Intervento di Giuliano Amato al Congresso nazionale dello SDI

Roma, 21 aprile 2002



Ieri avete avuto dal PSE un lungo messaggio del Presidente... Oggi avete il vicepresidente... Ci si adatta all'Italia, dove si raddoppiano le razioni. Al messaggio del Presidente si aggiunge insomma la presenza del vice. Al di là delle battute, perché non è tempo di battute, ma è tempo di profondo impegno e di profonda serietà, il fatto è che se c'è una qualità di cui la politica italiana ed europea ha bisogno in questo momento, è la qualità di cui voi compagni, avete nella vostra storia dato prova: la sensibilità al cambiamento e al modo di procedere al cambiamento. Non vi stupite se insisterò in qualche modo sul seguente motivo, ché questa sensibilità i socialisti l'hanno maturata attraverso una lunga storia segnata dal complesso e difficile rapporto tra massimalisti e riformisti, gli uni non potendo fare a meno degli altri.

Questa è la nostra storia dall'inizio, da quel 1892 che in qualche modo qui ricordiamo, e questa è stata la parte migliore della nostra storia, che ha potuto avvalersi della sensibilità - l'ho scritto da molti anni, e non è un’improvvisazione che possa essermi imputata per ragioni contingenti - della sensibilità dei massimalisti a quella che si chiamava cento anni fa la "questione sociale". E quindi il messaggio che essi attraverso il PSI trasmettevano ai riformisti, e la capacità dei riformisti - non dei massimalisti ma dei riformisti - di dare risposte a quei problemi. I massimalisti sono stati nel nostro passato, se volete, i sensori migliori nella società per cogliere inquietudini, cambiamenti, drammi spesso non visti per i quali proponevano soluzioni non adeguate. Ma erano i problemi su cui il riformismo si doveva esercitare. E sono i problemi sui quali il riformismo, adottando le migliori delle sue soluzioni, ha contribuito davvero a cambiare il paese. Non ci sarebbe stato lo Statuto dei Lavoratori - che è frutto del riformismo socialista - senza il movimento del Sessantotto, senza l'Autunno Caldo, che era antagonismo, che da solo non sarebbe arrivato da nessuna parte, ma che è stato il combustibile che la cultura riformista ha potuto utilizzare per dare ai lavoratori i diritti che la sensibilità dei lavoratori in quel momento riteneva necessari. Non ve lo dimenticate, questo. Non cadete nella trappola dei nemici del riformismo che chiamano riformisti coloro che scrivono commi e capoversi chiusi nel Palazzo. Non è quello il compito dei riformisti, per quello basterebbe un’agenzia professionale a scrivere commi e capoversi. Il riformismo è passione, visione del futuro, è capacità di corrispondere a bisogni sociali profondi. Il riformismo non vive nel chiuso delle istituzioni, in cui pure deve stare per fornire le sue risposte. Senza retroterra il riformismo si estingue, diventa esangue. E il retroterra, senza riformismo, rimane quello che è: un retroterra, che non riesce ad esprimere le soluzioni dei problemi che pure sa manifestare.

E quindi io penso che mai come oggi occorra essere sensibili ai cambiamenti che la società ci mette davanti, mai come oggi occorre essere riformisti per corrispondere a questi cambiamenti. Qualcuno ha detto - ed è proprio uno di quegli imbambolamenti da "fine del comunismo" - che una volta finito il comunismo per la sinistra c'è solo l'ordinaria amministrazione. Eh no! (applausi). Questo significa davvero non capire che cosa abbiamo davanti. Oggi non sono tempi di ordinaria amministrazione. Davanti a quello che succede nelle coscienze di milioni e milioni di persone che vivono intorno a noi, che vivono con noi, c'è l'aspettativa di qualcosa che è diverso da ciò che è stato in passato, perché è diverso il presente che queste persone - tante, tante, tante - stanno oggi vivendo. Abbiamo un mondo - quante volte ce lo siamo detti - e questa non è retorica, ma realtà che entra nelle nostre vite, un mondo pieno di diseguaglianze, del divario tra ricchi e poveri. Un mondo preso nella tenaglia di vecchi conflitti irrisolti che tornano a galla e di nuovi conflitti che non trovano soluzione. E questo mondo scarica sulle nostre società delle paure, delle tensioni, delle ragioni di incertezza per le quali si aspetta una qualche risposta. E quante sono queste ragioni di tensione!

Pensateci: l'11 settembre è entrato nelle nostre case. Io ho un piccolo esempio familiare, ho dei nipoti, dei bambini abituati a guardare cartoni animati, anche giapponesi, quanto di più violento si possa, paradossalmente, immaginare. Cartoni che io - bigotto - non consentirei di far vedere ai bambini. Quando hanno visto l'11 settembre, loro, non hanno voluto più vedere quelle immagini. Hanno capito che era la realtà, e gli faceva paura l'idea che un aereo improvvisamente si scaraventasse nelle loro case e uccidesse. Ecco: questo è entrato nella nostra società, certo, ma non è l'unica cosa. Tante altre sono entrate. Come sono entrate le incertezze, le inquietudini della vita quotidiana così diversa oggi da quella che abbiamo vissuto noi. E il lavoro oggi c'è, domani non c'è.

Me lo avete sentito dire tante volte che predicare ai giovani la lezione secondo cui nel loro futuro non c'è un posto di lavoro ma un percorso di lavori. È facile per noi da dire, ma è difficile per loro da vivere, perché è una vita tutta diversa, una vita che affronta incertezze che noi non abbiamo mai avuto nella nostra, perché almeno potevi non averlo, il posto, ma quando lo avevi era una certezza, sia pur relativa. E ci impostavi anni di vita sopra. Ora ci impostano i mesi. Hanno la provvisorietà incorporata, pensano in questi termini, ed è la vita che cambia nella sua interezza se la si comincia a pensare in quei termini.

Ricordo settimane fa che Pia Locatelli mi invitò ad una splendida manifestazione, l'inaugurazione della Fondazione a Bergamo in ricordo di suo marito, e in quell’occasione, per spiegare che anche chi ha il posto non guadagna tanto (e notate che non era un platea di tute blu, era una platea di media ed alta borghesia bergamasca) dissi: "Anche un giovane qualificato riesce ad arrivare al massimo a due o tre milioni netti al mese", e si levò un brusio di riprovazione dalla sala. Avevo detto troppo, una cifra troppo alta secondo loro.

Ecco: questo nelle vite entra. La vita cresce, l'asilo costa sempre di più perché l'aggiustamento finanziario impone ai Comuni di farlo pagare, e allora io posso non avere un lavoro, avercelo transitorio, posso trovarlo con uno stipendio col quale in realtà non riesco a campare. E mi crescono dentro tante e tante ansietà, tante e tante inquietudini. E il giorno che si arriva a parlarne, che si fanno libri bianchi, che si ipotizzano soluzioni, salta fuori che l'unica cosa della quale si parla è che per di più io sono anche licenziabile? Ma allora si incazzano tutti furiosamente! Questo è ciò che ha finito per accadere, capite? Questo! Chi non ha previsto che in particolare dal nord sarebbe venuta una reazione spropositata in fondo, rispetto alla questione dell'articolo 18 - che è vero che riguarda alcuni e non tutti... E quello è stato il classico fiammifero gettato su della benzina che stava lì da tempo, fatta di inquietudini e di vita che non soddisfa, di vita dalla quale si cerca qualcos'altro, qualche certezza in più, non la probabilità che si aggiunge alle tante probabilità ansiogene di essere licenziati.

Per questo ho ritenuto - e lo dissi - che il messaggio fosse tremendamente sbagliato, al di là delle ragioni della flessibilità quello era un messaggio profondamente sbagliato.

La vecchiaia! Ma vi rendete conto? Per i miei genitori era così: la vecchiaia era commisurata in conformità ai calcoli del Tesoro e dell'Inps sull'equilibrio finanziario del sistema pensionistico. Vai in pensione, hai davanti dieci o dodici anni di vita... Questa era la vecchiaia. E muori, e l'Inps smette di spendere per te. Ora la vecchiaia è un periodo della vita più lungo del periodo lavorativo. Più lungo. Che cos'è diventato questo anziano? Ancora una persona di cui possiamo dire "bene, da questo punto in là hai la pensione, non ne parliamo più, trovati un posto in cui stare"? No, non è più così. C'è una vita da organizzare, risorse da utilizzare, sentimenti che rischiano di diventare frustrazione profonda se tutti questi lunghi anni devono essere passati aspettando l'evento che permette all'Inps di risparmiare. Questo è un problema totalmente nuovo, che nessuno ha cominciato ancora ad affrontare, ma che migliaia e migliaia di persone hanno cominciato a vivere.

Insomma: come ho cercato di dire in più occasioni sono finiti i vecchi ordini, ci sono tutte le inquietudini e le incertezze, e anche le propensioni ad infiammarsi - come è accaduto grazie a quel fiammifero - che derivano dal trovarsi privi delle vecchie certezze e coinvolti da un disordine di cui non si capisce il senso, la prospettiva. Non si capisce a quale futuro ci potrà portare, ed è questo che fa paura, che irrigidisce.

< Non lo risolve, questo, l'ordinaria amministrazione. Lo risolve la domanda: come vogliamo che sia questo Paese tra vent'anni? E quali strumenti abbiamo nella realtà di oggi per spingerlo in una direzione che dia dignità, serenità? Se non più le vecchie certezze, perché le vecchie certezze sono impossibili, almeno ragioni plausibili di vita. Perché, se non abbiamo almeno questo, che altro abbiamo?

E allora, capite, si tratta di costruire nuovi diritti. Davanti ad ogni ansietà c'è un diritto possibile, realizzabile. I nuovi rischi del ventunesimo secolo chiedono sistemi di diritti adatti ai rischi medesimi, non quelli del secolo precedente. Per me - che mi avvio ad una vecchiaia, teoricamente, più lunga di quella dei miei genitori - c'è un problema di diritti connessi alla mia anzianità. Per un giovane che ha un percorso di lavoro e non un posto di lavoro c'è un problema, eccome: i nuovi diritti del lavoro. Amato e Treu ci hanno già provato a scriverlo, ma è lì, in un cassetto, in attesa che l'Ulivo batta un colpo. Mi fa piacere che di qua si cerchi di farlo battere, questo colpo. Ma una parola permettetemi di dirla: neppure i grandi conflitti che ci tormentano in campo internazionale li potete affrontare né con l'ordinaria amministrazione né con le invenzioni da secolo breve.

"L'asse del male da combattere"... non esiste. Esistono situazioni diversificate, che vanno affrontate per quello che sono, cavando quel che di riformismo e di modernizzazione c'è in queste diverse situazioni. Né si potrà mai risolvere una questione così tragica come quella del Medioriente con questo fronteggiarsi di uno Sharon che opera nei campi profughi in modo inconcepibilmente ignaro della storia che rappresenta e dei diritti umani che ha davanti, e di un Arafat - mi spiace molto dirlo, ma tocca a noi europei dirlo, che siamo amici dei palestinesi e della loro causa - un Arafat che copre fatti abnormi dal punto di vista umano come i terroristi bomba che si privano della vita per eliminare altre vite, che sono stati addestrati per fare questo, sono stati fanatizzati affinché arrivassero a fare questo. Tocca a noi dire che questo è inconcepibile.

Ho colto in una parte dell'opinione europea, e della sinistra italiana in particolare, un atteggiamento che mi ha ricordato quello che si teneva con i "compagni che sbagliano". Questo è inammissibile. Tocca a noi dirlo. E non mi basta che si dica che si è per i due Stati, perché vedere fronteggiarsi queste due violenze significa trovarsi davanti ad una tragica impossibilità. E occorre che si intervenga con autorevolezza.

Credo che Kofi Annan abbia ragione quando dice che continuando le cose così, una forza lì deve esserci, violando quello che è stato il bilateralismo pluriennale nella gestione di quella situazione. Del resto l'idea della "forza" l'ho trovata per la prima volta scritta da Thomas Friedman sul New York Times qualche settimana fa. E Friedman appartiene a una delle due famiglie in campo.

E poi ci serve l'Europa, che l'Europa abbia voce. E ci serve l'equilibrio che l'Europa può portare in questa circostanza, ma deve avere l'autorevolezza per farlo, deve riuscire ad avere una politica estera davvero comune, e qualcuno che la rappresenta, non tre o quattro o cinque voci che la rappresentano. Per questo io sono intenzionato a portare avanti il mio discorso del seggio unico dell'Europa al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, dove Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Italia che sono aspiranti, dovranno confluire in un unico seggio e arrivare ad un’organizzazione dei rapporti internazionali ed europei che ci renda capaci di unificarli. Io ho queste ambizioni nei confronti dell'Europa. Mi sembrerebbe strano non avere ambizioni almeno pari nei confronti della coalizione dell'Ulivo, perché spero che si possa chiedere a margherite e fiori vari di questa nostra coalizione, quello che si chiede a Stati sovrani come Regno Unito, Francia, Germania e Italia: la capacità di essere uno, di dare forza, riconoscibilità e capacità di azione alla carta che abbiamo per vincere.

Compagni, a volte si sente nei confronti dell'Ulivo una sorta di adesione obbligatoria, come con tutte le icone che stanno sugli altari e che vanno rispettate. E allora vorrei ricordarvi che nelle elezioni dello scorso anno chi ha perso per soli 400.000 voti non sono stati i partiti sommati, è stato l'Ulivo in quanto coalizione. E' questa la marcia in più che tutti insieme abbiamo, presentandoci al Paese come forza politica che è in condizioni di governare. Non facciamoci illusioni: il sistema bipolare si è radicato nella coscienza degli italiani, si è molto meno radicato nella coscienza dei partiti. Per mille comprensibili ragioni. Ma di fatto nella coscienza degli italiani si è radicato. E si aspettano che ci siano forze competitive per governare. O l'una o l'altra. Il nostro problema è far essere competitivo l'Ulivo. Farlo essere competitivo significa dargli forza proprio in quanto aggregato il più possibile unitario. Non sarò io - vicepresidente del Partito Socialista Europeo - a dirvi che su questa strada non è importante portare i partiti che fanno capo al socialismo europeo unitariamente all'appuntamento finale dell'Ulivo. Non sarò io a dirvi che non è importante, perché lo è, ed ha fatto bene Enrico ieri a dire che il nostro obiettivo è il rafforzamento e l'unità dei riformisti nell'Ulivo, ma ciò che non si è realizzato è bisognoso ancora di attenzione e di impegno perché possa realizzarsi nel percorso che conduce all'unità dei riformisti nell'Ulivo. Non dimenticate che viviamo in Europa, e non dobbiamo arrivare all'ennesima prova dell’anomalia italiana. E le grandi famiglie politiche europee sono pur sempre quella popolare e quella socialista, e il punto d'approdo dell'Ulivo in Europa è quello di far capo ad una famiglia socialista che sappia per parte sua allargarsi al riformismo. Ma naturalmente, perché questo possa accadere, occorre che l'impronta socialista sull'Ulivo sia un’impronta visibile, solida, il più possibile compatta. Altrimenti rischia che rimarrà il Partito Popolare Europeo il riferimento delle margherite, sic stantibus, oppure dovranno fare il Margheritone europeo... Certo che il riferimento europeo per me è naturale, io appartengo a quella famiglia, i miei interlocutori sono i miei compagni socialisti europei, con i quali fra l'altro ormai passo più di quattro quinti della mia settimana. Capisco che c'è un problema di questo partito che a differenza dell'Internazionale Socialista è rimasto troppo strettamente ancorato ai partiti socialisti in senso stretto dell'Europa, e deve sapersi allargare ai partiti o alle Federazioni riformiste, però, perché una federazione di partito riformista italiana non sia l'ennesima prova dell'anomalia italiana, ma sia riconducibile a quel punto intermedio di incontro, occorre che le nostre presenze siano compatte.

Io mi sento vicino a tutti i riformisti dell'Ulivo. Non posso negare che all'interno di questo percepisco che c'è un riformismo socialista, che ha una tradizione, che ha una storia. Dobbiamo perciò mantenere queste due cose tra loro correlate.

Perché questo abbia un senso - ed è l'ultima cosa che vi voglio dire - e possa salvare l'Ulivo, e dico salvare, deve essere il riformismo di cui vi parlavo all'inizio. Quello che non ha paura delle proprie radici popolare e delle sensibilità collettive, il riformismo che al tempo d'oggi né ha paura del cosiddetto movimento né si estranea dai movimenti dicendo "questa è roba dei Casarini". Non è così. Fareste un errore colossale. E' chiaro che sui cavalli del movimento saltano in groppa persone che hanno come vocazione l'antagonismo, e nessuno glielo può impedire. Ma non è che i movimenti debbano necessariamente esprimere ciò che questi leader antagonisti sono disposti a far valere. State attenti: lì dentro ci sono umori collettivi, desideri di un mondo migliore, ci sono organizzazioni anche non governative di serissimo impegno sociale che fanno parte del vostro humus nella società, e che sbagliereste a rinnegare. Ma siete voi che dovete dare le risposte a tutto questo! E inutile dire che le risposte politiche non coincidono con i giochi dei bambini. Questo lo so, tutti lo sanno, e forse qualche adulto a volte se lo dimentica. Ma quando si sia detto questo, sappiate che da Porto Alegre arrivano domande di riformismo e proposte di riformismo, e tocca a voi prenderle in pugno, perché altrimenti chi vi darà mai la forza di governare questi grandi fatti, questi grandi e soverchianti poteri che girano per il mondo? Non troverete mai la forza.

Non fate i riformisti che si chiudono tra le loro carte, che vedono in qualche modo come antitetico a se medesimi un mondo che si agita. Del mondo che si agita o voi siete gli interpreti o rimarrà soltanto l'inquietudine, e allora nasceranno conflitti più gravi. Voi avete la responsabilità, da riformisti, di trovare la risposta a quelle inquietudini. E' su questo terreno che si salva l'Ulivo. Con una grande fermezza riformista. Io non ho mai capito perché per rivolgerci a coloro che si considerano alla propria sinistra - cosa che io ho sempre ritenuto opinabile non avendo mai ritenuto, a dir la verità, un comunista più a sinistra di me, e seguendo la nomenklatura russa degli anni più recenti lo consideravo un conservatore anche da prima. Non ho avuto bisogno di Gorbaciov per arrivare a quella conclusione - si nega anche a se stessi il rapporto con coloro che questi pretendono di rappresentare.

Perché? Sono franco e sincero, e penso che Bertinotti abbia comunque torto, sia che sia comunista sia che diventi una specie di metamovimentista. Ha torto sia quando fa il comunista che non è (essendo un socialdemocratico estremista, io lo conosco bene, eravamo socialisti insieme, essendo l'estremismo più che altro una caratteristica della nostra famiglia) sia ora che, appunto, fa dell'antagonismo la risposta politica. Ma l'antagonismo non è una risposta politica.

Solo che quando io ho constatato questo, che per me è una ovvietà, mi rimane il problema di un mondo che si agita e al quale - se io non offro una rappresentanza migliore - lui dà una rappresentanza. E a quel punto io dovrò trattare direttamente con lui, anziché essere in condizione di rappresentare coloro che lui dice di rappresentare. Cercate di non essere estranei a questo. Cercate, certo, di essere chiari, espliciti, nelle vostre risposte riformiste. Che poi è tutto il contrario dell’agitazione per l'agitazione.

Per questa ragione è importante a questo punto, cari compagni, uscire dal passato. I socialisti devono uscire dal passato. E' tempo che entrino loro stessi nel futuro. Voi dello Sdi il passato lo avete difeso nel modo migliore. Avete esemplificato la parte migliore di noi e della nostra storia. Avete difeso - come era giusto che accadesse - la dignità umana e politica dei compagni che ci hanno lasciato, che non ci sono più. E questo è stato giusto. Ora dovete entrare nel futuro, sintonizzare tutto voi stessi e il contributo che potete dare alla costruzione del soggetto riformista del ventunesimo secolo. All'interno di questo, smettendo di pensare al passato se non per gli insegnamenti e le ragioni di orgoglio identitario, che giustamente ancora si cercano, dovete concorre voi stessi a fornire l'Ulivo di quelle nuove e più giovani leve, alle quali dovremo affidare l'Ulivo stesso per le prossime sfide.

Fonte: sito Web dell'Avanti della Domenica (www.avantidelladomenica.it)




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