Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato al Convegno di MondOperaio

Roma, 26 ottobre 2000

(Bozza non corretta)

Ragazzi attenti, perché da quello che ho compreso si profila un accordo per un tempo che non c'è, ma c'è un disaccordo per il tempo che c'è. Noi siamo vecchi e tenaci, ma vorremmo che prima o poi, in un tempo che c'è, ci si mettesse d'accordo. Altrimenti ci sentiamo un po' smarriti.

Io sono contento di essere qui per 'MondOperaio'. E' effettivamente una specie di ritorno che, spero, sia ritorno al futuro, non al passato. Può darsi che non siano finiti i tempi nei quali si imposta il dibattito politico sulle riviste. Probabilmente, quando eravamo giovani noi lì cominciava e lì finiva. Oggi, invece, è necessario ramificarsi molto più largamente, credo che ce ne sia ancora bisogno. La politica, infatti, è qualcosa su cui bisogna pensare, perché se non è cultura, non è politica, non prende, non attecchisce, non riflette alcunché. Da questo punto di vista, le riviste hanno, a mio avviso, una funzione non sostituibile, per, non per crearla, ma coglierla, metterne in evidenza i legamenti e poterla, infine, restituire in un ambito più ampio.

Ciò è quello che, in fondo, abbiamo fatto negli anni d'oro. Sono stati i più begli anni del mio impegno legato alla politica, tra il 1976 e il 1978. Allora si poteva parcheggiare -- io lo facevo -- nella discesa che dal Pincio porta verso Piazza del Popolo, andando a piedi in via Tommacelli. Lì ogni mattina eravamo a discutere, a creare le premesse di quella che è stata una stagione culturale straordinaria, con un difetto che, già, allora ci riconosceva. Fummo, cioè, bravissimi nella pars destruens, ma meno bravi, forse perché era più difficile, nella pars construens. Quindi, si procedeva a sminuzzare le ceneri di Togliatti. La casa riformista, però, è da allora che aspetta, anche se dei pezzi sono stati fatti.

Non dimentichiamo che noi eravamo partiti da quell'idea, in una fase nella quale c'era un abbraccio ritenuto letale, privo del fermento liberale, essenziale nel socialismo, e quindi lavoravamo per la sinistra dell'alternativa. Questo ce lo dobbiamo ricordare: era il fuoco che stava sotto il pentolino di “MondOperaio” di quegli anni.

Naturalmente, noi pensavamo che una sinistra dell'alternativa dovesse essere una sinistra liberale, anche se “alternativa” era una parola che aveva in sé una evocazione più di estrema sinistra, tant'è che taluni vi ravvisavano l'alternativa di regime. Noi avemmo dei problemi proprio nell'uso di quella parola, che creava quell'equivoco e che l'allontanava dall'idea di socialismo liberale e, quindi, dall'idea che noi cominciammo allora a definire, ma che, poi, non sapemmo ben costruire. Questa sarebbe stata la pars construens e questo lo facesti tu più di altri. Perciò, hai il merito che la sinistra dell'alternativa è la sinistra politica di un sistema di economia di mercato. Fosti tu a dirlo, più di ogni altro.

Io ho detto più volte che allora, noi socialisti, non avevamo ancora la cultura del mercato. Questo fu uno dei limiti della nostra difficoltà a fare la pars construens, quando negli anni '80 impostammo il nostro riformismo. Annusammo che c'era uno spirito di libertà che bisognava assecondare nel mondo imprenditoriale italiano, ma non ci costruimmo intorno la cultura della concorrenza. Non a caso, la prima legge sulla concorrenza sarebbe arrivata (non per merito nostro) nel 1990. Questa è una riflessione critica che noi dobbiamo rivolgere a noi stessi.

Noi abbiamo avuto grandi responsabilità negli anni '80, ma la legge sulla concorrenza non l'abbiamo impostata noi. È stata impostata da altri. Se io risalgo retrospettivamente alle ragioni che ci hanno reso difficile la pars construens, essendo stati così efficienti nella pars destruens, questo lo devo ricordare.

Buona parte dei pezzi che, oggi, la società dovrebbe mettere insieme in una cultura, in una politica riformista, partono dal fatto che la nostra è un'economia di mercato sulla quale si vuole stare.

Certo, nel momento in cui noi vedemmo i meriti, oltreché i bisogni, annusammo questa cosa, ma non osammo collocarci in un contesto culturale che largamente non avevamo ancora acquisito né assimilato. Oggi, è chiarissimo che il bisogno di autoaffermazione, di essere messi in condizione di farsi valere, di gestire se stessi, di assumere responsabilità, di fare lavori nei quali si valorizza la propria professionalità, è, in realtà, sana e funzionante economia di mercato. E' il contrario delle partecipazioni statali, degli angeli custodi, dei servizi sociali interamente statalizzati. È tutte queste cose, in base alle quali si vuole essere se stessi anche nell'aiutare gli altri, nel far valere se medesimi.

Oggi, questo lo possiamo fare: siamo maturati tutti. Oggi è, secondo me, una splendida stagione per un nuovo mondo operaio. Potremmo quasi dire heri dicebamus e riprendere quelle discussioni di allora. Ed è giusto che sia tu oggi a guidarle, se vuoi, perché tu potresti dire: “io ve lo avevo detto, vent'anni fa, ma voi su questo eravate.... “.

Comunque, neanche questo mi colpisce. Scusate se mi soffermo molto su questo aspetto, ma queste sono le cose che nella vita mi interessano di più.

Noi eravamo sordi, più che contrari. Non abbiamo mai litigato su MondOperaio, su quella tua impostazione. L'abbiamo fatta, semplicemente, scivolare accanto a noi. Da allora tutti siamo veramente cambiati. Questo è un processo che ha investito noi e l'ex Partito comunista italiano.

Io non posso dimenticare che la critica a questa nostra cultura più pubblicistica è venuta in questi anni da uno come Barca. A Fabrizio si può rimproverare -- credo che qualcuno lo abbia anche fatto -- di aver adottato questo filone critico nei nostri confronti. Poteva, però, essere più ecumenico nel diffondere critiche.

Ad un certo punto, però, per aiutare me stesso a comprendere la mia crescita culturale, ciò mi cambia di poco. E' vero quello che lui afferma sul fatto che noi avevamo ancora la cultura della direzione pubblica quando avremmo dovuto introdurre la cultura del mercato.

Ora questo lo possiamo fare. Siamo in una stagione nuova che ci viene testimoniata da tanti soggetti sociali, che vivono questo nuovo clima di libertà-responsabilità che è quello del nostro tempo.

Il partito riformista deve essere il partito di questi soggetti. È un partito che in realtà parla la cultura di questi soggetti, di questo io sono convinto. Questo soggetto del nuovo tempo -- ne parlavo l'altro giorno a Milano, e ne avevo parlato in passato --, proprio perché largamente figlio della società delle conoscenze è consapevole degli altri, non estraneo ad essi, è potenzialmente la ragionevole sinistra dell'economia di mercato, che non si occupa soltanto di sé, ma di sé e degli altri, che vede in equilibrio le ragioni dell'autoaffermazione della solidarietà sociale, sente il bisogno di entrambe, è pronto ad entrambe.

Un giorno, tratteggiandolo in modo scherzoso, dicevo: magari manda i figli alla scuola privata, ma vuole che la scuola pubblica funzioni bene, se non per i propri, almeno per i figli degli altri. Non è il soggetto egoista autoaffermazione e basta, cresci e moltiplica la tua ricchezza, che è il modello che viene evocato da altri. E' un soggetto che è in tanti ambiti, e che noi dobbiamo raggiungere aiutandolo a sistemarsi in una cornice, ad avere dei punti di riferimento.

Il partito riformista è il partito che riesce a toccare questi soggetti. La prova della sua vitalità è il fatto che parla a loro con loro, non che Veltroni, Boselli, ed eventualmente qualcun altro, parlino tra di loro. Questa è un'ottima premessa, ma non è assolutamente quello.

Non dimentichiamo che il riformismo nel secolo XX ha rappresentato momenti di forte contatto tra la politica e i ceti sociali i cui problemi potevano essere meglio risolti attraverso la politica. La forza del riformismo è stata la contiguità percepibile e percepita tra un ceto politico e degli interessi, più ancora che rappresentati, collegati a questo ceto. Mentre altri hanno potuto galleggiare in altro modo, il riformismo, senza la forza di un consenso popolare che era espressivo di adesione a quella politica, non avrebbe potuto vivere. Giustamente si dice -- ne ho discusso più volte in questi mesi con Alfredo Reiclin -- che il riformismo senza popolo non c'è, non riesce ad essere tale, perché non ha radici, al massimo riesce ad arrivare alla Gazzetta Ufficiale. Ed in questi anni il riformismo senza popolo ci è arrivato più volte alla Gazzetta Ufficiale, ma lì è finito.

Allora, se è così, io innanzitutto sono convinto che l'Italia ha bisogno di questo partito, e credo che esso debba avere una vocazione maggioritaria per essere effettivamente riformista: non deve stabilire un confine tra sé e la controparte elettorale. Questo io lo rifiuto.

Posso capire che, partendo da 8, che è sempre un po' meno del 18 da cui parte la Serbia, uno debba accontentarsi di obiettivi intermedi. Ma questi obiettivi intermedi, a mio avviso, hanno una finalità contingente: servono a spaventare meno la gente, a porre fine all’immagine di questo centrosinistra, i cui componenti non entrano di solito senza un potente obiettivo in una sola macchina fotografica, perché quelli collocati agli estremi uscirebbero dall'immagine (infatti loro si sono dovuti attrezzare con questi macchinari molto complessi per far entrare tutto il centrosinistra). Serve a questo: è una riduzione semplificatrice del lavoro dei fotografi, e magari anche della percezione da parte degli elettori.

Francamente io, che non ho mai cessato nella mia vita di definirmi socialista, che lo sono sempre stato, che lo sono ora, e che continuerò ad esserlo, non accetto che qualcun altro debba rappresentare il centro, perché ritengo la mia cultura, i miei legami, la mia possibile offerta politica tali da dover coinvolgere il centro. Prendo atto di una data situazione. Effettivamente considero il passaggio attraverso la botanica una fase pre-politica, che prepara il ritorno alla politica. Però ho il massimo rispetto delle necessità temporanee della botanica, mi creo, però, un orizzonte che è rivolto nettamente a superarla.

In secondo luogo, il superamento di questo lo si testa nella propria capacità di creare sintonia con i soggetti sociali del nostro tempo, non soltanto sintonia tra di noi. O noi siamo capaci di portare questa cultura allo scoperto, di verificare sintonie, di fare politica come la si faceva una volta, andando a trovare altri e coinvolgendoli fisicamente, non in percentuale di share televisiva, ma fisicamente, oppure io non credo che si costruirà mai un partito, neanche nel 3000, attraverso i soli mezzi di comunicazione di massa. Si costruiscono audience, polls, e poi non è detto che i voti coincidano con queste. Quello serve moltissimo, fa parte della politica, ma per me la politica non può rinunciare ad una rete che è fatta anche di rapporto diretto tra esseri umani. Allora bisogna testare anche in quel modo la capacità della nostra cultura di raggiungere altri. Se questo budino cresce e funziona, diventa il partito riformista, al di là delle intenzioni iniziali.

Quando si comincia a fare questo lavoro? Secondo me subito. Non è che fare dei tentativi in questo senso significhi aver già creato il partito, avere ripudiato la teoria dello vuoto del fisico Roberto Villetti, che ha parecchi elementi di veridicità. Ne ha scritto su MondOperaio, ma ne parla di frequente, e come tutti i fisici di rispetto sta creando una scuola. Non c'è contraddizione con la teoria del vuoto nel fatto che intanto si cerchi di vedere -- cosa che serve comunque -- quali filoni di cultura politica sia in grado di portare allo scoperto, di vedere sintonizzati con altri, di vedere capaci di costruire un tessuto di cui abbiamo un disperato bisogno nella società.

In quanto questo accada, non lo confondiamo con aggregazioni elettorali -- su questo ha ragione Boselli--, non è detto che questo coincida con l'aggregazione elettorale. Però, nella fase elettorale i politici amano dire --francamente io non amo questa espressione anche se faccio politica -- che bisogna dare un segnale. Quando me lo dicono in sede di Finanziaria, dico sempre di no, perché in genere lì sono segnali costosissimi: dicono segnali, ma intendono soldi, e allora lì bisogna andarci piano. A prescindere dalla Finanziaria, invece, dare dei segnali vuol dire dare delle indicazioni, o tenere dei comportamenti che hanno una possibile coerenza con un obiettivo futuro non ancora realizzato.

Ora, non tocca a me dirlo in questo momento, ma i modi di dare questi segnali sono molteplici. L'importante, secondo me, è che un lavoro cominci, che ci sia effettivamente un impegno a dire: apparteniamo alla stessa famiglia politica, non siamo solo noi, ci sono anche altri, impostiamo un lavoro comune, vediamo cosa rende questo lavoro, dove porta, quali assonanze crea nella società.

Luciano Pellicani, di cui leggo ogni riga - e che ieri mi ha messo a dura prova perché su questo numero di MondOperaio ha scritto una sberla di righe che non finivano mai (da questo punto di vista, Luciano, ti consiglio di dare un limite ai tuoi collaboratori, perché è nefasto per una rivista che si scrivano trenta pagine in una volta: tu le hai scritte in una volta e pretendi, come avrebbe detto Troisi, che noi le leggiamo tutte insieme) -- ha scritto una specie di progetto di passaggi di avvicinamenti progressivi al piacere del partito riformista: li ha descritti uno ad uno. Si possono cominciare a costruire questi passaggi? Si può in sede elettorale dare dei segnali coerenti con tutto questo?

Certo, qui Arturo deve fare l'esame di coscienza, perché è veramente nella condizione scomoda di Arlecchino: è teso tra due realtà. Da una parte è in qualche modo garante di un fatto positivo per il centrosinistra in questo momento, che è questa aggregazione di centro che rende molto meno confusa e frammentata la fotografia di gruppo del centrosinistra. Dall'altra io lo vedrei più nel partito riformista, che non nella Margherita.

Quindi qui c'è qualcosa che l'evoluzione futura dovrà chiarire. E' indiscutibile infatti quello che dice Enrico Boselli: di chi è figlia la Margherita? Dell'idea che chi era democristiano deve il più possibile rimettersi insieme? O dell'idea che esiste un conglomerato moderato che è bene che si metta insieme? In realtà è figlia di entrambe le cose. Qui c'è qualcosa che ha una sua utilità elettorale, ma forse il futuro dovrà comportare delle evoluzioni diverse. Noi non lavoriamo soltanto ai fini delle elezioni, lavoriamo ai fini di un futuro più lungo.

Mi fermo qua, anche perché ho parlato anche troppo. Voglio solo dire che io in questo processo ci sono. La cosa che mi piacerebbe di più sarebbe starci in Mondo operaio. Mi rendo conto che non è l'unica cosa che posso fare, devo fare anche altro rispetto a questo, e sono pronto a farlo. Vorrei che si trovasse il modo di far coincidere il tempo che c'è con quello che non c'è, altrimenti non facciamo nulla nel tempo che c'è, e non arriverà mai il tempo che non c'è.

Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio




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