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Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato al Convegno "Stop alle mgf". Proposte per un cambiamento
Roma, 6 marzo 2001
Sono fortemente interessato a quello che voi oggi state facendo, per ragioni che vanno al di là della mia attuale professione di Primo Ministro. Sono convinto da sempre che i diritti fondamentali della persona non si possono imporre dall'alto per decreto, ma hanno bisogno di vivere nella coscienza di coloro che ne sono stati privati. L'Africa aveva un gran bisogno di scuotere coloro che li vivono, affinché si aprisse la stagione dei diritti fondamentali. Questa stagione si sta aprendo e può essere una forza straordinaria per cambiare la vita di quel Continente.
Io ho insegnato durante la mia carriera professionale a diverse studentesse africane, che mi spiegavano come fosse difficile difendersi dall'aggressione dei maschi che, pur avendole come colleghe, le consideravano cose a disposizione di ogni loro volontà; per anni si è continuato a tacere davanti a questi fatti, in quanto, comunque, non si è mai dato realmente ascolto a questo tipo di esigenze. E’ soltanto una delle umiliazioni subite, ma, in ogni caso, questo vostro incontro cade in un momento nel quale tutti hanno cominciato a ripetere le parole proferite dal Presidente Lubechy: “Pains happen without difference"; e in qualche modo questo ha cominciato ad essere vero, anche da parte dei Paesi industrializzati, che stanno pian piano, più lentamente di quanto dovrebbero, recuperando la capacità di occuparsi dei problemi della povertà nel mondo e, quindi, in particolare, in buona parte dell'Africa, non più in ragione dei propri interessi imperialistici e non solo in ragione dei propri interessi bancari, dato che questa è, ci piaccia o no, la verità del passato.
L'attenzione su buona parte dell'Africa fu per decenni figlia della Guerra Fredda e, quindi, della spartizione del mondo in zone di influenza occidentale e in zone di influenza sovietica. Terminata la Guerra Fredda, cadde drammaticamente l'attenzione e l'interesse su buona parte dell'Africa. Quando negli anni '80 noi ci ponevamo il problema della cancellazione e della ristrutturazione del debito dei Paesi in via di sviluppo, basta leggere i piani di quel tempo, per accorgersi che, in modo trasparente, la loro priorità era la stabilità delle banche che avevano prestato il danaro che non veniva restituito.
Bisogna dire che in questi anni qualcosa si è cominciato a muovere e, da 2-3 anni a questa parte, almeno nei progetti, la cancellazione del debito si presenta come premessa necessaria per azioni positive che mirano alla riduzione della povertà. Non a caso, i temi ormai principali, a cui si fa riferimento quando si parla di cancellazione del debito, non sono più quelli finanziari, ma sono health and education, salute e formazione, nella convinzione che la cancellazione del debito in sé è perfettamente inutile se non si creano condizioni diverse di vita nei Paesi.
Questo non significa soltanto realizzare investimenti industriali, ma anche creare in quei Paesi condizioni vitali, come in primo luogo quello di salvaguardare la salute, e cioè lo sradicamento delle malattie, che, a migliaia e migliaia, mettono in discussione oggi la sopravvivenza di interi popoli in alcuni Paesi, tipo, ad esempio, l'AIDS, e dare, a chi non l'ha, una formazione, un'istruzione attraverso sistemi scolastici, che ancora non ci sono, che permettano di avere l'alfabeto del possibile sviluppo, senza riceverlo dall'esterno, in quanto se così fosse sviluppo non sarebbe.
Quando si toccano questi problemi, anche se non li si nomina, si parla di donne; quando si parla delle condizioni preliminari ed essenziali dello sviluppo in buona parte del mondo si usano parole astratte, ma al di sotto di queste parole astratte ci sono in primo luogo le donne. Le donne che sono le prime vittime della malattia e proprio perché esposte ad una vita sessuale di cui non sono protagoniste, ma sono troppo spesso oggetto passivo, finiscono per subirla la malattia e la trasmettono di conseguenza ai propri bambini, che già hanno alla nascita, per via trasmissiva, l'HIV, e questi bambini sono tanti e in numero crescente. Queste sono donne senza formazione, sono donne condannate a quell'infernale matriarcato che dà loro il dominio del pasto e della ricerca dell'acqua, per dar da bere ai familiari, ma che li assoggetta interamente, per tutti gli altri aspetti della vita, ad una organizzazione in cui non sono partecipi.
Sono donne che, e questo accade non solo in Africa, ma anche in Asia, appartengono ad una categoria inferiore appena nascono e, quindi, non è ritenuto necessario dare loro una educazione, ma la si dà al figlio maschio; può non essere, inoltre, necessario dar loro un trattamento medico, perché sono nate donne e, quindi, può non valere la spesa. Le statistiche ci parlano di milioni di missing women, milioni, decine di milioni di donne che sono scomparse per questo, semplicemente perché non valeva la pena farle vivere. Questo accade molto spesso anche in Asia: le missing women sono in Cina e anche in India.
Quello che mi ha sempre colpito, e che era la ragione della mia riflessione iniziale, è che per anni è stato detto che ciò che di diverso accadeva, rispetto a regole che per me fanno parte dell'essenza della vita, in alcuni Paesi del mondo era in realtà frutto di culture diverse dalla mia e che in tale diversità io non potevo non accettarle. Era del resto vero, storicamente vero, che quando arrivarono all'indipendenza gli Stati africani che non l'avevano, l'occidente, spesso i Paesi che erano stati madre patria coloniale, altre volte altri Paesi, dette agli Stati di nuova indipendenza, in qualche modo imponendole, Costituzioni e leggi fondamentali che riflettevano una cultura dei diritti individuali che era molto occidentale e nei confronti della quale ci fu un fenomeno valido di rigetto in quei Paesi, in nome di una cultura comunitaria che non si riconosceva nell'individualismo delle nostre tavole e dei nostri valori.
Era una cosa fondamentalmente vera, che aveva tutti i lati inesorabilmente positivi e negativi di ciò che è vero, ma è tragicamente sbagliato allo stesso tempo; eppure poco si è potuto fare per anni, perché c'era comunque una verità, che è quella che ricordavo all'inizio: la coscienza dei diritti individuali non si esporta, la presunzione dell'occidente fu quella di poterli esportare. I diritti maturano nelle coscienze di coloro che non li hanno, occorre che qualcuno aiuti questa maturazione, occorre che ci siano azioni positive affinché la maturazione avvenga; ma se non nasce l'intolleranza e l'intollerabilità per la violazione dei diritti, questi rimarranno sempre un fatto esterno.
Quello di cui voi vi occupate riguarda proprio i diritti essenziali della persona e non bisogna spendere parole retoriche per poterlo dimostrare, voi lo sapete; ma era necessario che ci fossero azioni individuali e collettive per porlo come problema, solo a queste condizioni questo era ed è un problema, solo quando appare intollerabile non solo a me, ma anche a coloro che a queste situazioni sono chiamati dalla loro storia personale. E', quindi, qui che si determina la possibilità di cambiare realmente le cose. Deve risultare inaccettabile che in India, in Cina e in Africa il trattamento sanitario sia di fatto riservato ai soli figli maschi; deve altresì risultare inaccettabile che le ragazze – mi riferisco sempre a esperienza che ho potuto vedere – vengano da un Paese africano nel mio Paese per svolgere un lavoro estivo, che consenta loro di pagarsi l'università, come fanno tante ragazze americane, inglesi, francesi, italiane, per ritrovarsi dopo un mese sul marciapiede a fare le schiave prostitute. Deve risultare intollerabile.
Io sono riuscito a renderlo quasi intollerabile per le Questure italiane, finalmente, ma occorre che sia intollerabile per ognuno di noi. Deve risultare intollerabile che ci sia, da parte dei genitori di una bambina, una intrusione così abnorme, eccezionale e tragica nella loro vita presente e futura e deve esserci, anche da parte nostra, il coraggio di affermare l'universalità di quello che diciamo, in quanto esistono culture diverse, ma ci sono alcuni principi che sono ineludibili, la cui non accettazione può essere figlia di non maturazione del problema, ma non di diversità culturale accettabile, e non esisterà mai correttezza politica che mi potrà convincere che io debbo accettare una diversità come questa, perché se accetto una diversità come questa nego l'essenza della mia stessa umanità. Prendo, pertanto, questo vostro incontro come un incoraggiamento.
Io sono stato contento quando il Presidente Lubechy ha detto "pains happen without difference", ma se fosse solo lui ad affermare e credere in queste parole, la speranza che le cose siano fatte davvero diversamente sarebbe molto minore. Occorre che noi tutti, in questo Paese, arriviamo a pensarla in tale modo, e a maggior ragione lo facciano un numero sempre maggiore di donne e bambine africane. La storia, insomma, è grande, ma è anche cattiva; per cambiare la storia bisogna saper essere protagonisti della propria storia, le donne che sono qui dimostrano di saperlo essere e grazie a loro la storia potrà cambiare.
Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio
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