Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato al Convegno del CNEL sulla valorizzazione del sistema Paese nella legislazione europea

Roma, 6 marzo 2001

Ringrazio il Presidente e ringrazio il CNEL che ancora una volta ospita questo appuntamento, che dovrebbe diventare -- come è stato detto -- non solo seriale ma, forse, anche focalizzato col tempo, su temi via via più specifici -- come diceva la mia amica Ghisani --, altrimenti si rischia di renderlo rituale, se si attiene esclusivamente ad una tematica generale.

C’è, invece, interesse, da parte di tutti noi ad entrare via via nei singoli temi. Ed è, poi, dai singoli temi che vengono fuori le vere ragioni di dissenso e le vere fonti di quell’inquietudine che sappiamo che ci sono e che non possiamo eliminare, contrastare, tranquillizzare, limitandoci a dire: “Viva l'Europa”.

Questo è, ormai, un problema crescente in Italia e negli altri Paesi europei che potremmo vedere riflesso in taluni Paesi nelle ratifiche (che si stanno avviando) del Trattato di Nizza. Non c'è più un atteggiamento di scontata aspettativa positiva nei confronti dell'Europa. Ed il fatto che questa scontata simpatia cessi di essere interamente tale, anche per un Paese come l'Italia, che è stato per anni il portabandiera, almeno nell'Europa meridionale, e non solo in essa, dell'europeismo, ci fa capire che ci sono delle questioni sottese sulle quali occorre scavare proprio per fare chiarezza, per recuperare le ragioni dell'Europa; per far capire che l'istintiva propensione alla ricerca di risposte nazionali alle ragioni di inquietudine nei confronti dell'Europa è sbagliata. E’ di questo che io sono profondamente convinto.

In un mondo nel quale per mille ragioni, giustamente, si afferma la sussidiarietà, c'è il rischio che la stessa venga intesa non come modulo di decentrare decisioni in un sistema sovranazionale, ma venga intesa antagonisticamente come reazione antagonista alla sovranazionalità. Dobbiamo avere chiaro che dentro questo termine si nasconde ben di più che il contrario di ciò con cui lo si è messo in circolazione.

Le ragioni di inquietudine sono già emerse in una discussione breve come quella che c'è stata qui questa mattina. I nostri amici tedeschi vedono l’allargamento come fonte di un possibile ingresso di centinaia di migliaia di disoccupati, prodotti dalle privatizzazioni polacche, i quali, non trovando lavoro in Polonia la possono andare a cercare in Germania. Da qui la proposta di Schroeder di recuperare la clausola transitoria dei sette anni che, peraltro, ha già dei precedenti, con gli ingressi di Spagna e Portogallo. Questo ci fa capire che c'è un problema.

L'Italia è un Paese europeo ed europeista, ma già si pone la questione: cosa succederà dei fondi strutturali? Quando io li perderò, cosa succederà? Li perderò e dovranno andare ad altri Paesi. In queste settimane c'è un innominato che gira per l'Europa e che giusto la "mucca pazza", sia pur di traverso, è riuscita a far revocare.

La politica agricola comune non potrà restare uguale a se stessa una volta che sarà intervenuto l'allargamento. E’ impensabile che noi siamo in grado di estendere ai Paesi dell'allargamento i sussidi all'agricoltura sui presupposti e nell'entità che li caratterizzano oggi. Siccome non possiamo (e nessuno lo pensa) adottare misure discriminatorie, è chiaro che le dobbiamo ridimensionare anche per noi. Se ne può parlare prima delle elezioni francesi del prossimo anno? Probabilmente no. Questa è la ragione per cui questo è un innominato, ma e lì ed è fonte di inquietudine.

La questione dei disoccupati prodotti dalle privatizzazioni attese in Polonia è qualcosa che sentono molto anche i lavoratori di imprese liberalizzande o liberalizzate nell'Unione europea. Noi parliamo di politiche strutturali, termine che si tende a rendere eguale a privatizzazione e liberalizzazione. Ma c’è l'occupazione. Poiché è abbastanza prevedibile che il primo effetto di una privatizzazione-liberalizzazione sia una caduta dell'occupazione nelle imprese dominanti preesistenti, è chiaro che questo diventa fonte di inquietudine, se non si vede maturare l'occupazione che ci attendiamo dalla moltiplicazione dei servizi che sul mercato liberalizzato è ragionevolmente prevedere che si potranno produrre. Ma c'è una fase nella quale si vede esclusivamente la pars destruens e non la pars construens. Allora, siccome il mercato le cose le fa, ma, forse, alcune azioni di promozione per indurlo a fare possono non guastare, ecco che c'è un problema di politiche strutturali intese sia come politiche di liberalizzazione-privatizzazione, sia come politiche di promozione sociale legate alle conseguenze di tutto questo. Del resto, politiche strutturali dovrebbe voler dire entrambe le cose. Ma se se ne vede solo una parte, manca l'altra. Aggiungiamo l'inquietudine ora espressa con garbo dalla dottoressa Marcecaglia, la quale ha davanti lo stesso mondo imprenditoriale.

Io, da italiano abituato ad avere le lamentazioni italiane contro la burocrazia italiana, taccio. Ma quando uno vede queste “sberle” di direttive che arrivano da Bruxelles dice: "Perbacco, però i Tedeschi e i Francesi ci sanno fare a scrivere". Il vecchio romanzo lungo mittleuropeo ha in fondo delle radici e chi non riesce a scrivere romanzi scrive direttive, ma la stazza sempre quella è. Ahi voglia Bassanini a semplificare la legislazione italiana: per 300 pagine che leva dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica ne arrivano 3.000 dalla Gazzetta Ufficiale dell'Unione. Questo, a proposito di liberalizzazioni, capite distende equamente i sentimenti di inquietudine, perché da una parte ci sono i lavoratori che possono vedere solo la pars destruens delle liberalizzazioni, dall'altra, ci sono gli imprenditori che si vedono scaricare miriadi di adempimenti -- immaginate solo il tempo necessario a leggerli.

Io vidi il mio Presidente del Consiglio di allora, D'Alema, in grave difficoltà nel leggere tutto quello che si doveva mettere nelle piccole imbarcazioni da diporto per soddisfare la direttiva europea. Si vedeva quasi ormai sulla spiaggia, perché troppo complicata, pur con tutto l'amore che lui ha per la barca.

Davanti a tutto questo è chiaro che c'è una tendenza a cercare la soluzione nazionale, a chiudersi davanti alla immigrazione possibile temuta, agli effetti di una liberalizzazione che viene dall'Europa, agli effetti dell'alterazione dei fondi europei a beneficio di altri. Questo è un passaggio rischiosissimo, perché c'è uno scivolo chiamato sussidiarietà, universalmente condiviso, sul quale può essere infilato questo tipo di antagonismo alla sovranazionalità, piuttosto che di correzione dei suoi difetti e dei suoi limiti attuali.

Io vi confesso -- lo dico con sincerità, tanto non ho mai rinunciato alla sincerità -- che questa ostinazione di una parte dell'opinione pubblica italiana nell'attribuire caratteristiche risolutive per il Mezzogiorno, alla conquista in sede europea di una tassazione differenziata riflette esattamente il difetto del quale stiamo parlando. Se si moltiplicano le risposte nazionali, a ciascuno il suo, il risultato è che ciascuno si procurerà il suo: questo è il limite della soluzione nazionale. Ciascuno chiude i propri confini, poi si vede quali sono i confini che reggono e quali sono i problemi che scaturiscono da questo “neo-isolazionismo”. Io ottengo la mia tassazione differenziata, ma a quel punto la Spagna ottiene la sua tassazione differenziata, e perché no i lander tedeschi per altri trent'anni? Perché no l’Irlanda, a quel punto vanamente rimproverata da Solbes non dovrebbe ricominciare come farebbe in passato?

Giustamente la mia amica Ghisani, pur sostenendo questa tesi, diceva: stiamo attenti perché poi l'insieme europeo è fatto da interessi nazionali che, in qualche modo, si bilanciano e si controbilanciano. Che cosa mi fa pensare che alla fine di un processo di ripresa delle tassazioni differenziate è proprio il Mezzogiorno l'area più avvantaggiata dal nuovo regime fiscale discriminante e non è, invece, una di quelle che finiscono per trovarsi peggio di altre?

Questo è il punto: nel momento in cui davanti ad una difficoltà della politica di integrazione sovranazionale, che crea un problema nazionale io dico di chiudere le pareti domestiche e di darmi una soluzione mia che valga per me, io creo un meccanismo dal quale io stesso posso essere travolto, perché posso trovarmi in una condizione di ancora maggiore debolezza. Ormai ci sono questioni alle quali si può dare solo una risposta europea. Non ci si difende dall'immigrazione clandestina con soluzioni nazionali, non si apre il mercato del lavoro europeo ad una immigrazione regolata con soluzioni soltanto nazionali. Al punto in cui siamo arrivati è esattamente così. Non riesco a risolvere la questione dei fondi strutturali attraverso politiche fiscali nazionali differenziate, devo affrontare la riforma dei fondi di coesione e dei fondi strutturali in genere. Dovrò aspettare le elezioni francesi per farlo, ma so che il mio appuntamento va esattamente a quel tipo di soluzione. Devo arrivare ad avere un mercato finanziario comune, altrimenti le mie imprese si troveranno, comunque, in difficoltà nel reperimento dei capitali.

Devo avere un regime di diritti di proprietà industriale, intellettuale europeo, altrimenti la diffusione dell'innovazione tecnologica dovrà fare la corsa ad ostacoli e ci saranno alcune imprese che cadranno sotto l'ostacolo. Dobbiamo essere consapevoli di questo, sapere che abbiamo dalle nostre opinioni pubbliche nazionali o da parte di esse, delle richieste di aiuto, di soluzione di problemi che esse ed esse soltanto hanno, non quelle di altri Paesi, ma dobbiamo avere la lungimiranza di capire che in molti casi è una soluzione europea.

È nazionale la soluzione delle politiche sociali. Io sono tra quelli convinti che le politiche sociali sono largamente nazionali per una serie di ragioni che è inutile stare a parlare e che sono, se volete, culturali, molto spesso di cultura collettiva, ma che contano molto, perché attengono a sicurezze di fondo che ciascuno ha dentro di sé. Però è qui che un coordinamento di politiche nazionali, che sia almeno pari a quello che abbiamo fatto delle politiche di bilancio, in sede europea dobbiamo essere in grado di realizzarlo. Nessuno ha spogliato le autorità nazionali delle loro politiche di bilancio, parliamoci chiaro. Si sono dette tante cose molto retoriche su questo, ma sono stati posti dei vincoli, c'erano dei tetti da non superare, ma ciascuno ha fatto le proprie politiche di bilancio, ha scelto il mix e non c'è stata nessuna imposizione europea nella definizione dei mix. Tuttavia, siamo arrivati ad una convergenza di risultati: dobbiamo fare le stesse cose sulle politiche sociali, questo attraverso l'integrazione la sussidiarietà.

C'è, quindi, un modo diverso da settore a settore di dare una risposta europea, ma la consapevolezza che è illusorio pensare che domande nazionali abbiano, in quanto nazionali come domande, una risposta essa stessa nazionale, è bene non coltivarla in molti ambiti. Dove, perciò, la conclusione diventa quella di una sussidiarietà che è razionalmente e intelligentemente collocata in un quadro sovranazionale. E’ sussidiarietà quella cui faceva riferimento il professor Monti prima in tema di concorrenza, che presuppone una politica della concorrenza europea, presuppone dei princìpi condivisi in tutta Europa, in ordine a ciò che è pratica concertata, cartello, abuso di posizione dominante e quant'altro. Proprio su questa premessa decentra, più di quanto abbia fatto in passato, alle stesse autorità nazionali, l'adozione delle decisioni dei singoli casi, perchè conta su un contesto armonizzato, che ci è essenziale. Altrimenti, ci troviamo con problemi peggiori rispetto a quelli dei quali inizialmente ci siamo lamentati.

In questo contesto io vedo un largo spazio a quello che è stato detto di rafforzare il partneriato sociale, quindi, le possibilità di regolazioni da accordo sociale a livello europeo. Qui se ne potrebbe fare davvero una questione: tocca alle forze sociali mettersi in grado di farlo, sono più indietro nei loro rapporti reciproci, di quanto non lo siano le imprese tra di loro. Però, un estremista che amasse manifestare contro tutti i "G", dall'1 al 10.000 che il mondo potesse inventare, avrebbe buon gioco a constatare che buona parte delle regole che l'Europa stabilisce per le industrie (i loro standards tecnici) sono affidate ad una comitologia che è interamente nelle mani dei rappresentanti dell'industria. L'unico che ci deve tenere l'occhio è lui, per avere la certezza che questi standards siano standards tecnici e non cartelli limitativi della concorrenza.

C'è stato, quindi, un fenomeno di sussidiarietà spinta a favore dell'autoregolazione di impresa in molti settori. Io non ho nulla da obiettare su questo, secondo me funziona. Ma allora per quale ragione in ambiti che attengono alle politiche sociali non si ottiene lo stesso risultato di decentramento? Le parti sociali sono tendenzialmente verbose, ma non è detto che abbiano la stessa ossessiva fantasia lessicale dei burocrati franco-tedeschi e che quindi, direttive e regolazioni date da loro siano per necessità tolstojane, come le direttive che ci dobbiamo "sciroppare".

Bisogna saper guardare con lungimiranza a questo quadro e nello stesso collocare il ruolo che rimane, secondo me, essenziale, delle autorità nazionali e delle autorità regionali. Ma attenzione, cerchiamo di mantenere fermo il quadro. Io confido molto nel 2004 ed è bene che ci sia questa discussione democratica, che la dichiarazione di Nizza prevede, perché queste cose bisogna farle venir fuori: solo attraverso una discussione democratica degli argomenti che oggi ho portato brevemente alla vostra attenzione, siamo in grado di convincere le nostre opinioni pubbliche sul fatto che hanno bisogno di Europa, che le loro domande richiedono, in molti casi, una risposta europea. E’ essenziale questa discussione democratica, che ci potrà permettere nel 2004, forse, di arrivare a dire -- questo è un punto di cui sono convinto --: meno Europa, ma più integrata.

Non è detto che si debba occupare di tutte le cose di cui oggi si occupa, ma quelle di cui si occupa se ne occuperà perché tutti noi cittadini europei avremo dentro di noi la convinzione che è meglio che lo faccia l'Europa che non farlo qui. Il resto, in un quadro di sussidiarietà che non è antagonista, ma fa parte della gestione democratica di un sistema nel suo insieme sovranazionale, lo faranno gli Stati e le Regioni. Se non fosse questo, il rischio del caos c’è, in fondo lo abbiamo già noi.

Se il policentrismo verso il quale andiamo, anche sul piano interno, non ha un suo implicito ed anche esplicito ordine ci sarà solo una gran confusione istituzionale, perché abbiamo ormai tanti di quei soggetti, tante di quelle istituzioni, piccole e grandi che esercitano un ruolo, che occorre collocare questo ruolo in qualche sistema.

La Conferenza del 2004 dovrà essere in grado di darci questo, ma noi dovremo essere tutti il più possibile convinti di quello che ci aspettiamo. Avere ciascuno più responsabilità dentro l'Europa, ha senso, cercare di grattarne contro l'Europa, in nome dell'inquietudine antieuropea che è cresciuta, questo alla fine sarebbe suicida per tutti.

Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio




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