«Per l'avvenire dell'Europa»
Intervento del Senatore Giuliano Amato alla manifestazione «Per l'avvenire dell'Europa».

Roma, Aula di Palazzo Montecitorio
30 novembre 2001



(Resoconto stenografico)

Signor Presidente della Repubblica, signori Presidenti delle Camere, signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Corte costituzionale, colleghi ed amici, la mia gratitudine non è formale, è davvero di sostanza per questa giornata, organizzata dai Presidenti delle Camere, che non si conclude in se stessa ma è l'avvio di un lavoro che inizia nel nostro paese – come già è iniziato in altri – per ricreare, attorno all'Europa, il bisogno di Europa, la missione possibile dell'Europa, il clima d'adesione, di convinzione, di partecipazione senza il quale, soprattutto nel nostro tempo, qualunque disegno istituzionale venga concepito rimarrebbe di carta, perché non fondato sulla convinta adesione dei cittadini, di cui abbiamo bisogno.

La mia gratitudine non è formale perché, se qualcosa ci uní a Nizza quando scrivemmo la dichiarazione n. 23 sul futuro dell'Unione, al di là delle differenze che c'erano e che in parte sono rimaste sulla prospettiva dell'assetto futuro d'Europa, era la convinzione che quella dichiarazione traducesse in parole semplici il fatto che mai più avremmo potuto metter mano utilmente ai trattati se non attraverso un nuovo metodo di partecipazione democratica dei cittadini alla messa a fuoco della missione d'Europa e degli strumenti, anche istituzionali, per realizzarla. Questa fu davvero la parte della dichiarazione di Nizza sulla quale i consensi furono più totali; il Primo ministro britannico ed il Primo ministro tedesco – insieme a quello italiano e quello francese – erano uniti proprio da questa convinzione: un dibattito più ampio e più democratico fra i cittadini, come parte essenziale del lavoro della stessa Convenzione che dovrà essere creata, come sangue destinato a nutrire il disegno su cui poi la Conferenza intergovernativa sarà chiamata a decidere.

Perché questo ? Perché si percepiva, già allora, che qualcosa era cambiato nelle nostre opinioni pubbliche rispetto all'Europa, che non c'era più un clima di aspettativa positiva, che c'era un crescente disinteresse e in certi casi – dobbiamo ammetterlo – addirittura ostilità in cittadini europei nei confronti dell'Europa.

Se si vuole, questo era una specie di paradosso, perché l'Europa di cose ne aveva fatte tante, ma davvero tante, nei cinquant'anni dalla sua creazione. Furono lungimiranti De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet ma penso che, se avessero potuto vedere ciò che cinquant'anni dopo sarebbe successo, questi non avrebbero creduto che saremmo stati capaci di avere una moneta unica, che la pace diventata davvero un valore non più discutibile nei rapporti tra i paesi europei, che le nostre economie si sarebbero unite e che i cittadini avrebbero potuto attraversare i confini senza più accorgersi che quei confini c'erano !

Questo era il passato, ma anche per il futuro ci chiedevamo: è chiaro che, in un mondo ormai senza confini, nessuno di noi può giocare un ruolo, di cui c'è bisogno, se non lo giochiamo tutti insieme in quanto Europa ? È evidente che, davanti ai cambiamenti climatici, alle petroliere che attraversano pericolosamente i nostri mari, nessuno di noi può difendere da solo il proprio clima o la salubrità delle acque dei propri mari ! Davanti a uomini e donne che si muovono, ormai, con flussi migratori ora leciti ora illeciti, nessuno di noi si può difendere da solo !

Quindi, l'Europa ha una missione futura. Allora, perché c'era stato questo scollamento ? Noi non possiamo limitarci a constatare che l'Europa ha fatto molto e che ha molto da fare per il futuro se nei nostri concittadini si era creato disagio ed anche disinteresse. Perché questo paradosso ? Le ragioni, in fondo, c'erano: il paradosso aveva le sue spiegazioni.

Davanti ai nuovi bisogni, davanti al bisogno di giocare un ruolo, in quanto Europa, nel mondo, era sempre più evidente che la nostra schiavitù entro gli schemi dell'intergovernatività rendeva quanto mai debole, quanto mai precaria, la nostra azione comune; anzi, dovevamo constatare – e questo era un fatto – che, nel progressivo allargamento da 6 a 15 paesi, i nostri metodi di decisione, che inizialmente erano stati idonei a produrre la decisione comunitaria, sempre più creavano un minimo comune denominatore intergovernativo che, in quanto tale, sempre meno corrispondeva all'interesse comune e, al più, permetteva a ciascuno di tutelare un brandello del proprio interesse nazionale.

Davanti alle nuove esigenze dell'economia integrata, davanti al bisogno di competitività dell'economia europea, troppe volte, in troppe circostanze, emergeva che la competitività delle imprese europee sembrava essere antitetica alla mia personale competitività di cittadino. Troppi cittadini europei hanno percepito la competitività come qualcosa rispetto al quale essi stessi erano vissuti come un costo, un costo di cui liberarsi; e non è riuscita ancora a farsi strada l'idea che la competitività europea è la competitività di ciascun cittadino europeo, che noi saremo tanto più competitivi, quanto più tutti noi – il capitale umano che, tutti insieme, rappresentiamo – sarà un valore e non un qualcosa da fare a pezzi, mettendone da parte, nel dimenticatoio forse, la maggioranza. Perché questi cittadini dovevano amare l'Europa ? Perché dovevano vedere in Europa il proprio futuro?

Anche l'allargamento ha cominciato ad essere vittima di quest'inesorabile maggiore diffidenza rispetto al passato. Ricordiamo le giornate successive alla caduta del muro di Berlino, ricordiamo la solidarietà, la partecipazione di fronte all'idea che questo permettesse, non a noi di allargare l'Europa, ma agli europei come noi di rientrare in Europa; dopo le tragiche esperienze che avevano vissuto sotto regimi totalitari, essi ritornavano in Europa. Oggi, non è più questo il sentimento, oggi c'è preoccupazione di dovere ripartire insieme ad altri risorse che magari vorremmo soltanto per noi; pertanto, il senso storico, il senso economico, il senso geopolitico della grande Europa rischiano di sfuggire o almeno cosí era quando firmammo quella dichiarazione.

L'11 settembre, al di là delle sciagure che ha determinato al mondo, forse ha almeno restituito all'Europa e agli europei una maggiore consapevolezza del senso comune dell'avventura europea per il futuro. Questo almeno è accaduto. Oggi, il senso della missione esterna dell'Europa è per lo meno più chiaro ai cittadini europei, ma altrettanto chiara è l'inadeguatezza attuale dell'Europa.

Oggi, il nostro problema è pertanto quello di ricostruire un assetto istituzionale che, a contatto con i problemi veri degli europei, li riporti ad avere fiducia nell'Europa. Questa è stata amata fino a quando ha costituito la promessa di un migliore benessere, lo è stata meno quando è stata vissuta come il rischio della perdita di qualcosa. L'Europa deve recuperare, perché lo ha in sé, il proprio potenziale di promessa di qualcosa in più. Questo è per me – e deve essere per noi – il senso del lavoro della Convenzione: non alchimie di ingegneria istituzionale, ma, sulla base di una messa a fuoco ex novo della missione comune, l'adattamento dei congegni istituzionali al migliore svolgimento della missione comune.

C'è pertanto bisogno di coinvolgere i cittadini il più possibile; non riusciremo a farlo con tutti, ma il numero più ampio possibile di cittadini deve essere nuovamente indotto a credere che tra ciò che potrà contribuire al suo futuro c'è anche l'Europa.

L'Europa è sempre stata, in qualche modo – lo dobbiamo ammettere –, la creazione, la creatura di élite illuminate, delle quali c'è ancora bisogno, ma che non possono agire da sole. Capitò un giorno anche ad Alexander Hamilton, John Jay, James Madison di doversi sobbarcare un lungo viaggio, nella federazione che stavano fondando, per convincere i cittadini della bontà di ciò che facevano, per recepire le ragioni di coloro per i quali questo veniva fatto.

È questo il viaggio al quale le élite illuminate si debbono accingere nei mesi e negli anni prossimi, in ciascuno dei nostri paesi. Per questo è assolutamente meritoria l'iniziativa dei Presidenti delle nostre Camere, anche perché in ciascuno dei nostri paesi questo viaggio o si apre sotto l'egida del Parlamento, che è il cuore della democrazia, o non ci sarebbe modo alcuno di intraprenderlo.

È in tal modo che il prodotto della Conferenza intergovernativa sarà costituzione, non perché i giuristi che la scriveranno la chiameranno così.

Una costituzione non è tale perché le si dà questo nome; anzi, come giustamente ed opportunamente ha detto il Presidente Ciampi, non ha importanza come la si chiami, ha importanza che essa rappresenti non soltanto le istituzioni europee, ma anche le nostre regioni, i nostri comuni, il tessuto delle istituzioni che raggiungono i cittadini.

Ha importanza che rappresenti i diritti di ciascuno di noi, e quindi i diritti fondamentali, che sia sentita come propria, come espressiva di una missione che li riguarda, dai cittadini di tutta Europa, dai ragazzi, dalle ragazze, dagli adulti, dagli imprenditori, dai potenziali disoccupati, ai quali dobbiamo dare l'opportunità di non esserlo e di credere che anche attraverso l'Europa potranno non esserlo.

A quel punto sarà una costituzione, perché nessuno sa oggi se esista un demos europeo, ma in ogni caso una costituzione senza il consenso dei popoli non sarà mai tale. Il lavoro a cui ci accingiamo – straordinario, affascinante, emozionante – è proprio quello di creare questa piattaforma comune tra una costituzione, che ancora non c'è, e la sensibilità a partecipazioni popolari, che sono il «sangue» vero di cui le costituzioni possono essere nutrite (Vivi applausi).

Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio




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