Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato all'inaugurazione del Centro Tecnologico R2

Milano, 27 febbraio 2001

Vi ringrazio di avermi invitato oggi, sono venuto volentieri ad un evento dal quale mi sono sempre tenuto lontano nella mia vita, quello della inaugurazione di uno stabilimento. Perché fin da ragazzo andando al cinema e guardando i cinegiornali che allora ci affliggevano tra la fine del secondo tempo e l’inizio del primo, così consideravo con un certo malanimo i ministri del tempo che inauguravano stabilimenti. A me da cittadino questa cosa non piaceva, dico ma cosa vanno a fare? Aprire le penne del pavone davanti ad un lavoro che non è il loro? Che ci vanno a fare? E quindi questo mi ha sempre reso piuttosto pudico davanti ad occasioni del genere. Ma oggi sono qua e non credo di essere impudico.

Credo che anche quel ragazzo che io ero e i ragazzi come me – spero, giustamente, in questo come me allora – riescano a capire il senso, per loro, di un evento come questo. Per me esso ne ha almeno due: uno privato – e non ho problemi a confessarlo -, l'altro pubblico. Quello privato è che uno dei protagonisti di questa vicenda è siciliano. La mia famiglia è siciliana (mio padre, mio nonno); io non sono nato in Sicilia, ma sento dentro di me il bene e il male della cultura siciliana, sento dentro di me il male, se volete, che, però, è anche intelligenza della storia: quella sorta di fatalismo dei siciliani, per i quali il futuro è già chiaro in tutte le sue evoluzioni negative, per cui, in fondo, non vale la pena neppure di cercare di cambiarlo; dove c'è molta intelligenza di ciò che può accadere tra esseri umani, ma c'è anche una accettazione della ineluttabilità di un declino che non era nella storia della Sicilia, ma che ci è entrato ad un certo punto.

Ora, non voglio certo farne una questione da “clan dei siciliani”. Intendo dire che un siciliano sia parte e parte eminente di un’avventura positiva, che guarda al futuro, che sa cogliere gli elementi positivi, che ha quella ‘sicilianità’ in testa che gli evita di ignorare i rischi ed anche le potenzialità negative che in questo cocktail diventa anche una ragione di successo. Non c'è inconsapevolezza dei rischi, ma c'è confidence che le cose, lavorandoci, possono migliorare.

Per me questo è importante, perché riguarda anche me, la mia fiducia in me stesso e l'accettazione della ‘sicilianità’, come una componente che può far parte anche della dinamica. Questa è una ragione privata. Questo legame che abbiamo è importante, ma più importante di questo è il senso di questa straordinaria avventura.

Questo è l'esempio di un’impresa del nostro tempo, che raccogliendo risorse finanziarie, intellettuali, logistiche, di contesto locale in cui si va ad inserire, riesce a dimostrare il tanto che possiamo fare e le prospettive che ci possiamo dare. Chi considera la storia di questo Gruppo, che, non a caso, non è un gruppo interamente nazionale, ma multinazionale (con due pilastri in Italia ed in Francia, e che, tuttavia, si diffonde nel mondo dagli Stati Uniti a Singapore), che riesce a valorizzare il meglio delle energie di lavoro che trova nei luoghi in cui si radica, che sfrutta al meglio le risorse finanziarie, si colloca alla frontiera dell'innovazione tecnologica e migliora produzioni che stanno nell'industria e nei servizi, non isolandosi in quella specie di aliscafo, che, a volte, rimane senza il cuscino di aria sotto, che è la new economy lasciata a se stessa.

Stiamo attenti, qui non siamo su quell’aliscafo, siamo al livello più avanzato delle nuove tecnologie, ma a quell'integrazione tra new e old economy che è davvero il grande lievito di tutte le nostre economie, di quelle sviluppate e di quelle che ancora si devono sviluppare e che grazie a queste produzioni si potranno sviluppare.

Dai dati di questa impresa si dimostra quanto una vicenda del genere possa essere profittevole e conveniente per l'insieme, non soltanto per se stessa. Io, da Ministro del Tesoro, sono stato indirettamente azionista: non facevo niente ed intanto, come Paperon de' Paperoni, mi vedevo lievitare i dollari nella cassaforte, perché dall'investimento iniziale, che era di poche migliaia, siamo passati ai milioni di dollari che in lire si traducono in miliardi. Quindi, uno straordinario investimento per gli azionisti; una crescita in termini di produzione e di scalata verso i vertici in questo settore. Prodi era, giustamente, cauto quando a voi rivolgeva queste domande. Insomma, non potete ancora dire di essere contenti di essere arrivati primi, però, rispetto al punto di partenza, avete la ragionevole prospettiva di diventarlo. Ed un uomo prudente come Pistorio ce lo ha detto: nelle memorie non volatili questa prospettiva è davvero concreta.

Come si è arrivati a tutto questo? Investendo bene i soldi, trovando un contesto – su questo insisto perché è una delle mie idee sulla crescita industriale –, perchè l'industria non cresce nel deserto, ma si sviluppa laddove l'insieme del pubblico e del privato crea un habitat, dove essa può lievitare al meglio delle proprie possibilità. Altrimenti si inaridisce, perde personale, ha difficoltà a portare personale, non è in condizione di trasportare i suoi prodotti; altrimenti va e viene la luce elettrica, o non sono sufficienti le linee per poter comunicare all'interno e con l'esterno. Ed è qui il ruolo ineludibile del pubblico, che questo e non altro deve fare. L'industria nasce nella testa di chi ha idee da tradurre in prodotti. La commercializzazione è tutto un problema suo, così come la scelta del quando e come investire è problema suo, ma il pubblico serve a creare quell'habitat. Laddove si mette in condizioni di farlo, senza pretese logistiche, senza pretese evasive, senza influenze clientelari (perché la scelta del personale dev'essere del privato e non del pubblico), si determina un’interazione che è tanto necessaria quanto, essendo necessaria, positiva.

Qui i risultati si vedono e sono risultati possibili anche al Sud. E lo dico da oriundo siciliano: non ci si stupisce se ad Agrate questo contesto è positivo, è da circolo virtuoso.

Non voglio con questo ridurre il merito dell'Amministrazione locale e delle autorità, anzi, al contrario, sottolineare che, in fondo, ci si aspetta questo, perchè c'è qui una grande tradizione di industria, di sensibilità di industria. E nel milanese c'è stata – è questa una delle cose che apprezzo di più della capacità della Lombardia di essere, comunque, una regione d'avanguardia – una grandissima flessibilità (anche se pagata con dei prezzi) nel passare, in questi anni, dal manifatturiero tradizionale alle alte tecnologie. E poteva non accadere, poteva, in altre condizioni, diventare una zona di declino industriale, invece la Lombardia continua ad essere una regione d'avanguardia, si è rapidamente adattata. E fa parte anche della capacità delle autorità locali di interpretare i bisogni che cambiano.

Non offende il mio amico, ex sindaco di Catania, se uno dice che la presunzione, nei confronti della mia regione d'origine, non è la medesima, con i tempi che corrono, e che ci si poteva aspettare che vi fossero difficoltà ben superiori; invece non è stato così. Il caso di Catania – che, ahimè, non è così generalizzato ma c'è – dimostra che è possibile, che anche in Sicilia si può, che non c'è nessuna ragione per la quale una regione, indicata per anni come palude del sottosviluppo, possa al contrario diventare, non meno della zona di Agrate, una delle zone d'avanguardia del nostro sviluppo, purché si facciano le medesime cose. Purché il contesto locale sappia interagire, valorizzare quello che ha, non inventare quello che non ha, perché Pistorio gli ingegneri li ha trovati a Catania, erano lì ad aspettare che arrivasse lui. Questo vuol dire che le istituzioni universitarie e di ricerca locale li stavano producendo: erano ingegneri di qualità e c’era lì anche il restante personale. C'è voluto un buon Sindaco. Glielo faccio questo elogio a Bianco, che ogni tanto merita di essere elogiato. Egli ha saputo, da Sindaco, trasformare una delle città che facevano paura all'industria, una città attraversata più dalla criminalità che dallo sviluppo, dalle attività lecite, nella quale interi quartieri vedevano bambini cadere preda dell'unica organizzazione che offriva loro qualcosa: la criminalità. Ha trasformato questa città in una sorta di Silicon Valley italiana con uno e più centri. Ed è stata una trasformazione, una grande positiva trasformazione.

È la ragione di fondo per la quale questo lo dobbiamo guardare non come una sorta di "ottava meraviglia del mondo", da venire a visitare la domenica perché c'è soltanto questa da vedere. Quindi è una di quelle rarità che si osservano e si stimano proprio perché sono rarità.

Sono certo che quanto dico risponda ai vostri stessi desideri. Questo non vuole essere un monumento unico: vuole essere un esempio, vuole dimostrarci e può dimostrarci che a certe condizioni l'Italia intera è nella migliore delle potenzialità per inserirsi nell’economia del futuro, anzi ci si è già inserita.

Noi, purtroppo, ci informiamo attraverso la polemica politica. Io invito coloro che ancora non sono drogati ad evitare questa droga: si informino attraverso le fonti di informazione, la polemica politica non è fra queste e la polemica politica ci dice, regolarmente, che l'Italia non è competitiva. Non è così!

Io non l'ho sentito, oggi, dalle parole di Pasquale Pistorio: ho letto giorni fa – non ricordo se sul Wall Street Journal o sull'Herald Tribune – che nel novero dei Paesi in lizza per le prime posizioni nella capacità innovativa, quindi nel fattore principale della competitività, c'è una gruppetto di testa (rappresentato da Stati Uniti, Giappone, Canada e un quarto Paese che ora non ricordo) che è incalzato da un secondo gruppo, e il primo Paese menzionato in questo ristretto secondo gruppo è l'Italia. Corrisponde un po’ alla vostra sesta posizione: si sente il fiato sul collo del quinto e del quarto.

Naturalmente ci potrà sempre essere un politico, di questa o quella parte, che con un sorriso di scherno, un po' malinconico e menagramo dirà che questo non è assolutamente vero. Ciò sarà accreditato perché è un autorevole politico.

Abbiamo mille difetti e mille ragioni ancora di arretratezza, ma abbiamo un potenziale già largamente esplicitato che è di competitività effettiva e non dobbiamo mortificarla. Dobbiamo saperla valorizzare e valorizzarla significa prendere atto che il futuro è del personale formato. Non a caso esaminavo i numeri della vostra società, dove il 30% – se non sbaglio – è rappresentato da personale laureato, e ancora di più è il personale diplomato, arrivando all'80% tra laureati e diplomati.

Noi siamo in grado di avere laureati e diplomati: dobbiamo laurearli e diplomarli nelle cose che servono, dobbiamo mettere i nostri ragazzi e ragazze, che tendono a sfuggire alla formazione superiore, in condizioni di avvalersi della stessa, dobbiamo vincere una propensione all'arretratezza che in parte c'è nel nord per la facilità con cui lì si trovano lavori non qualificati, che inducono i giovani a lasciare troppo presto gli studi per andarsi a guadagnare qualcosa con un lavoro non qualificato, e poi alcuni anni dopo si accorgono che si sono tagliati le gambe per il futuro. Dobbiamo mettere questi ragazzi e ragazze in condizioni di ritrovarlo il futuro, quindi di avere cicli formativi quando già hanno iniziato la loro vita lavorativa, proprio per riacchiappare le prospettive più elevate della loro crescita professionale, che è anche crescita retributiva. Dobbiamo accettare in questo la logica dell'economia di mercato, che non consente e non sarebbe giusto che consentisse, per ragioni economiche inesorabili, di retribuire più di tanto le mansioni non qualificate, ma dobbiamo mettere in condizioni chi le esercita di acquisire, anche over time, la formazione necessaria per cambiare di mansione, e per passare, quindi, ai livelli superiori.

In Italia si può! Dobbiamo non essere nazionalisti, non pensare alla essenzialità dell’integrale proprietà italiana per sentirci a nostro agio con un'impresa che lavora in Italia. È importante che ci siano gli italiani, ma l'impresa può essere europea. Perciò questi italiani si devono decidere – sono i più europei di tutta Europa –, devono dare più che il benvenuto ad una impresa che abbia una compagine europea. Anche se la compagine non è interamente europea, quello che conta è che l'impresa sia indotta a venire qua, che trovi sul nostro territorio quello che cerca, che trovi il modo di produrre ricchezza per gli azionisti e benessere per gli altri stake holders sul nostro territorio. In ciò consiste il terzo elemento, oltre al capitale, alle infrastrutture, quindi al contesto locale, alla formazione: la ricerca.

L'investimento in ricerca di questa impresa è superiore, annualmente, alla media di tutte le altre imprese. Tant'è che tra poco saranno quasi alla metà degli investimenti in ricerca italiana, se non riusciamo a farlo crescere anche sugli altri versanti. È chiaro che competitività, in un mondo che è innovazione, significa innanzitutto ricerca; non si può sperare di continuare, da qui all'eternità, a produrre un made in Italy, sia pur ormai efficiente, a 360 gradi, senza un investimento in ricerca, che modifichi la qualità della produzione e dei servizi che si possono offrire.

La ricerca deve essere stimolata: noi abbiamo cominciato a cambiare registro. Io ho subìto delle critiche, perché il credito d'imposta per gli investimenti in ricerca è stato limitato agli investimenti aggiuntivi, rispetto agli anni precedenti. Io però avevo in mente esempi come questo. A noi interessa la crescita dell'investimento per la ricerca in Italia: per raggiungere questo risultato debbo isolare, e particolarmente premiare, l'investimento di anno in anno aggiuntivo. Probabilmente questo è un congegno temporaneo, adatto però ad un Paese che ha il problema di far lievitare l’investimento in ricerca rispetto ai livelli attuali, che sono troppo bassi. Una volta raggiunto un livello ragionevole, avrà senso un trattamento fiscale che non tenga conto esclusivamente del nuovo. Questo ora dev'essere fatto: spingere le imprese a investire di più; neutralizzare fiscalmente il maggiore investimento, anche perché, realisticamente, nella media delle nostre imprese – ed in questo campo, più che altrove, andrebbe magari cercata una ragione di insufficiente competitività – l'investimento in ricerca è oggi talmente basso, che riconoscere fiscalmente il solo nuovo investimento è quasi come riconoscere l'investimento in ricerca.

Sono contento che questa legislatura si concluda, potendo offrire questi esempi al Paese. In conclusione, io dirò da italiano – e sono in primo luogo italiano al di sopra di qualunque altra connotazione – sarò contento se l'Italia, chiunque governi dopo di me, riuscirà ad essere migliore, e se chiunque governi dopo di me, saprà renderla migliore.

Però non mi si dica che l'Italia che lasciamo è un Italia da buttare; non mi si dica che l'Italia del futuro non è ancora cominciata; non mi si dica che, in questi anni, non sono state radicate esperienze, prospettive, percorsi che possono dare fiducia agli italiani per il loro benessere, per le loro prospettive di lavoro – quanti sono gli occupati che di anno in anno entrano in un'impresa come questa –, per la possibilità di cambiare, anche laddove, al Mezzogiorno, era sembrato, per decenni, che il cambiamento non arrivasse mai. Qualcosa a questi fini l'abbiamo fatto. Lo dico senza iattanza, ma con legittimo orgoglio, che non riguarda soltanto me, ma un lavoro svolto per anni, da tanti oltre me.

L'Italia ha bisogno di persone che l'aiutino a migliorare; non ha più bisogno di Mazzini e di Garibaldi: nessuno pensi di essere il Mazzini o il Garibaldi del XXI secolo.

Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio




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