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Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato alla presentazione del volume "Dialoghi sulla fede"
Roma - Sala Zuccoli, Senato
(bozza non corretta)
Questa è, secondo me, la questione ultima; non la considererei una delle questioni nell’agenda, ma la vera questione. Comunque, ci arriverò dopo.
Questo è un libro di prima che torna in un libro di dopo. Non ci tornerò passaggio per passaggio, perché quello di prima l'ho già letto e commentato, quindi mi fermo soltanto su alcune questioni e lascio ai lettori ignari del primo di leggere per intero il secondo.
Nel libro ci sono diversi temi che mettono a raffronto le due fedi, quella laica e quella religiosa, e che in qualche modo pattinano tra le ragioni della ragione e le ragioni che non vengono dalla ragione.
Questione, anche questa, assai delicata, che si riporta alla domanda: “Dio è laico?” che tu, stesso, Vincenzo, poni verso la fine, in qualche modo concedendo alla laicità della religione anche più ragione di quanto io sia disposto ad ammettere. Mi hai stupito nel concedere a coloro che vogliono che tutto sia razionalmente dimostrato più di quanto meritino in realtà.
A mio parere, essi sono come quella razza, che si sta fortunatamente non estinguendo ma riducendo, di economisti – li considero una rovina per l’economia, alla stregua dei giuristi formalisti – per i quali tutto ciò che non è matematicamente dimostrabile non è vero. Questi soggetti hanno portato le scienze economiche ai livelli a cui erano le scienze giuridiche nei peggiori periodi di formalismo.
Te lo dico così, alludendo con garbo, non traendone ulteriori conseguenze. Ci sono, però, alcune questioni che tuttavia la ragione ha titolo a porre e che con la ragione sono state poste, creando dubbi.
Una di queste, forse una delle più grosse, è stata: “Ma è possibile ammettere che Dio esista in presenza di un male così profondo come quello che la storia degli uomini in certi momenti ha saputo generare?”. E' anche la domanda alla quale Toaff, con grande onestà, in più occasioni ha ammesso di non essere stato capace di rispondere davanti a quei milioni e milioni di morti: “Ma come è possibile che Dio lo abbia permesso?”.
Non sta a me dare prove dell'esistenza di Dio, anche perché io rifiuto totalmente la questione se Dio ha creato gli uomini o se gli uomini hanno creato Dio.
Se Dio c'è non dipende dal fatto che la mia ragione sia in grado di dimostrarne l'esistenza; e se Dio non c'è, non c'è a prescindere dal fatto che io trovi argomenti razionali che possano dimostrare che esiste.
Sarebbe veramente curioso che un'entità di quelle dimensioni e di quella natura dipendesse, nella sua esistenza o meno, dal fatto che io sia in grado di dimostrare che esiste o di convincermi che esiste.
Mi dispiace, ma è proprio così, ed è un cedimento di molti che appartengono alle religioni quello di andare alla caccia disperata di argomenti razionali per dimostrare che esiste…
(VOCE. Ha ragione Mosé...)
Ha assolutamente ragione Mosé, come ha ragione Francesco. Ciascuno, comunque, la storia la legge come la capisce ed io questa questione la capisco in questo modo.
Certo, però, è un argomento profondamente sbagliato, sia dal punto di vista razionale che emotivo, quello – e tu dimostri bene – che l'esistenza di un male così devastante provi di per sé che Dio non c'è.
Come tu dici giustamente, il male non sarebbe un problema se non esistesse un metro superiore di bene. Il male sarebbe nell'ordine naturale delle cose.
In effetti, io vedo anche un altro elemento che tengo a mettere in evidenza, come ho cercato di fare in più occasioni (del resto, altri lo hanno fatto ben più di me e ben meglio di me). Penso al paradossale determinismo che è sotteso all'idea che se gli uomini commettono il male questa è la volontà di Dio, e siccome Dio non può volere il male questo significa che Dio non esiste.
Questo è un argomento senza senso, che dimentica che gli esseri umani sono esseri liberi. Ed è un limite del loicismo della ragione umana quello di voler attribuire alla volontà di Dio tutto ciò che accade, e siccome Dio è per definizione buono non può volere il male.
Se un Dio esiste non può non aver voluto l'essere umano come essere libero e se l'essere umano è tale in quanto è libero le scelte morali sono sue, non sono di Dio. E' attraverso un esercizio faticoso e difficile della scelta morale e, quindi, della libertà che si afferma il bene, non attraverso la volontà di Dio.
Il “sia fatta la tua volontà”, da laico, io lo interpreto nel senso che io sappia comportarmi da persona libera scegliendo il bene anziché il male, non che ciò che mi accadrà domani o ciò che io deciderò domani il Signore lo ha già deciso per me.
Non ci possiamo più trascinare, nel XXI secolo, una visione così infantile della incidenza di una suprema entità sulla vita degli esseri umani. Non si può aver scoperto l'universo e pensare che ogni azione degli esseri umani sia determinata da un essere superiore.
Un punto sul quale tutti hanno da essere d'accordo è che l'essere umano è tale in quanto è libero e che, in secondo luogo, la libertà non è fare ciò che mi aggrada, ma fare scelte morali che sarebbe troppo comodo che qualcun altro facesse per me.
Quindi, il bene e il male sono dentro di me, perciò tocca a me saper identificare il bene. Quando qualcuno sceglie il male se ne assume la responsabilità, qualcuno direbbe davanti a Dio e agli uomini. Ma del male che quel qualcuno ha fatto la responsabilità è sua, non di Dio.
Questo è un tema che ci riguarda. Come sia stato possibile che nel secolo scorso, finito secondo alcuni pochi mesi fa, l'umanità abbia commesso delitti così atroci e così devastanti è un problema che riguarda l'umanità. Dovremmo chiederci, invece, che cosa abbiamo fatto di male o quanto male siamo stati in grado di tollerare perché tanto male abbia potuto accadere.
E quando accade, accade. Il male è devastante, il male non è buono; il male ha delle vittime innocenti, altrimenti non sarebbe male. Ma queste vittime innocenti sono vittime nostre, dell’umanità.
Questo è un punto che, se volete, la fede laica aiuta a mettere in evidenza, perché di sicuro essa non è mai stata deterministica. La fede laica ha sempre trovato nelle scelte individuali il metro e la ragione di ciò che l'individuo compie. Inoltre, l’idea che l'esercizio della libertà sia scelta morale fa parte della cultura laica da tempo (anzi, ne ha sempre fatto parte, e forse ha cessato solo per alcuni decenni).
Un secondo argomento che vorrei affrontare, in parte legato a questo che ho appena richiamato, è quello della verità dialogica, che è un punto cruciale di questa discussione.
Se io ho un Dio, e questo Dio mi ha detto la verità, la verità ce l'ho io e non gli altri. Quindi, gli altri posso solo convincerli della mia verità, ma non ho nulla da imparare da loro. Se gli altri sbagliano, nel nome del mio Dio posso anche combatterli.
E' stato così a lungo, ma non c'è ragione che sia così. Se c'è un'evoluzione importante, che più volte ho vissuto io stesso come un'entusiasmante evoluzione per la convivenza e la pace tra gli uomini, è proprio quella che sta conducendo le religioni, e in primo luogo le cristiane e la cattolica, a portarsi sulla verità dialogica e non sulla verità esclusiva o sulla verità intollerante; sulla verità-testimonianza e non sulla verità-dogma.
C'è un cedimento – direbbe il gergo della politica – nel fare questo? No, c'è il senso della verità di una religione che assuma l'essere umano come suo principale protagonista in questa vita terrena e che lo colga nelle sue caratteristiche.
Qui ha ragione Vincenzo nel ricordare la pacem in terris. In ogni uomo c'è il sigillo di Dio. Non è che questo sigillo ce l'ho solo io perché io sono partecipe di questa religione. Essere umani sono tutti; è difficile che io possa attribuire al mio Dio la qualità di essere il creatore del mondo se poi questa divinità ha creato il mondo collocando tutti coloro che non l’hanno raggiunta così come l'ha raggiunta la mia religione in una specie di serie B o di non serie.
Ma c'è di più, e qui completiamo le caratteristiche di questo essere umano. Se l'essere umano è libero ed è creatura di scelte morali, liberi sono tutti, non sono solo io. Quindi, ciò che io riconosco in me lo devo riconoscere anche negli altri, e se lo riconosco anche negli altri io vivo della mia relazione con gli altri.
In un suo libro – non ricordo quale, ma è una cosa che mi ha sempre colpito – Elias ha scritto che le palle di biliardo dopo che si sono incontrate rimangono esattamente quello che erano prima. La differenza tra le palle di biliardo e gli esseri umani è che per questi ultimi non succede la stessa cosa: gli esseri umani non sono palle di biliardo, quindi una volta che si sono incontrati qualcosa dell'altro rimane comunque in ciascuno.
Questo è straordinariamente vero. Se si assume che attiene alla qualità dell'essere umano di essere modificato, intrinsecamente e naturalmente, dal rapporto con l'altro, la verità per definizione è dialogica, altrimenti è non verità, altrimenti nega gli altri, quindi nega la propria premessa.
E' un problema culturale, ed è curioso che alcuni occidentali ancora non l'abbiano capito. Sono gli stessi occidentali che continuano a chiamare “barbari” quelli che non sono come loro. Non a caso, la radice è la stessa: la cultura ellenica.
“Aggiungiamo un pizzico di cultura semita”, dici a un certo punto nel libro, e hai ragione. Non sempre noi sappiamo riflettere sulle radici culturali di ciò che pensiamo, ma ciò che pensiamo è figlio di stratificazioni culturali. In questo caso lo strato culturale è proprio quello della cultura greca che orgogliosamente, e a vele spiegate, è entrata in noi, anche se non abbiamo fatto il classico. Quella cultura è entrata in noi perché è parte della storia dell'occidente.
L’idea che gli altri siano “barbari” è una brutta idea che gli occidentali hanno ereditato dalla cultura ellenica.
L'idea che il tempo è ciclico, che ritorna e che non c'è futuro, è l'idea primitiva che era rimasta della cultura greca, imperniata sull'esperienza delle stagioni dei primi esseri umani. Il tempo presente tornerà nel futuro, perché verrà l’estate, verrà l'autunno, verrà l’inverno, ma poi tornerà la primavera. Quindi, il presente contiene già, ciclicamente, il futuro.
E' stata la cultura ebraica, in realtà, che con la promessa del domani, con l'impegno dell'umanità per un mondo migliore che sarebbe venuto dopo, ha creato l’aspettativa del futuro e, quindi, il cambiamento in funzione del futuro.
È singolare che paesi che hanno una civiltà cristiana (che quindi deve molto a quella cultura che si è formata in quella terra) poi si siano chiusi in una radice culturale – la cultura ellenica – che non ha a che fare con le radici storiche del cristianesimo, e che abbiano difficoltà ad accettare l'idea che la verità ha da essere dialogica perché cambia. La verità è una posizione rispetto alla realtà, ma la realtà è destinata a cambiare; nel futuro dovremo essere diversi, quindi la verità si adatta.
Quanti roghi ci saremmo risparmiati se l'avessimo accettata…
(GAD LERNER. Qualcuno dice che è stata una sciagura la traduzione in greco della Bibbia fatta da Filone di Alessandria...)
Forse non ha torto, perché la traduzione delle parole è stata trasferita in un contesto culturale completamente diverso.
La verità non può che essere dialogica, per questa stessa ragione. Quindi, è una sfida alla quale si sottopone, mantenendo tratti essenziali di sé. Quali? Questo è il punto, la vera domanda. Ed è qui che viene il sovrappiù d’amore, ossia la certezza di non sbagliare. Ed è qui che io laico mi fermo, perché la certezza di non sbagliare non ce l’ho, in quanto probabilmente l’affido di più alla ragione. E la ragione sbaglia.
Ormai sono vecchio abbastanza da conoscere più di una disciplina scientifica e da sapere che nessuna mi dà mai dei punti di riferimento certi. Se c’è una cosa che faccio sulla rivista di cui sono il direttore, che si occupa di argomenti economici, è di spiegare ai lettori che non c'è nessuna bussola che dia alcuna certezza affidabile e che tutto dipende dai contesti in cui queste bussole operano.
Il dialogo, allora, su quali certezze si fonda? Sul fatto che ci sono fedi buone e fedi cattive. Fede buona è quella – il concetto è di una semplicità unica – fondata sull’amore verso gli altri, è la fede che impedisce di sbagliare.
È questo che permette di distinguere la fede buona dalla fede cattiva. La fede buona impedisce di uccidere milioni di esseri umani, perché ciò contrasta con un sentimento primigenio forte. È un sentimento presente anche nei laici.
Qui mi fermo al punto nel quale mi sono sempre fermato, ma contento del fatto che Arrigo, questa volta, mi abbia dato ragione. Il grande merito della seconda edizione rispetto alla prima è che Arrigo ha preso atto del fatto che anche i laici sono capaci di amore, ma meno. E meno per tante ragioni…
(VOCE. Sul “meno” non ti dà ragione...)
Ma deve farlo – anche nel libro, in realtà, mi dà ragione – e lo farà.
Tuttavia, in presenza della moglie di Arrigo, come faccio a dire che egli, essendo laico, sa amare di meno? Non potrei mai dirlo e lei, in fondo, mi potrebbe smentire e magari avrebbe ragione.
(ARRIGO LEVI. Questa di invocare mia moglie è un'arma poco corretta.)
È corretta, Arrigo, perché la nostra capacità di diffondere amore è una capacità molto più limitata di quella delle persone di fede religiosa. E vi sono miriadi di esperienze che lo dimostrano.
Noi siamo capaci di vivere con amore comunità ristrette, non comunità larghe. Noi siamo capaci di dedicare la nostra vita a missioni che non sono missioni d'amore, ma di impegno civile. Noi siamo meno capaci di coinvolgere gli altri.
Questo è il vero problema, questo il vero limite della fede laica, che non è elitaria per ciò che predica – in fondo, si tratta delle stesse cose – ma per il motore che la muove.
Questo motore non lo spiega la ragione. Se io appartenessi alla famiglia religiosa direi che chi ha capito è Francesco, più che altri. Non esiste altro motore capace di spiegare. Qualcuno dice che è Dio, ma questo diventa un astratto: come dissi già a Padova, posso anche dire che il motore è Dio, ma non lo vedo.
Ciò che vedo nella persona di fede, quando è veramente tale, è quello straordinario amore per gli altri che la porta ad accogliere altri in casa propria e a rinunciare alla sua verità per amore.
Non vorrei ricorrere al classico esempio di Madre Teresa, ma mi è utile per spiegare. Potrebbe una persona che non ha fede avere l’amore per gli altri che ha reso possibile una vita come quella di Madre Teresa? Si può trovare il grande medico che è stato in Africa, ma Madre Teresa non curava da medico le persone, dava loro la mano. Ed è una cosa diversa.
Essendo contrario alla droga, essendo nemico della prostituzione, riusciresti ad andare, di notte, per le strade della tua città per portare un caffè caldo alle prostitute o ai drogati, senza chiederti se fanno bene o male, ma solo per farli soffrire di meno e per fargli capire che ci sono altri che si occupano di loro? Riusciresti a farlo, magari sperando che questo rapporto che stabilisci con loro li aiuti a trovare o a cercare una strada diversa? Non credo che lo faresti.
Io posso fare solo questa constatazione, da terreno: quella marcia in più, quel sovrappiù d’amore lo vedo nelle persone di fede, lo vedo al lavoro nelle persone di fede religiosa. Ogni volta sono indotto a constatare che chi non ha questa marcia in più ha di meno.
A questo punto altri possono dire che cos'è la fede, da che cosa viene, e così via. In termini fenomenologici, io vedo che questa è una straordinaria forza anche a disposizione della società.
Per questo apprezzo molto il fatto che, superando antichi steccati, si acquisisca la forza del sentimento religioso come un fattore essenziale per dar vita o rafforzare un tessuto connettivo in società altrimenti a forte rischio di sbrindellamento, di frantumazione, di individualizzazione.
Se è vero, ed è vero, che c’è una tendenza insita nella vita del nostro tempo a farci essere come le palle di bigliardo, di sicuro il sentimento religioso e la fede sono un fortissimo antidoto.
Da questo punto di vista – laici e religiosi ne prendano atto, e ne prendano atto anche i laici – ciò è forse non meno straordinario e non meno incoraggiante del fatto che le religioni stiano passando alla verità dialogante.
Quindi, può darsi che il mondo migliori.
Fonte: sito Web della Presidenza del Consiglio
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