delle rinunce
ideologiche più gravi – diciamolo a bassa voce –, tutti d'accordo, abbiamo
portato le imposte di successione quasi a zero. Credo che i nostri libri
sacri si rivoltino nella tomba per questo. Comunque, questo è
espressione di una presa d'atto di un qualcosa, e di questo qualcosa fanno
parte le stock options. Intendo dire che abbiamo accettato l'idea che, in
qualche modo, porre dei limiti superiori ci mette contro una parte della
società. Mi rendo conto che è sgradevole dire queste cose. E più lo
percepiamo come sgradevole, più rinunciamo a costruire una nostra alleanza
sociale che serva a sgretolare pericolose alleanze sociali
altrui. Certo, questa non è l'unica strada, l'unica carta da giocare: è
la più importante. Quello che noi, come Governo, stiamo facendo in questi
mesi è fondamentalmente questo: creare un sistema di formazione e di
ricerca che consenta a tutti di entrare nel percorso della mobilità
sociale. Noi possiamo sottrarre coloro che sono soggetti alla triste
condizione di vivere con un milione e mezzo al mese offrendogli
l'opportunità di avere un reddito superiore. Questa è la strada da
seguire. Accanto a questo certamente dobbiamo rispondere anche alla
domanda di sicurezza, perché quelle madri di famiglia il problema ce
l’hanno. Con l'innovazione, la diffusione della formazione e la ricerca
possiamo assicurare, meglio di altri, un lavoro ai loro figli e alle loro
figlie. Ma dobbiamo anche assicurare loro un percorso sicuro quando si
recano al lavoro, quando ritornano o quando i loro bambini si recano a
scuola. Dobbiamo saper dimostrare l’inflessibilità contro il crimine
che è una caratteristica che il nostro modo di agire pubblico e di
manifestarci rispetto all'opinione collettiva deve essere inequivocabile.
In tante vicende si percepisce che c'è un modo di garantire l'ordine
pubblico giusto che è rappresentato da una sorta di condiviso e
patteggiato quieto vivere, in virtù del quale si riduce il tasso di
criminalità e si evitano traumi e scosse. Non so se questo sia di
sinistra o se faccia parte della tradizione italiana. Personalmente, credo
che faccia parte della nostra tradizione. E se dovessi imputarlo ad una
tradizione politica italiana dei decenni trascorsi non necessariamente lo
imputerei alla sinistra. Fatto sta che non corrisponde ai bisogni di
sicurezza avvertiti oggi dalla società. Quindi, siccome la responsabilità
di Governo in questa fase difficile di cambiamento ricade su di noi,
dobbiamo essere noi a cambiare questo modo. Il quieto vivere, quando
viene percepito come tolleranza del crimine, in presenza di tutti gli
elementi che porterebbero a scoprirlo e a punirlo, non è più un valore:
diventa un disvalore. Questo è talmente chiaro sul terreno della
prostituzione; della permanenza sulle nostre strade di riconoscibili
bambine che hanno spesso vicino un riconoscibile “magnaccia”, che si
lascia proseguire indisturbato la sua attività criminosa, che occorre
davvero un cambio di indirizzo. Questo cambiamento è già avvenuto in un
paio di province italiane e dovrà avvenire in tutta Italia. Mi attendo
che tutte le Questure italiane, se vogliono conservare i loro questori,
adottino esattamente questa linea di non tolleranza, in nome del quieto
vivere, di una criminalità che offende, insieme, l'etica (che non è né di
sinistra né di destra) e chi vuole sicurezza e ordine pubblico. Vi è
poi una domanda - e mi avvio alla conclusione - alla quale legge e ordine
non rispondono. La collettività chiede una risposta ai bisogni essenziali
davanti ai rischi di vita. Parliamoci chiaro, nel 1996, alla vittoria
elettorale del centrosinistra contribuì la divisione tra Lega e Polo, ma
contribuì anche - e tutti gliene dettero atto dopo - Giovanna Melandri
dicendo in televisione: "Se vincono loro si rischia lo sfascio del sistema
sanitario". Questo è un punto di grave contraddizione del centrodestra,
perché esso garantisce sicurezza, ma non garantisce questa
sicurezza. Io sono stato sempre convinto che ci voglia più presenza
privata nel sistema sanitario, che ci voglia più concorrenza all'interno
del sistema sanitario, ma non ho mai pensato che la sanità possa diventare
un mercato come quello dell'automobile. Questo è un tema non chiaro nelle
posizioni della destra. E gli italiani e le italiane ritengono parte
irrinunciabile della loro condizione di cittadini quella di avere un
sistema sanitario che comunque li copra e le copra davanti alle esigenze
di vita. Noi abbiamo il compito di farlo funzionare. Abbiamo il
compito di non essere reticenti davanti alle disfunzioni. Abbiamo al
compito di eliminare gli sprechi delle risorse – come dice giustamente il
Ministro Visco – che niente hanno a che fare con la salute dei cittadini,
che portano all'aumento dei costi che poi possano legittimare posizioni
distruttive. Noi abbiamo questa responsabilità, la dobbiamo sentire
tutta, non nasconderla dietro “il nemico ci ascolta”. Perché ci sono cose
che non vanno, che possono essere cambiate, risparmi che possono essere
fatti, criteri di gestione diversi che possono essere introdotti, ma in un
sistema in cui noi diciamo agli italiani ed alle italiane: “Tu avrai,
quando ne avrai bisogno, la certezza di essere curato e assistito”. E qui
davvero la superiorità rispetto agli Stati Uniti è indiscutibile e
indubbia. Dobbiamo poi dare una costituensi anche al nostro lavoro
sulla pubblica amministrazione. Anche questo lo facciamo come se fosse un
servizio alle imprese. Ma è un servizio a tutti, è un servizio ai
cittadini che è già cominciato da tempo, rispetto al quale dobbiamo saper
coinvolgere. Parlo della riduzione dei costi amministrativi, anche
quando questi costi ci sono. Giovanna è responsabile di uno di questi
costi, perché tutela uno di quegli interessi che non accettano di essere
scavalcati con il silenzio-assenso. C'è una ragione perché questo accada.
Ma questa ragione deve diventare collettività, non può essere una ragione
burocratica. Se è giustamente collocata la difesa delle ragioni ambientali
o quella delle ragioni artistiche, dev'essere movimento, dev'essere
comunità, dev'essere soggetto collettivo. Non possiamo andare avanti
difendendo questi interessi e apparendo come quelli che difendono ritardi
burocratici contro la società civile. Qui c'è un difetto politico da parte
nostra. Attacchiamoci al “consumerismo”, attacchiamoci ad interessi
diffusi, ma facciamone politica, non facciamone burocrazia frenante. E
dove non può diventare politica, perché è solo burocrazia frenante,
evitiamo che gli italiani continuino ad inciamparvi, perché questa non è
una domanda di destra, non è una domanda delle imprese. Una delle più
grandi rivoluzioni che stiamo per consegnare al Paese è il divieto di
richiedere certificati, come diceva Franco Bassanini l'altro giorno. Da
una situazione di quattro anni fa, in cui erano necessari i certificati
anche per dimostrare che uno esisteva – è capitato anche a me di dover
presentare un certificato in cui dichiaravo di essere ancora in vita,
fatto che pensavo fosse notorio –, ora stiamo arrivando ad una situazione
in cui sarà vietato chiedere e produrre certificati. E questo argomento
mi conduce all'ultimo punto, che avete toccato un po' tutti e che
prescinde dal progetto, che è un grande progetto di futuro di libertà, che
è, come sempre è stato – permettetemi di dirlo –, per chi è nato dalla
famiglia socialista: libertà per tutti e non per pochi. Lo stesso
messaggio contiene una domanda di sicurezza per tutti quelli che ne hanno
bisogno; possibilità per tutti di raggiungere le maggiori opportunità, che
non possono essere riservate a pochi. È un messaggio semplice,
comprensibile. Ma per farlo bisogna essere non difensivi ma aggressivi,
chiari, comunicativi, perché si tratta di sgretolare, non si tratta
soltanto di trattenere. Questo è il compito di chi governa ed è il
compito della coalizione. Che chiaramente dev'essere coalizione, come si
diceva una volta, anche di popolo e non solo di partiti. Deve ritrovare
gli strumenti di comunicazione diretta. Deve poter parlare e interagire
diversamente. Chi non è bravo nel costruire Truman show, in
televisione perde. Io non vorrei essere la cavalleria piemontese che si
scontra con i carri armati. Io vorrei essere parte di un esercito di
esseri umani che parla con altri esseri umani e che, attraverso il
dialogo, fa emergere le ragioni, le diffidenze, le speranze e le
prospettive. Il senso di girare per l'Italia in pullman durante la
campagna elettorale di qualche anno fa fu, in fondo, questo. Il senso
della storia passata, che aveva strumenti organizzativi non mobili come i
pullman, ma più robusti, era comunque quello di avere un polmone di
comunicazione che consentisse di interagire direttamente con la gente, di
far sentire ciascuno non come spettatore, ma come partecipe. Perbacco,
abbiamo una coalizione, siamo in nove, riusciremo a non parlare soltanto
fra di noi ma a scatenarci nella società italiana, a ricostruire dei
terminali che riescano a rientrare tra la gente, che, senza reticenze e
con il coraggio che viene dalla bontà di ciò che si fa e di ciò che si è
in grado di dire, va a confrontarsi con ciascuno e a conquistare un
consenso allargato. In questo dobbiamo cercare di dimostrare di essere
uniti. E mi dispiace che Leopoldo prima abbia posto quel problema. Devo
dire che ho capito di più la sua impuntatura sull’IVA che non quella sulla
bioetica. La ragione è molto semplice, né voglio “giocare sporco” con te,
ma mi viene istintivo dire che sono piuttosto d’accordo con il Cardinale
Tonini quando certe volte dice: «Sento il bisogno del silenzio dinanzi a
cose sulle quali il mio giudizio non può essere netto». Ora – anche se
questo potrebbe essere l’argomento per un altro seminario che mi
piacerebbe avesse luogo –, l’etica, non meno del diritto, di cui è parente
(noi siamo giuristi e ne conosciamo le relazioni), è stata per millenni
della storia umana la codificazione, attraverso regole che distinguono il
bene dal male, il giusto dall'ingiusto, su comportamenti stratificati in
esperienze note. Le regole sono sempre nate dopo i comportamenti
regolati, ne hanno raccolto il giudizio della collettività sull'esservi o
bene o male nell'uno o nell'altro comportamento. Questa è stata la
forza delle regole: delle regole cattoliche, di quelle di etica laica, di
quelle musulmane, che si sono tramandate oralmente proprio perché erano
regole di esperienza. Quello che stiamo vivendo nel nostro tempo,
meraviglioso e tragico contemporaneamente, è che abbiamo un cambiamento
così intenso delle vicende che pongono problemi etici, che non abbiano
esperienze sulle quali calibrare le regole che dobbiamo produrre. Sono
regole sul futuro, non regole sul passato, ed è un'esperienza che la
storia dell'etica umana non conosce. Allora, qualunque modello etico
rischia di diventare un modello ideologico, nel senso peggiore del
termine, dogma precostituito che si chiude in se stesso per paura e che
non si apre alla verifica. Nell'andamento delle nostre discussioni
parlamentari di questi mesi, come anche in quelle di altri Paesi, vedo
esattamente questo rischio: in un mondo nel quale abbiamo la buona volontà
delle religioni (ebraica, cattolica, musulmana ed altre) di convergere
attorno a valori comuni, in ragione delle nuove vicende che abbiamo, le
società civili rischiano, invece, di dividersi su temi che devono,
umilmente, affrontare e risolvere insieme. Ciascuno deve dare qualcosa
in questo. E quando io ne parlo in Italia, tutti sanno che penso che
darebbe un contributo enorme al superamento delle diffidenze, se da parte
dei laici vi fosse un riconoscimento a tutto tondo del valore della vita,
cosa che spesso i laici hanno difficoltà ad accettare. Detto questo,
non vorrei che lo steccato venisse ritenuto necessario in relazione a
questioni sulle quali è necessario riflettere per capire quali sono le
esigenze che ci pongono e per capire dov’è il confine etico rispetto a
comportamenti che non conosciamo ancora. Se c’è quindi un argomento
che mi convince della necessità di lavorare insieme su queste questioni è
proprio quello della bioetica. Giorni fa fui invitato giorni alla
Commissione bioetica – forse è un’informazione utile che posso dare –
costituita dal Presidente D'Alema e presieduta da Giovanni Berlinguer,
dove ci sono persone di diversa estrazione culturale, laica, religiosa,
cattolica e non. In quella sede ho detto che ritenevo essenziale che di
quelle questioni si investissero e ne discutessero fra di loro, perché
hanno tutti gli elementi conoscitivi oggi possibili per affrontarle, tutta
la serenità d'animo che discende dalla discussione scientifica e non
quella animata delle aule parlamentari e che offrissero loro alla politica
un tessuto sul quale collocare queste questioni. E quanto più quel tessuto
potesse essere convergente, tanto più, forse, sarebbe stato utile per
consentire al Parlamento di chiudere questioni che non riesce a chiudere.
E così è finita in bioetica, ma, in realtà, non era mia intenzione
terminare così il mio intervento. Francamente, vorrei che finisse con la
vittoria dell'alleanza sociale di centrosinistra alle elezioni del 2001.
Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio
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