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Intervento di Giuliano Amato al Congresso nazionale dello SDI Roma, 21 aprile 2002
Questa è la nostra storia
dall'inizio, da quel 1892 che in qualche modo qui ricordiamo,
e questa è stata la parte migliore della nostra storia, che ha
potuto avvalersi della sensibilità - l'ho scritto da molti
anni, e non è un’improvvisazione che possa essermi imputata
per ragioni contingenti - della sensibilità dei massimalisti a
quella che si chiamava cento anni fa la "questione sociale". E
quindi il messaggio che essi attraverso il PSI trasmettevano
ai riformisti, e la capacità dei riformisti - non dei
massimalisti ma dei riformisti - di dare risposte a quei
problemi. I massimalisti sono stati nel nostro passato, se
volete, i sensori migliori nella società per cogliere
inquietudini, cambiamenti, drammi spesso non visti per i quali
proponevano soluzioni non adeguate. Ma erano i problemi su cui
il riformismo si doveva esercitare. E sono i problemi sui
quali il riformismo, adottando le migliori delle sue
soluzioni, ha contribuito davvero a cambiare il paese. Non ci
sarebbe stato lo Statuto dei Lavoratori - che è frutto del
riformismo socialista - senza il movimento del Sessantotto,
senza l'Autunno Caldo, che era antagonismo, che da solo non
sarebbe arrivato da nessuna parte, ma che è stato il
combustibile che la cultura riformista ha potuto utilizzare
per dare ai lavoratori i diritti che la sensibilità dei
lavoratori in quel momento riteneva necessari. Non ve lo
dimenticate, questo. Non cadete nella trappola dei nemici del
riformismo che chiamano riformisti coloro che scrivono commi e
capoversi chiusi nel Palazzo. Non è quello il compito dei
riformisti, per quello basterebbe un’agenzia professionale a
scrivere commi e capoversi. Il riformismo è passione, visione
del futuro, è capacità di corrispondere a bisogni sociali
profondi. Il riformismo non vive nel chiuso delle istituzioni,
in cui pure deve stare per fornire le sue risposte. Senza
retroterra il riformismo si estingue, diventa esangue. E il
retroterra, senza riformismo, rimane quello che è: un
retroterra, che non riesce ad esprimere le soluzioni dei
problemi che pure sa manifestare.
E quindi io penso che mai come oggi
occorra essere sensibili ai cambiamenti che la società ci
mette davanti, mai come oggi occorre essere riformisti per
corrispondere a questi cambiamenti. Qualcuno ha detto - ed è
proprio uno di quegli imbambolamenti da "fine del comunismo" -
che una volta finito il comunismo per la sinistra c'è solo
l'ordinaria amministrazione. Eh no! (applausi). Questo
significa davvero non capire che cosa abbiamo davanti. Oggi
non sono tempi di ordinaria amministrazione. Davanti a quello
che succede nelle coscienze di milioni e milioni di persone
che vivono intorno a noi, che vivono con noi, c'è
l'aspettativa di qualcosa che è diverso da ciò che è stato in
passato, perché è diverso il presente che queste persone -
tante, tante, tante - stanno oggi vivendo. Abbiamo un mondo -
quante volte ce lo siamo detti - e questa non è retorica, ma
realtà che entra nelle nostre vite, un mondo pieno di
diseguaglianze, del divario tra ricchi e poveri. Un mondo
preso nella tenaglia di vecchi conflitti irrisolti che tornano
a galla e di nuovi conflitti che non trovano soluzione. E
questo mondo scarica sulle nostre società delle paure, delle
tensioni, delle ragioni di incertezza per le quali si aspetta
una qualche risposta. E quante sono queste ragioni di
tensione!
Pensateci: l'11 settembre è entrato
nelle nostre case. Io ho un piccolo esempio familiare, ho dei
nipoti, dei bambini abituati a guardare cartoni animati, anche
giapponesi, quanto di più violento si possa, paradossalmente,
immaginare. Cartoni che io - bigotto - non consentirei di far
vedere ai bambini. Quando hanno visto l'11 settembre, loro,
non hanno voluto più vedere quelle immagini. Hanno capito che
era la realtà, e gli faceva paura l'idea che un aereo
improvvisamente si scaraventasse nelle loro case e uccidesse.
Ecco: questo è entrato nella nostra società, certo, ma non è
l'unica cosa. Tante altre sono entrate. Come sono entrate le
incertezze, le inquietudini della vita quotidiana così diversa
oggi da quella che abbiamo vissuto noi. E il lavoro oggi c'è,
domani non c'è.
Me lo avete sentito dire tante
volte che predicare ai giovani la lezione secondo cui nel loro
futuro non c'è un posto di lavoro ma un percorso di lavori. È
facile per noi da dire, ma è difficile per loro da vivere,
perché è una vita tutta diversa, una vita che affronta
incertezze che noi non abbiamo mai avuto nella nostra, perché
almeno potevi non averlo, il posto, ma quando lo avevi era una
certezza, sia pur relativa. E ci impostavi anni di vita sopra.
Ora ci impostano i mesi. Hanno la provvisorietà incorporata,
pensano in questi termini, ed è la vita che cambia nella sua
interezza se la si comincia a pensare in quei termini.
Ricordo settimane fa che Pia
Locatelli mi invitò ad una splendida manifestazione,
l'inaugurazione della Fondazione a Bergamo in ricordo di suo
marito, e in quell’occasione, per spiegare che anche chi ha il
posto non guadagna tanto (e notate che non era un platea di
tute blu, era una platea di media ed alta borghesia
bergamasca) dissi: "Anche un giovane qualificato riesce ad
arrivare al massimo a due o tre milioni netti al mese", e si
levò un brusio di riprovazione dalla sala. Avevo detto troppo,
una cifra troppo alta secondo loro.
Ecco: questo nelle vite entra. La
vita cresce, l'asilo costa sempre di più perché
l'aggiustamento finanziario impone ai Comuni di farlo pagare,
e allora io posso non avere un lavoro, avercelo transitorio,
posso trovarlo con uno stipendio col quale in realtà non
riesco a campare. E mi crescono dentro tante e tante ansietà,
tante e tante inquietudini. E il giorno che si arriva a
parlarne, che si fanno libri bianchi, che si ipotizzano
soluzioni, salta fuori che l'unica cosa della quale si parla è
che per di più io sono anche licenziabile? Ma allora si
incazzano tutti furiosamente! Questo è ciò che ha finito per
accadere, capite? Questo! Chi non ha previsto che in
particolare dal nord sarebbe venuta una reazione spropositata
in fondo, rispetto alla questione dell'articolo 18 - che è
vero che riguarda alcuni e non tutti... E quello è stato il
classico fiammifero gettato su della benzina che stava lì da
tempo, fatta di inquietudini e di vita che non soddisfa, di
vita dalla quale si cerca qualcos'altro, qualche certezza in
più, non la probabilità che si aggiunge alle tante probabilità
ansiogene di essere licenziati. Per questo ho ritenuto - e lo dissi
- che il messaggio fosse tremendamente sbagliato, al di là
delle ragioni della flessibilità quello era un messaggio
profondamente sbagliato. La vecchiaia! Ma vi rendete conto?
Per i miei genitori era così: la vecchiaia era commisurata in
conformità ai calcoli del Tesoro e dell'Inps sull'equilibrio
finanziario del sistema pensionistico. Vai in pensione, hai
davanti dieci o dodici anni di vita... Questa era la
vecchiaia. E muori, e l'Inps smette di spendere per te. Ora la
vecchiaia è un periodo della vita più lungo del periodo
lavorativo. Più lungo. Che cos'è diventato questo anziano?
Ancora una persona di cui possiamo dire "bene, da questo punto
in là hai la pensione, non ne parliamo più, trovati un posto
in cui stare"? No, non è più così. C'è una vita da
organizzare, risorse da utilizzare, sentimenti che rischiano
di diventare frustrazione profonda se tutti questi lunghi anni
devono essere passati aspettando l'evento che permette
all'Inps di risparmiare. Questo è un problema totalmente
nuovo, che nessuno ha cominciato ancora ad affrontare, ma che
migliaia e migliaia di persone hanno cominciato a
vivere.
Insomma: come ho cercato di dire in
più occasioni sono finiti i vecchi ordini, ci sono tutte le
inquietudini e le incertezze, e anche le propensioni ad
infiammarsi - come è accaduto grazie a quel fiammifero - che
derivano dal trovarsi privi delle vecchie certezze e coinvolti
da un disordine di cui non si capisce il senso, la
prospettiva. Non si capisce a quale futuro ci potrà portare,
ed è questo che fa paura, che irrigidisce. <
Non lo risolve, questo, l'ordinaria
amministrazione. Lo risolve la domanda: come vogliamo che sia
questo Paese tra vent'anni? E quali strumenti abbiamo nella
realtà di oggi per spingerlo in una direzione che dia dignità,
serenità? Se non più le vecchie certezze, perché le vecchie
certezze sono impossibili, almeno ragioni plausibili di vita.
Perché, se non abbiamo almeno questo, che altro
abbiamo?
E allora, capite, si tratta di
costruire nuovi diritti. Davanti ad ogni ansietà c'è un
diritto possibile, realizzabile. I nuovi rischi del
ventunesimo secolo chiedono sistemi di diritti adatti ai
rischi medesimi, non quelli del secolo precedente. Per me -
che mi avvio ad una vecchiaia, teoricamente, più lunga di
quella dei miei genitori - c'è un problema di diritti connessi
alla mia anzianità. Per un giovane che ha un percorso di
lavoro e non un posto di lavoro c'è un problema, eccome: i
nuovi diritti del lavoro. Amato e Treu ci hanno già provato a
scriverlo, ma è lì, in un cassetto, in attesa che l'Ulivo
batta un colpo. Mi fa piacere che di qua si cerchi di farlo
battere, questo colpo. Ma una parola permettetemi di dirla:
neppure i grandi conflitti che ci tormentano in campo
internazionale li potete affrontare né con l'ordinaria
amministrazione né con le invenzioni da secolo breve.
"L'asse del male da combattere"...
non esiste. Esistono situazioni diversificate, che vanno
affrontate per quello che sono, cavando quel che di riformismo
e di modernizzazione c'è in queste diverse situazioni. Né si
potrà mai risolvere una questione così tragica come quella del
Medioriente con questo fronteggiarsi di uno Sharon che opera
nei campi profughi in modo inconcepibilmente ignaro della
storia che rappresenta e dei diritti umani che ha davanti, e
di un Arafat - mi spiace molto dirlo, ma tocca a noi europei
dirlo, che siamo amici dei palestinesi e della loro causa - un
Arafat che copre fatti abnormi dal punto di vista umano come i
terroristi bomba che si privano della vita per eliminare altre
vite, che sono stati addestrati per fare questo, sono stati
fanatizzati affinché arrivassero a fare questo. Tocca a noi
dire che questo è inconcepibile.
Ho colto in una parte dell'opinione
europea, e della sinistra italiana in particolare, un
atteggiamento che mi ha ricordato quello che si teneva con i
"compagni che sbagliano". Questo è inammissibile. Tocca a noi
dirlo. E non mi basta che si dica che si è per i due Stati,
perché vedere fronteggiarsi queste due violenze significa
trovarsi davanti ad una tragica impossibilità. E occorre che
si intervenga con autorevolezza.
Credo che Kofi Annan abbia ragione
quando dice che continuando le cose così, una forza lì deve
esserci, violando quello che è stato il bilateralismo
pluriennale nella gestione di quella situazione. Del resto
l'idea della "forza" l'ho trovata per la prima volta scritta
da Thomas Friedman sul New York Times qualche settimana fa. E
Friedman appartiene a una delle due famiglie in campo.
E poi ci serve l'Europa, che
l'Europa abbia voce. E ci serve l'equilibrio che l'Europa può
portare in questa circostanza, ma deve avere l'autorevolezza
per farlo, deve riuscire ad avere una politica estera davvero
comune, e qualcuno che la rappresenta, non tre o quattro o
cinque voci che la rappresentano. Per questo io sono
intenzionato a portare avanti il mio discorso del seggio unico
dell'Europa al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, dove Francia,
Regno Unito, Germania, Spagna e Italia che sono aspiranti,
dovranno confluire in un unico seggio e arrivare ad
un’organizzazione dei rapporti internazionali ed europei che
ci renda capaci di unificarli. Io ho queste ambizioni nei
confronti dell'Europa. Mi sembrerebbe strano non avere
ambizioni almeno pari nei confronti della coalizione
dell'Ulivo, perché spero che si possa chiedere a margherite e
fiori vari di questa nostra coalizione, quello che si chiede a
Stati sovrani come Regno Unito, Francia, Germania e Italia: la
capacità di essere uno, di dare forza, riconoscibilità e
capacità di azione alla carta che abbiamo per vincere.
Compagni, a volte si sente nei
confronti dell'Ulivo una sorta di adesione obbligatoria, come
con tutte le icone che stanno sugli altari e che vanno
rispettate. E allora vorrei ricordarvi che nelle elezioni
dello scorso anno chi ha perso per soli 400.000 voti non sono
stati i partiti sommati, è stato l'Ulivo in quanto coalizione.
E' questa la marcia in più che tutti insieme abbiamo,
presentandoci al Paese come forza politica che è in condizioni
di governare. Non facciamoci illusioni: il sistema bipolare si
è radicato nella coscienza degli italiani, si è molto meno
radicato nella coscienza dei partiti. Per mille comprensibili
ragioni. Ma di fatto nella coscienza degli italiani si è
radicato. E si aspettano che ci siano forze competitive per
governare. O l'una o l'altra. Il nostro problema è far essere
competitivo l'Ulivo. Farlo essere competitivo significa dargli
forza proprio in quanto aggregato il più possibile unitario.
Non sarò io - vicepresidente del Partito Socialista Europeo -
a dirvi che su questa strada non è importante portare i
partiti che fanno capo al socialismo europeo unitariamente
all'appuntamento finale dell'Ulivo. Non sarò io a dirvi che
non è importante, perché lo è, ed ha fatto bene Enrico ieri a
dire che il nostro obiettivo è il rafforzamento e l'unità dei
riformisti nell'Ulivo, ma ciò che non si è realizzato è
bisognoso ancora di attenzione e di impegno perché possa
realizzarsi nel percorso che conduce all'unità dei riformisti
nell'Ulivo. Non dimenticate che viviamo in Europa, e non
dobbiamo arrivare all'ennesima prova dell’anomalia italiana. E
le grandi famiglie politiche europee sono pur sempre quella
popolare e quella socialista, e il punto d'approdo dell'Ulivo
in Europa è quello di far capo ad una famiglia socialista che
sappia per parte sua allargarsi al riformismo. Ma
naturalmente, perché questo possa accadere, occorre che
l'impronta socialista sull'Ulivo sia un’impronta visibile,
solida, il più possibile compatta. Altrimenti rischia che
rimarrà il Partito Popolare Europeo il riferimento delle
margherite, sic stantibus, oppure dovranno fare il
Margheritone europeo... Certo che il riferimento europeo per
me è naturale, io appartengo a quella famiglia, i miei
interlocutori sono i miei compagni socialisti europei, con i
quali fra l'altro ormai passo più di quattro quinti della mia
settimana. Capisco che c'è un problema di questo partito che a
differenza dell'Internazionale Socialista è rimasto troppo
strettamente ancorato ai partiti socialisti in senso stretto
dell'Europa, e deve sapersi allargare ai partiti o alle
Federazioni riformiste, però, perché una federazione di
partito riformista italiana non sia l'ennesima prova
dell'anomalia italiana, ma sia riconducibile a quel punto
intermedio di incontro, occorre che le nostre presenze siano
compatte.
Io mi sento vicino a tutti i
riformisti dell'Ulivo. Non posso negare che all'interno di
questo percepisco che c'è un riformismo socialista, che ha una
tradizione, che ha una storia. Dobbiamo perciò mantenere
queste due cose tra loro correlate.
Perché questo abbia un senso - ed è
l'ultima cosa che vi voglio dire - e possa salvare l'Ulivo, e
dico salvare, deve essere il riformismo di cui vi parlavo
all'inizio. Quello che non ha paura delle proprie radici
popolare e delle sensibilità collettive, il riformismo che al
tempo d'oggi né ha paura del cosiddetto movimento né si
estranea dai movimenti dicendo "questa è roba dei Casarini".
Non è così. Fareste un errore colossale. E' chiaro che sui
cavalli del movimento saltano in groppa persone che hanno come
vocazione l'antagonismo, e nessuno glielo può impedire. Ma non
è che i movimenti debbano necessariamente esprimere ciò che
questi leader antagonisti sono disposti a far valere. State
attenti: lì dentro ci sono umori collettivi, desideri di un
mondo migliore, ci sono organizzazioni anche non governative
di serissimo impegno sociale che fanno parte del vostro humus
nella società, e che sbagliereste a rinnegare. Ma siete voi
che dovete dare le risposte a tutto questo! E inutile dire che
le risposte politiche non coincidono con i giochi dei bambini.
Questo lo so, tutti lo sanno, e forse qualche adulto a volte
se lo dimentica. Ma quando si sia detto questo, sappiate che
da Porto Alegre arrivano domande di riformismo e proposte di
riformismo, e tocca a voi prenderle in pugno, perché
altrimenti chi vi darà mai la forza di governare questi grandi
fatti, questi grandi e soverchianti poteri che girano per il
mondo? Non troverete mai la forza.
Non fate i riformisti che si
chiudono tra le loro carte, che vedono in qualche modo come
antitetico a se medesimi un mondo che si agita. Del mondo che
si agita o voi siete gli interpreti o rimarrà soltanto
l'inquietudine, e allora nasceranno conflitti più gravi. Voi
avete la responsabilità, da riformisti, di trovare la risposta
a quelle inquietudini. E' su questo terreno che si salva
l'Ulivo. Con una grande fermezza riformista. Io non ho mai
capito perché per rivolgerci a coloro che si considerano alla
propria sinistra - cosa che io ho sempre ritenuto opinabile
non avendo mai ritenuto, a dir la verità, un comunista più a
sinistra di me, e seguendo la nomenklatura russa degli anni
più recenti lo consideravo un conservatore anche da prima. Non
ho avuto bisogno di Gorbaciov per arrivare a quella
conclusione - si nega anche a se stessi il rapporto con coloro
che questi pretendono di rappresentare.
Perché? Sono franco e sincero, e
penso che Bertinotti abbia comunque torto, sia che sia
comunista sia che diventi una specie di metamovimentista. Ha
torto sia quando fa il comunista che non è (essendo un
socialdemocratico estremista, io lo conosco bene, eravamo
socialisti insieme, essendo l'estremismo più che altro una
caratteristica della nostra famiglia) sia ora che, appunto, fa
dell'antagonismo la risposta politica. Ma l'antagonismo non è
una risposta politica.
Solo che quando io ho constatato
questo, che per me è una ovvietà, mi rimane il problema di un
mondo che si agita e al quale - se io non offro una
rappresentanza migliore - lui dà una rappresentanza. E a quel
punto io dovrò trattare direttamente con lui, anziché essere
in condizione di rappresentare coloro che lui dice di
rappresentare. Cercate di non essere estranei a questo.
Cercate, certo, di essere chiari, espliciti, nelle vostre
risposte riformiste. Che poi è tutto il contrario
dell’agitazione per l'agitazione.
Per questa ragione è importante a
questo punto, cari compagni, uscire dal passato. I socialisti
devono uscire dal passato. E' tempo che entrino loro stessi
nel futuro. Voi dello Sdi il passato lo avete difeso nel modo
migliore. Avete esemplificato la parte migliore di noi e della
nostra storia. Avete difeso - come era giusto che accadesse -
la dignità umana e politica dei compagni che ci hanno
lasciato, che non ci sono più. E questo è stato giusto. Ora
dovete entrare nel futuro, sintonizzare tutto voi stessi e il
contributo che potete dare alla costruzione del soggetto
riformista del ventunesimo secolo. All'interno di questo,
smettendo di pensare al passato se non per gli insegnamenti e
le ragioni di orgoglio identitario, che giustamente ancora si
cercano, dovete concorre voi stessi a fornire l'Ulivo di
quelle nuove e più giovani leve, alle quali dovremo affidare
l'Ulivo stesso per le prossime
sfide.
Fonte: sito Web dell'Avanti della Domenica (www.avantidelladomenica.it)
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