LA RISVEGLIA | Numero 6: Il mio Messico
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  • Parigi 1977
    Un'intervista:
    Coś "... mi avventai su De Bono... "

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    di Giancarlo Cheli

  • 1851-1926
    Di Follonica, delle fonderie e d'altro (prima parte)

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    quadrimestrale di varia umanità
    n.6 Gennaio - Aprile 2001

    Il mio Messico

    di Michele Marchiani (1)

    Ci sono di quelle zanzare che si fanno tranquillamente i gargarismi coll'Autan, poi ti sorridono, sottintendendo: “E' tutta qui la tua magia, uomo bianco?”
    La vacanza procede in allegria. L'unico guaio sta nel fatto che la stagione secca ci somministra più acqua piovana di una stagione umida londinese. Carla e io abbiamo risolto il problema accessoriandoci contro il maltempo con due “ponchos”, stile Emiliano Zapata, di nylon, ritagliati all'occorrenza su mio design. Il tutto è stato rifinito dalla mano sapiente di un “tendero” della Quintana Roo. I ponchos sono, naturalmente, corredati di una bustina di cellofan per la “cabeza”.

    Come dicevo, il nostro prezioso maggiolone (prezioso per il prezzo, ovviamente) ci ha conesntito di raggiungere le mete che non ci eravamo concessi sotto forma di escursione organizzata.
    Per prima cosa abbiamo visitato Tulum. Raggiunte le rovine archeologiche ci siamo infilati in mezzo ad un gruppetto di turisti e abbiamo approfittato aggratis della guida.
    A Tulum si doveva stare piuttosto bene prima dell'arrivo degli ispanici. Erano stati infatti banditi i sacrifici umani, alcuni cinghiali ne facevano le spese. Inoltre c'è una spiaggia fantastica, il posto ideale per smutandarsi e balneare. Tulum mi è piaciuta. Mi è piaciuta più di Coba, che avrei visto pochi giorni dopo, anche perché due delle due ore e un quarto che ho trascorso a Coba sono state inondate dal più brutale nubifragio che abbia mai visto. Ma torniamo a una versione dei fatti un attimino più cronologica.

    Dopo la visita a Tulum, siamo infilati, in maniera quasi accidentale, nella riserva biogenetica di Punta Allen. Un'area - posso affermare in qualità di stimato naturalista - estremamente interessante. Mostra, il luogo, un'imponente presenza di avvoltoi grandi e grossi come tacchini. E' possibile osservare un'ampia varietà di specie floristiche, e anche quelle ornitologiche non scherzano in materia di biodifferenziazione.
    Per arrivare a Punta Allen occorre fare una sessantina di chilometri di strada sterrata e mal ridotta. Il maggiolone ha superato la prova di slancio, anche se non era facile. Raggiunto l'insediamento umano abbiamo visto che si trattava di un villaggio di pescatori, dove abbondano i gringos che non sanno una parola di spagnolo (e tanto meno di lingua Maya) e che hanno acquistato delle cabañas con due lire per affittartele a costi da Grand Hôtel.

    Vale comunque la pena di trattenersi per la notte. Il posto è favoloso, quasi disabitato e il tempo scorre molto lentamente. Possedere un orologio è inutile: fantastico, no? La sera abbiamo mangiato in una sorta di ristorantino improvvisato, più improvvisato che ristorantino. Il nostro oste ha avuto la faccia tosta di affogare una ricca parte della nostra pietanza in un fiume di sanguinescente e stucchevole ketchup. La nostra pietanza era costituita da eccellenti crostacei, inutile tentare di quantizzare quanto ho odiato quell'uomo.

    La mattina successiva sarebbe stato possibile fare un giretto in barca con tanto di immersioni suggestive. Sarebbe stato possibile, dicevo, in realtà il tempo ha volto al peggio. Io e Carla abbiamo optato per dirigerci verso la civiltà. Così ci siamo diretti a Coba.
    Coba è stupenda. E' immersa in un bosco dal quale, come funghi, spuntano le testimonianze architettoniche Maya. A Coba abbiamo subito un'inesorabile doccia metereologica che ci ha confinato per la maggior parte del nostro tempo sotto un chioschetto ai piedi della grande piramide, bagnati e senza sigarette. Siamo fuggiti precipitosamente, il luogo era di un'inospitalità esagerata.

    La notte l'abbiamo passata a Playa del Carmen, con l'intenzione di imbarcarci per l'isola di Cozumel il mattino seguente. Playa del Carmen è un posto perfettamente uguale a tutti i posti turistici del mondo, occidentali e orientali, caraibici o mediterranei. E' un posto senza niente di interessante da segnalare a parte i prezzi alti. Fatto sta che la mattina successiva, al momento del risveglio, siamo stati alluvionati di nuovo. Non c'era nessuna possibilità di raggiungere Cozumel in traghetto. Ci siamo incamminati verso Playacar (abbreviazione da segnale autostradale) in cerca di una colazione e di un impermeabile che appagasse le nostre necessità. Ed è stata in quell'occasione che dalla mia fervida mente è scaturito il progetto del ponchos antialluvionale. L'umore era un po' sceso. Non ci aspettavamo che il diluvio, in piena stagione secca, pretendesse di sconvolgere tutti i nostri piani. A quel punto abbiamo deciso di dare una botta rivoluzionaria ai nostri progetti. Abbiamo caricato sul maggiolone tutte le nostre cose e abbiamo fatto rotta verso il Golfo del Messico, dalla parte opposta della penisola, destinazione Progreso. Io avevo sentito parlare del posto in un libro del Cacucci, non da lui in prima persona, ma da un tale che parlava con lui ed esaltava la bellezza del posto. Così Carla ed io con il maggiolone, che a questo punto si era già trasformato in una specie di box da campeggio, ci siamo messi in viaggio.

    Il maggiolone traboccava di oggetti, tra cui convivevano panni bagnati, valigie semiaperte, ponchos, una bottiglia d'acqua e dei pacchetti di Marlboro Lights messicane, più cattive delle nostre, ma anche più economiche.
    Quel giorno abbiamo tagliato l'estremità settentrionale della penisola da una parte all'altra e ci siamo concessi una sosta a Valladolid (in tutti i paesi ispanici c'è almeno un Valladolid). Poi abbiamo abbandonato l'autopista e abbiamo raggiunto il centro della cittadina. Qui abbiamo scorto due mangiatoie. Una abbastanza europeggiante, l'altra più sudiciotta e tipica. Io mi sarei fiondato nel secondo, ma dovetti subire le coercizioni di Carla. Mangiammo nel posto apparentemente migliore, secondo Carla. Entrato dentro, cominciai ad insospettirmi. Non c'era un indigeno, erano tutti turisti. Deglutisco e penso: “Ora ci stangano”.

    Invece dal menù traspaiono prezzi accettabili. Non ci siamo, la fregatura dev'essere nella cucina. Infatti la qualità della pietanza è bassina. Io ingollo la mia porzione come un pitone. Carla ha dei problemi. Lascia una congrua percentuale di cibo nella scodella e non digerisce, accusando disturbi di varia natura. Il viaggio prosegue in direzione di Merida e poi di Progreso, con l'accompagnamento delle sue proteste. In serata raggiungiamo Progreso.
    “Che razza di scherzo è questo?”
    Il posto è una città di medie dimensioni tipo porto industriale. Il mare è sconvolto dal maltempo e assume colorazioni marroni a causa del fondale sabbioso. L'unica soddisfazione in questo posto, dal mio punto di vista, consiste nella constatazione di essere, insieme a Carla, l'unico viso pallido reperibile. Occupiamo una stanza da cinquemila lire a notte, abbandoniamo l'auto di fronte al portone dell'albergo in modo che non ci venga sottratta furtivamente. Lascio dieci pesos al guardiano per fargli controllare il mezzo e lo stesso, otto secondi dopo, sta già dormendo di un sonno tipo come irreversibile.

    Ci concediamo una passeggiata nella cittadina. Tutto sommato a me piace, è un posto vivo, vivo e nient'affatto artificiale. Brutto, ma simpatico, si direbbe rivolgendosi a un essere umano. Contratto con un commerciante un superbo paio di sandali da mare e poi c'infiliamo in una locanda per mangiare, anche se Carla borbotta, memore del pasto precedente. Dopo cena ci attende una passeggiatina d'ordinanza prima di tornare in albergo. Saranno appena le undici e il guardiano dorme imperturbabile, ricordandomi vagamente Rubio del Parque de las Islas de Tenerife. Il camera ci concediamo una ragionevole dose di lussuria e ci corichiamo.
    Il mattino seguente scappiamo da Progreso in direzione di Merida, la Parigi del Messico. Il soprannome è tutt'altro che casuale, Merida è estremamente elegante dal punto di vista architettonico. Devo dire che è molto ben organizzata anche per ciò che riguarda la viabilità. Sembra uno schema da battaglia navale, o meglio da parole crociate con gli orizzontali e i verticali numerati. E' una città grande e molto viva. Oltre alle bellezze architettoniche, che potrete riscontrare sfogliando qualsivoglia depliant del sito, a Merida sono convogliate tutte le principali produzioni artigianali dell'interno. E' possibile esplorare botteghine di cooperative di artigiani con prodotti tipici in fibra d'Agave. Gli artigiani sono molto amichevoli anche perché, va detto, sperano che tu compri qualcosa. Mi hanno mostrato le foto dei laboratori all'interno della penisola, anche se si sono ben guardati dal dirmi come raggiungerli.

    Poi io e Carla abbiamo approfittato dell'opera di una peluquera. Il negozietto era gremito di indios che hanno trovato divertente la nostra presenza. Una coppia anziana ha voluto essere ritratta in fotografia ed è venuta stupendamente espressiva. In verità io avevo estratto la macchina solo per immortlare le operazioni del barbiere. Io ho fatto delle belle foto, Carla le ha sbagliate tutte. A parte questo, si è creata una bella confidenza con i presenti. Un tizio mentre aspettavo le ultime cesoiate alla chioma mi ha offerto un giornaletto porno per ingannare l'attesa. Terminato lo sforbiciamento abbiamo guadagnato l'uscita fra strette di mani e abbracci. Abbiamo raggiunto il nostro grintosissimo coche e abbiamo abbandonato la Parigi messicana in direzione di Chichen Itza.
    Siamo arrivati in quella che è la più famosa città dal punto di vista archeologico mezz'ora prima dell'orario di chiusura e abbiamo risolto di attendere l'indomani per la visita. Il guardiano ci ha segnalato la presenza di strutture alberghiere interne all'area archeologica, ma noi abbiamo cortesemente declinato l'invito per problemi di natura finanziaria e ci siamo sistemati a Pisté, una località vicinissima, dove abbiamo trovato una stanzina estremamente economica, che abbiamo dovuto dividere con un'imponente popolazione di zanzare, fameliche come iene. Il barattolo di Autan serviva solo per tentare di percuoterle tirandoglielo dietro.

    Il paese è piccolissimo e tranquillo. Ci sono un totale di quattro gatti. La gente con noi parlava in spagnolo, ma fra loro vociferavano esclusivamente in lingua Maya. Abbiamo cenato decisamente presto, eravamo stanchi e avevamo girato tutto il giorno. Io ho scelto dove mangiare perché l'opinione di Carla, dopo l'indicazione del ristorante di Valladolid, era delegittimata... Abbiamo consumato la cena e in men che non si dica ci siamo rifugiati nello zanzarificio fino alla mattina seguente.
    Il giorno dopo ci siamo svegliati presto, abbiamo raccolto le nostre cose e abbiamo fatto il nostro glorioso ingresso nel parco archeologico di Chichen Itza. Siamo arrivati al momento dell'apertura e la città museo era praticamente deserta. Qui sì che scherzavano poco, altro che Tulum; una sconfitta al juego de la pelota voleva dire sayonara, kaput, rien ne va plus, se acabó, the end, come suggeriscono i simpatici reperti che mostrano immagini festose di vincitori che tengono ben alte le teste dei giocatori sconfitti. Teste senza il resto del corpo va detto, io penso che il proverbio “sfortunato al gioco, fortunato in amore” sia arrivato molto dopo.

    Abbiamo scalato eroicamente “El Castillo”, abbiamo girovagato come anime erranti, abbiamo deciso di bbandonare la zona quando i pullman carichi di altri turisti hanno cominciato a scaricare il loro contenuto umano... Una volta a bordo del nostro impagabile (perché siamo poveri) utensile di locomozione abbiamo fatto rotta su Puerto Juárez al fine di imbarcarci per Islas Mujeres. Prima abbiamo cercato un posticino fuori area per acquistar cartoline a prezzi decenti, alla fine siamo approdati in un posto a buon mercato dove non c'era neanche l'ombra delle cartoline, ma la strada era occupata da un sacco di iguane, che non sono esattamente la stessa cosa. A quel punto abbiamo fatto una ricca colazione e abbiamo levato le tende.

    Lasciato il maggiolone in un parcheggio di Puerto, ci siamo imbarcati per l'isolotto, dove siamo sbarcati dopo una breve traghettata. Abbiamo fatto un giro per l'isola con una barchetta a nolo e abbiamo visto dei quantitativi di pesci, che non avevo contato neanche al mercato di Bangkok. Poi dopo aver mangiato un piatto di barracuda, abbiamo cercato invano un posto per la notte e ci siamo dovuti rassegnare a tornare - in traghetto - a Puerto Juárez. Passata la notte in un albergo estremamente costoso, il mattino successivo ci siamo diretti all'imbarco, dopo aver lasciato l'auto in un parcheggio a pagamento. Sul molto un tizio ci ha proposto di presentarci un progetto di multi - proprietà in costruzione - vendita: “Per voi ci sono in omaggio i biglietti per Cozumel se manifestate interesse al progetto, poi potete anche rifiutare...”
    Giunti allo stabile abbiamo finto grande interesse e abbiamo avuto i biglietti per l'isola. Una volta giunti a Cozumel, abbiamo fatto un'altra gita in barca per ammirare il fondale che era molto ricco di coralli e invogliava a immergersi con le bombole. Tornati a terra, abbiamo mangiato del pesce buono e pernottato in una locanda a buon mercato. L'indomani abbiamo fatto il bagno a una scoglierina, mentre un barracuda lungo come me ci passava accanto incerto se assaggiarci oppure no. La spiaggetta era abbastanza deserta... C'era solo una famigliola simpatica, i cui bambini facevano degli approcci con noi per avere in prestito la maschera da sub.
    Tornati a Puerto, siamo andati a letto di buon'ora e il giorno dopo, restituita l'auto, ci siamo imbarcati sull'aereo.

    (1)Michele Marchiani è nato a Piombino nel 1967. Laureato in scienze naturali, è autore, fra l'altro, del romanzo “Fu una cosa bella perlomeno quanto breve: le donne, i cavalier, l'arme, gli amori...”, (Bologna, G. Monduzzi, 1998). Si accinge a pubblicare un altro romanzo.

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