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«MISSIONE ITALIA»
Intervento di Giuliano Amato alla Tavola rotonda organizzata dalla Fondazione Italianieuropei Roma, lunedì 7 febbraio 2000
Sappiamo tutti che vincere quelle strozzature significa, per l’Italia, diffondere l’innovazione tecnologica nel nostro sistema d’impresa perché esso concorra a dare al nostro paese quella capacità produttiva che l’economia americana ha dimostrato d’avere. Sappiamo che l’innovazione tecnologica ha una diffusione a macchia di leopardo nel sistema industriale italiano, e che in larghissima parte della piccola impresa è molto difficile farla entrare. Sappiamo anche che superare quelle strozzature significa introdurre nuove tipologie professionali, superando la paura di perdere i vecchi lavori e dimostrandosi capaci di formarne di nuovi. Sappiamo che avremmo bisogno di una più forte concorrenza in una serie di settori che forniscono input intermedi a produttori di merci e servizi finali. Sappiamo che una parte di quei nuovi lavori appartengono all’ambito dei servizi alla persona, gelosamente custoditi da una parte dal sistema sanitario e dall’altra da nicchie corporative prevalentemente locali che non sono state ancora modificate. Se sappiamo dove sarebbe necessario operare il mutamento, dobbiamo chiederci dove si annidano le resistenze che c’impediscono di portare a compimento un processo d’innovazione che è indubbiamente in corso. La mia tesi è riassumibile in questi termini: se è vero che vi sono singoli ostacoli al cambiamento che occorre saper identificare ad uno ad uno, è tanto più vero che non è possibile affrontarli tutti in modo adeguato se non entra in campo un dato più generale e pervasivo: quello che io definirei “fattore di leadership”, vale a dire la capacità dei gruppi dirigenti del paese di identificare una missione condivisa e una prospettiva comune, quali che siano i ruoli interni a questi gruppi o quelle che Camus avrebbe chiamato le “differenze situazionali” al loro interno.
Il mondo dell’impresa tende spesso ad indicare la politica come origine degli ostacoli al cambiamento. D’altra parte l’impresa sa bene di avere forti ragioni di ritardo, anche se nelle sedi pubbliche ha qualche difficoltà ad ammetterlo. Per fare un esempio: sono in molti a ritenere che nelle imprese italiane ci vorrebbe più capitale di rischio e che la riluttanza ad acquisirlo derivi dal fatto che molte di esse, anche al nord, operano in uno stato di semisommersione; così come molte piccole aziende, proprio in ragione delle loro dimensioni, tendono a vivere l’economia di impresa come un’appendice di quella domestica, con la conseguenza di rendere conti d’impresa e conti di famiglia talmente contigui da sconsigliare l’ingresso di qualunque portatore di capitale di rischio. È un fenomeno che rischia d’innescare circoli viziosi, e molti imprenditori ne sono consapevoli. Ma come si affronta, se non con un mutamento di paradigmi culturali? Credo anche che alcuni dei ritardi della nostra economia derivino dall’azione del sindacato. Vicende come quella delle Ferrovie dello Stato danno netta la percezione che ai vertici del sindacato non sempre vi sia la consapevolezza delle difficoltà gravissime in cui si trovano alcune aziende e di come sia assolutamente necessario rispondere in questi casi a un bisogno di verità che non è stato fino ad oggi sufficientemente appagato. Vi sono ritardi simili nella pubblica amministrazione: anche qui, come nel sindacato, spesso la preoccupazione principale è la salvaguardia di ruoli che forse non sono più compatibili con l’innovazione. È stato ampiamente dimostrato dalla letteratura che molte volte la rete delle organizzazioni rappresentative finisce per autotutelare i propri interessi, trasformandosi in un elemento di resistenza all’innovazione.
In questi come in altri casi si ha l’impressione che vi sia un’inadeguatezza dei paradigmi culturali, spesso rivolti al passato e per questo, incapaci di interpretare i fenomeni che vanno nella direzione opposta. Prendiamo, ad esempio, la questione dei collaboratori coordinati e continuativi. Come leggiamo questo fenomeno? Come un imbroglio degli imprenditori, che invece di assunzioni permanenti e stabili tendono a circondarsi di “collaboratori” che sono di fatto lavoratori stabili mascherati? O si tratta invece di imprenditori del futuro, che non hanno un datore di lavoro ma dei clienti e che quindi sono in una posizione diversa da quella del lavoratore dipendente? In Italia oggi vi sono imprenditori che riescono ad avere ottocento dipendenti tutti nella forma di collaboratori coordinati e continuativi. Questi imprenditori stanno “imbrogliando al gioco”. Ma in nome di alcuni imprenditori che stanno imbrogliando al gioco, come vogliamo trattare i collaboratori: come persone da assimilare ai lavoratori dipendenti o come professionisti destinati ad avere clienti e non datori di lavoro? Questo è un problema di paradigmi: la disciplina va tarata sull’imbroglio o l’imbroglio va punito in quanto tale?
Questi interrogativi chiamano direttamente in causa il conservatorismo culturale che esiste nel nostro paese, perché si ha l’impressione che in Italia ciascuno sia almeno in parte legato alle vecchie care sicurezze del passato. Un mio libretto di molti anni fa, dove m’inventai la tesi del “modello spartitorio”, si concludeva sostenendo che l’Italia era allora “un paese senza egemonie” dove chiunque tirava l’acqua al suo mulino, con il risultato di avere un sistema che procedeva per spartizioni a beneficio di chi era in grado di riservarsi porzioni più ampie degli altri. La situazione oggi è molto diversa, perché quel modello era largamente fondato sul bilancio pubblico (che in questi anni siamo riusciti a sottrarre al modello spartitorio), ma una questione di fondo è rimasta: io non percepisco in Italia un corale impegno in nome del bene e del futuro del paese da parte di coloro che hanno funzione dirigente. Ogni volta che vado negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra, ho l’impressione di trovarmi di fronte a persone che al di là dei propri ruoli si sentono americani, si sentono francesi, si sentono inglesi e conducono, in qualche modo, un gioco comune: non nel senso che “facciano inciuci” ma nel senso che hanno una visione comune in funzione del proprio paese, si sentono investiti di una responsabilità verso il successo del proprio paese e il progresso della propria economia. Tranne che per rari momenti d’emergenza, finora non sono riuscito a percepire in Italia un analogo idem sentire.
Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio
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