LA RISVEGLIA | Numero 6: Pagine di poesia
Sommario

  • Questo numero

  • Parigi 1977
    Un'intervista:
    Coś "... mi avventai su De Bono... "

  • La fotografia del no
    di Gianna Ciao Pointer

  • La mia Ilva
    di Giancarlo Cheli

  • 1851-1926
    Di Follonica, delle fonderie e d'altro (prima parte)

  • Pagine di poesia

  • Il Mondiale
    un poeta a braccio

  • I migliacci
    una ricetta del passato

  • Il mio Messico
    di Michele Marchiani

  • Amnesty International
    La tortura e altro

  • La redazione

  • ARCHIVIO
  • LA RISVEGLIA

    quadrimestrale di varia umanità
    n.6 Gennaio - Aprile 2001

    Pagine di poesia


    Poesie

    di Rita Baldacchini (1)

    Non sarà una brutta giornata

    Un po' di musica,
    ballare da sole,
    farsi venire il fiatone,
    improvvisamente
    accorgerti che ti scappa
    da ridere.
    Un mucchietto di note
    e un sorriso.
    Anche oggi non sarà
    una brutta giornata.

    Quando ho paura

    Quando ho paura prendo una penna.
    Scrivo frasi e pensieri.
    Scrivo pianti.
    Scrivo sorrisi.
    Scrivo sempre quando ho paura.
    In questo momento ho paura.
    Paura di solitudine.
    Cara vecchia, atavica paura.
    Sei così vecchia e presente
    che non dovrei aver più temerti.
    E forse dovrei imparare a spegnere la luce
    e a dormire senza sperare
    che qualcuno venga a stringermi la mano.

    Donne...

    Donne in confusione.
    Donne allegre e subito tristi.
    Donne con due uomini
    a cui dire: “Ti voglio bene”.
    Donne insicure.
    Donne forti e decise.
    Donne sole,
    con la voglia di un figlio
    e di una vita diversa...

    1)Rita Baldacchini ha scritto numerose poesie e vari racconti.

    Sommario

    Poesie

    di Corrado Barontini (1)

    Il sorriso negli occhi

    Il suono delle sei
    fa rigirare il corpo
    femminile.
    Primaverile nell'aria
    è tempo di cantare:
    Il cuore della donna
    è un libro strano...
    Riascolto il tic-tac della sveglia
    che un po' somiglia al cuore.
    Impazzivo di gioia
    ora non batte, galoppa.
    Aria di festa
    e il segno di una strada:
    un segno rinnovato
    femminile di curve e rettifili.
    Cerco la mia compagna
    da abbracciare nel cammino
    e oggi la trovo
    libera, donna
    e ascolto sulla sinistra
    il battito del cuore


    a Morena

    8 marzo

    Il sorriso negli occhi

    Quel parlare lento
    riporta gli affanni
    della cura:
    è il primo incontro
    di una ricerca
    che s'avvia. La storia
    inizia e non conclude,
    s'intreccia
    coi mille motivi
    del sedere accovacciati.
    “Il gomitolo”
    qualcuno dice.
    Il gomitolo
    come l'eco che dipana
    sveglia
    senza far chiasso
    colorando il percorso
    con l'esperienza del vissuto.
    Poi il filo si tende
    nell'immagine parallela
    sulla nube cerchiata
    del fumo che sale.

    Chi aspettava la sorpresa
    può restare sorpreso:
    il dubbio del sogno
    piano piano si scioglie
    nella possibilità di un rapporto
    che non sorprende più.


    19 ottobre 1985

    La sedia rossa

    Questa nuova tribù
    s'incontra con l'antica
    ma non confonde i ruoli;
    i dubbi e le certezze
    rifuggono l'inganno della posa.
    Persuasi che nulla
    consolidi e chiarisca l'assoluto,
    si rimane seduti
    a fare paragoni.
    La sedia nuova
    accoglie i nostri culi
    con sfacciato rossore.
    Non è vergogna
    la scelta di un colore
    e il pudore composto
    sul volto silenzioso
    di chi vorrebbe dire
    produce l'incertezza.
    L'interno, per intendersi,
    rifiuta il privilegio
    della pelle
    dove il corpo si adagia.
    Evitare parole
    senza significati
    non vuol dire non dirle;
    per questo si scopre con sorpresa
    di parlare una lingua comune
    ancora sconosciuta.
    Il racconto contiene
    la nascita, il valore degli affetti,
    le paure e tutte le parole
    non dette per ritegno.

    Allora questo calcolo si allarga
    e non ha più il limite
    di un numero concluso:
    quattro tre sette e due nove.
    Gli incontri che verranno
    del primo conterranno la memoria
    ma il risultato già scontato
    dello stare insieme
    sarà vissuto sempre più
    come l'avventura del tempo che vale.


    2 novembre 1985

    Evoluzioni I

    Il movimento inizia
    e cambia l'immobilità delle parole.
    Di sopra, un po' più in là
    il ponte da finire:
    evoluzione di un tempo
    necessario a cogliere
    il sorriso - segno impercettibile -
    di chi ascolta e guarda
    questa oscillazione. L'occhio
    sorprende l'uomo disattento
    e dalla bocca muove l'urlo
    che ferma l'attenzione
    sull'ascolto di un sogno.

    Fa prevedere il lieto fine
    l'imprevedibile storia
    iniziata col grido della donna
    distesa sul lettino.
    In fondo, nel giardino
    avviano le fontane
    che annaffiano l'erba
    e incantano la sera.


    Luglio 1986

    Libero di sognare

    Consecutiva analogia
    della seconda porta.
    Dalle macerie
    nascono le immagini
    che piano costruiscono
    l'evento.
    Ha un tempo la memoria
    e ancora non è storia
    del passato.

    Per nascere son nato
    in questo tempo...
    col sorriso negli occhi
    e senza somiglianze.


    A Claudio

    23 ottobre 1985

    Il fiore

    Cogliere un fiore
    dalla forma inconsueta
    e sfogliare il colore
    dei petali leggeri:
    al primo soffio di vento
    sfarina in mille semi
    la carezza. Dal timido sguardo
    ci coglie un'ebrezza
    sottile sulla pelle delicata
    e arrossa come il sole
    colorando di rosa
    la carne profumata.

    Abbiamo parlato
    di storie personali
    e di follie.

    Piano si scioglie
    la neve alle colline.


    A Milvia

    Febbraio 1987

    Evoluzioni II

    E' nei versi non scritti la verità
    è nel futuro, come la fantasia,
    è in quello che resta ancora da fare.
    Claudio Badii

    Il viaggio ha significato di andare
    di tentare un percorso da sempre sconosciuto
    eppure già sognato e visto con il cuore.
    Così inizia la parte di una storia.
    L'impossibile uscita era forse racchiusa
    nel facile accesso in discesa.
    Ma la strada ora sale
    e non vale la pena fermarsi a ricordare.
    Qualcosa si muove, qualcosa si è giù mosso
    per cercare un'immagine del tempo che cresce.
    Senza sapere cosa, inizia ad oscillare
    dalla parte del ponte la primitiva nave.

    E' possibile amare, è possibile scoprire
    che la storia infinita contiene altre storie.
    Evoluzioni di un male che piano scompare:
    la para dell'ignoto e la speranza d'incontrare
    quanto ancora è sconosciuto al cuore.
    Somigliarci come maschere di carnevale
    è una plastica invenzione
    che potrebbe annullare l'attimo vitale.
    Sognare un suono, cantare una canzone.
    Si pensa un altro viaggio, si coglie un'illusione.


    7 luglio 1986

    Il viaggio

    Mi appartiene questo viaggio.
    E il paesaggio immaginario
    si fa immagine concreta
    come concreto è il ricordo
    di una corriera che arranca
    per le strade tortuose
    di un paese.
    Ora forte, ora piano
    il rumore lontano cambia
    la musica incantata del colore
    nell'immagine immediata.
    E la luce dissolve
    la nebbia che copriva le colline.
    Si fa chiaro nel mattino
    il filo rosso del cammino
    che congiunge il viaggio
    all'incerta giornata.

    La donna che dormiva
    si è svegliata
    stropicciandosi gli occhi.


    A Maria

    Il fiore nel vento

    L'immagine di un fiore
    dalla forma inconsueta
    che cambia al primo movimento.
    Cresce fra le mani
    cresce senza tempo.
    I petali hanno colori da sfogliare
    e la carezza è dolce come l'acqua
    sui capelli, delicata
    come il profumo del fiore.
    Poi l'immagine sfuma e si trasforma.
    Al primo soffio di vento
    sfarina in mille semi:
    si libera nell'aria, come un volo
    e prende forma la vita che rinnova.


    Agosto 1986 Incanta come un sogno
    magica immagine senza forma.

    Tutto è come se l'avessi già pensato
    e visto con il cuore
    (abbiamo parlato di donne
    ma non dell'amore).
    Un segno familiare
    il balocco della macchia rossa
    che sovrappone l'intenso blu
    del mare. Cavalca un cavallone
    e sulla spumeggiante onda si distrae.
    L'attento cercatore della forma
    non sa leggere gli spazi
    e le paure
    confondono le gioie del colore.

    Oscillante come un'altalena
    il quadro si dimena
    e la scia la madre e il padre
    per avere una storia
    per avere un'avventura.


    A Toti Scialoja

    27 novembre 1984

    Disegno e fantasia

    Lo squarcio rosso: un taglio
    di colore, un forte segno
    sopra la collina.
    E' l'erba che si china
    e lo raccoglie.
    Riluce
    nella notte l'avventura:
    s'inventa il sogno
    l'immagine incantata,
    si scopre la natura.

    In questo spazio
    si rivela il silenzio
    col fascino dipinto della luna.


    a Bruno Caponi

    Tutte le parole portano un pianto
    soffocato, un lamento musicale
    che ricorda la voce del passato.
    Un nodo alla gola
    stringe e fa male.
    C'è chi canta il
    Maggio
    fuori d'ogni rituale.
    Tutto era cominciato con la fiaba
    della bocca che assume la doppia funzione
    di mangiare e parlare.
    Disponibile sempre a lavorare
    in continuo scambio di ruoli
    questa tensione interiore
    era l'immagine cara dell'amico
    che appena traspariva nel sorriso.

    Roberto sei partito:
    un viaggio come sempre
    per terre lontane,
    un briciolo di mondo da scoprire.
    E alla tua terra sei tornato per restare.
    La tua leggenda parla di un volo,
    parla dell'araba fenice.

    Come le fiabe che amavi raccogliere
    come tante fiabe che i vecchi
    ti hanno narrato nelle sere invernali
    rimarrà nel cuore l'averti conosciuto.


    In ricordo di Roberto Ferretti

    5 gennaio 1985

    Il compagno comunista

    Ogni morte fa il punto.
    La fragile figura del compagno
    forte dell'impegno militante
    riaffiora e si consuma. Walter,
    l'attivista costante del partito,
    il compagno comunista.
    Da dietro lo sguardo ascolta
    le parole e prende appunti
    fissando un suo pensiero
    più volte soppesato.
    - Il lavoro di ogni giorno
    ci rende la presenza puntuale
    e sviluppa i legami col passato. -
    L'attività politica,
    il richiamo alla lotta, l'organizzazione,
    il volantino, la lettera spedita,
    la diffusione stampa.
    - Ci sono nuovi iscritti? -
    I vecchi se ne vanno
    è sempre più difficile il lavoro.
    Meticoloso e attento alle parole
    prepara l'intervento per la sera;
    riflette sugli eventi nazionali,
    sulla lotta di classe, sul partito.
    Insiste sul concetto di presenza
    sull'impegno di ognuno
    per ogni attività della sezione.
    - Il tesseramento da riorganizzare
    e la campagna elettorale di quest'anno:
    dobbiamo dare indicazioni, segnali, orientamenti. -
    I problemi dibattuti con passione
    racchiudono il segreto di una vita
    vissuta per dare una risposta
    a questo incerto tempo.


    In ricordo di Walter Bonora

    Il poeta che dice

    il poeta che vive
    L'inganno della posa
    riprende dalle frasi sussurrate
    dalla verità non detta per intero
    riprende dal
    rapporto
    con l'altro che non dice.
    L'inganno è nascosto
    nella posa del verso.
    L'inganno è la posa del bel verso
    che narra il brutto della vita:
    le mezze verità.

    La poesia più bella
    ancora non l'ho scritta;
    la poesia più bella
    è quella contenuta
    nel racconto dell'altro
    che scrive per intero:
    “Vedi che alla fine
    ho parlato di me!”
    questo modo di fare è poesia.
    E' questo un volantino
    che descrive a parole
    il segno della mano rovesciato.
    E tutto è dettagliato
    dipinto alla maniera d'un buon quadro.
    Ti saluto mio caro,
    incompreso ascoltatore di una nicchia
    dove dentro è racchiusa
    tutta l'armonia
    di un suono improvvisato.
    Posato sopra al tavolo di sala
    l'osservo e mi sorprende
    - il ritmo del verso -
    più del silenzio
    più dell'allegria.

    Imprime un suono
    a questa voce
    lo scorrere del tempo.

    E non è forte il vento.

    Nota a margine

    La provocazione del poeta spesso non segue alcuna direzione, non è fatta per. Nasce invece dall'esigenza interna all'uomo di fare - avere rapporti, di comunicare agli altri - con gli altri le proprie avventure che sono sogni, pensieri, fantasia che spinge a fare.
    Così è stato per le poesie raccolte in “Disorientamento” *; così è successo nella scelta di un titolo stridente che rendeva conto (apparentemente conto) delle stonature musicali di quella ricerca “non formale” che pure alla forma faceva riferimento.

    Questi anni sono passati fra mille incertezze e difficoltà. E i rapporti sono diventati più difficili, ma anche più veri. Le storie, altre storie si sono intrecciate con il mio vissuto e la sfida contenuta nella provocazione non è stata fatta cadere.

    Il poeta a volte non è poeta / per fortuna sua e di chi legge.

    Si riparte dalla frase scritta a margine per non fermarsi alla forma (provocazione), ma per cercare la “frase ulteriore” che non conclude più il discorso concentricamente.
    Mi viene in mente l'immagine del cielo azzurro che a volte si vede oltre le nubi; e quando quel cielo sembra completamente coperto, mi piace immaginare l'azzurro che sta oltre.
    E' questo che mi ha permesso di scrivere ancora. E' questo che mi ha spinto a fare le cose conservando poi una traccia (che è anche scrittura, un'immagine da raccontare di quel cielo azzurro nascosto nel quotidiano.
    Così, senza avere la pretesa di essere poeta, ma essendo anche un po' poeta, ho provato a scrivere versi necessari legati a questo tempo e a questa storia.
    L'amarezza per la scomparsa di un amico, la bellezza di un incontro, il suono armonioso di un canto popolare, l'immagine di un quadro immaginario, e le parole dette per dire cose a cui tenevo: è questa la storia raccolta nei versi che presento e che riuniscono gran parte della ricerca poetica di questi anni.
    Alla base di ogni poesia c'è l'esigenza umana di comunicare. Ma questa necessità è anche fuori della poesia, è nell'uomo, sta nei rapporti affettivi che ci rendono la fantasia di un suono che a volte si lega alla bellezza di un colore.

    L'Autore

    9 giugno 1988

    *Ed. Collana Semi, Arci - Grosseto 1983.

    1)Corrado Barontini è nato a Grosseto nel 1948, è uno degli ideatori - animatori degli “Incontri di poesia estemporanea” di Ribolla (giunti, quest'anno, alla nona edizione), collabora alla rivista “Toscana folk” ed è autore di vari saggi e pubblicazioni, fra cui ricordiamo “Canti popolari in Maremma”, “Comunicazione orale e poesia popolare nel mondo contadino” e “La befana nell'immaginario infantile: usanze e comportamenti nella famiglia contadina”.
    Sommario

    Poesie

    di Camilla Mari (1)

    Cuore d'inverno

    Sempre dorate
    ............ allora
    anche le nubi nere
    quando fole di vento
    annunciavano l'alba
    né pioggia
    né tuono
    né pomeriggi cupi
    rubavano colori
    ............ e le luci

    Ora ladri di vita
    sono grigi
    e nell'ombra
    Eppure
    è bella la sera
    ne velluta l'incanto
    un micio sonnacchioso
    mi ridono
    a mulinello
    danzando
    fogli di giornale
    e una canzone
    che sento
    cantare dalla sabbia
    che il vento porta dal mare.

    Favola della sera

    La sera si raccontano
    il cuore e la vita
    perplessi talvolta
    e scontrosi

    C'era una volta
    ..........c'era
    la vita e gli anni
    ..........pochi
    e come di seta petali
    raggio vestiti
    giocavano di bagliori
    (così cangiavano i giorni)

    Come vele sul mare
    baluginavano a scomparire
    all'orizzonte i sogni
    ..........ma sempre
    ..........per tornare

    Canzone di Maremma

    Di castelli e regine
    principi e trovatori
    di cavalieri erranti
    e fanti rubacuori
    di poeti e corsari
    di torri
    e di briganti
    castelli solitari
    e di viandanti

    Canzone di Maremma
    che alle lucciole
    canta
    un vecchio minatore
    come una ninna nanna.

    Mattino d'inverno

    Il respiro di Dio si è fermato
    il mio cuore non batte.
    Io sono di pietra.
    E voi?
    Voi per carità!
    Ma non c'è più nessuno
    nessuno che venda un giornale
    e fa freddo.
    Nessuno.
    Se almeno scendesse la neve!

    Ora il cielo è più bianco
    la strada più vuota
    e il silenzio.
    Nessuno - né un grido.
    Anche tu Dio
    sei troppo lontano,
    non mi riconosci.
    Se almeno scendesse la neve!

    La bella signora

    Ha il cuore di seta
    la bella signora
    anellini dorati
    cornici d'argento
    il bagno rosa di marmo.
    Aspetta i fiori
    la bella signora
    al suo compleanno.
    Figlie piacenti
    generi intenti
    a scalare
    rampanti
    i nipoti più alti
    i più intelligenti
    ha, la bella signora
    e le labbra tirate
    tovaglie ricamate
    stirate
    profumate,
    il servizio da venti
    da cento
    e la nuora che adora
    il cugino dottore
    l'ortensia viola
    porta i doni alle suore
    invita monsignore.
    Che cuore
    ha la bella signora
    che va ai funerali
    negli ospedali.
    Si spoglia la sera
    la bella signora
    di sorrisi
    di anelli
    di orpelli
    i gelidi occhi nel vuoto.
    Nella notte
    come di vento
    un sibilo soffocato e spento.

    Sull'albero
    (Fronde d'oro)

    Sinuosa
    si snoda
    la bambina serpente,
    lei è stata scelta
    (occhi di smeraldo)

    Bianca ha la mano
    ricamata la pelle
    e di magia contornati gli occhi
    di piume azzurre.
    Nella danza
    e nel vento
    brillano i capelli

    Non sorride la bambina serpente
    né brilla il cuore
    di prezioso rubino,
    così la incantarono
    sì che il sole e la luna,
    quando vide la luce,
    le insegnarono la danza
    e le stelle adamantine
    le insegnarono
    a raccogliere la pioggia.

    Quando la notte si allontana
    si ode il canto dell'usignolo
    tenero come un pianto.


    1)Camilla Mari è autrice di numerosi racconti e poesie, apparsi in varie riviste e raccolte.

    Sommario

    Poesie

    di Maria Luisa Orlandini (1)

    News from a foreing Country came,
    As if my Treasure and my Joys lay there.
    Thomas Traherne

    Il tributo

    I

    A tutti Dio gettò
    il tributo di monete;
    intatto passò il ruscello,
    libero, unito in sé.
    Noi, inerti, una moneta
    senza potere d'acquisto
    teniamo in mano, pagati
    e più poveri ancora.

    II

    Vita che graffi nel ventre,
    volpe del fanciullo spartano,
    ti abbiamo rubata, e a tenerti
    stretta, insanguini.
    Se non sei dolce a serbare,
    vendicativa energia,
    ti lasceremo fuggire
    rapida ai boschi nativi
    in un lampo e una fiamma.

    III

    Dormono le acquattate pantere,
    energie degli dei sospese
    nell'aria: basta
    un grido d'uomo, a catturarle.
    Alle mani, sfere leggere,
    balzano come a un limpido fiume
    all'orlo della fusione viscerale:
    ma il salto ci sorpassa, ricade in mare.

    IV

    Una colonna di fumo
    vedono i primi, non noi
    che seguiamo, certi solo
    del nostro passo, avanzando
    nel tempo come in un paese.
    Camminiamo da sempre, nati
    in una delle innumeri soste.
    E sopra noi il ricordo di una nube
    conosciuta di Dio, che nella vampa
    della sabbia si scioglie.

    V

    A noi vagabondi dette il Caso
    ricchezza di sostare
    nella piazza serena, rivelata
    certa da durevole luna.
    S'imbarcarono i poveri carretti,
    i tendoni, le vele; noi restammo,
    aggrappati a una trave della notte.

    VI

    La luna assegna gli alberi
    folti, silenziosi, a condurci
    alle Viscere:
    in esse ci abbandona.

    VII

    Addormentati sotto il muschio, senza
    aspetto umano, ci trasse
    la Parola; ci sferza, già spenti
    nel mondo vegetale, trascina
    a un consesso punitore. Evade
    la mente in farfalla o un vento.
    Nemmeno Dio afferra più
    quel che ha deciso
    di appartenere alla terra.

    VIII

    Un attimo, la ragnatela strappa
    con urto di silenzio: è quello
    alto e muto, che il Cavo trasforma.
    Spettri mai visti, seguiamo i fili
    che ci hanno scosso
    a una porta schiarita, dove
    si ricompone la trama,
    e al centro s'incastella il ragno.

    IX

    Dalla carcassa azzurra
    una farfalla vola via,
    dalla porta di terracotta
    s'incammina un guerriero.
    Fermo nel pomeriggio
    l'uomo legge il giornale,
    attende come una mosca,
    in uno spazio intermedio,
    di sostituire una vita caduta.

    Peregrinatio

    I

    Orto di San Michele
    a cui s'approssima la barca:
    nella città vestita di zendado,
    dolce come la molla scardinata,
    un racemo d'antiquato cortile,
    una memoria di scomparso
    avvolge l'odore di pergolato.
    Ora è mia quella riva
    di barche, di pazienze cancellate.
    S'aggrappa la memoria
    come un ormeggio, al muro
    rampicato di zucche,
    isola remota
    in un oriente del passato.

    II

    Le dissi: dal buio della notte
    ti tragga la mia mano, e bianco latte
    come il cielo dei vivi dolce, avrai.

    Ma quando giunse all'ultimo prato,
    verde dell'erba che cresce nel cuore,
    sotto cieli di chiarore assonnato,
    la prese il sonno, come la stanchezza
    dei morti, tenuissima, spenta brezza.

    Voltò il passo
    dolcemente nel sonno,
    ed io le acque dell'attesa
    lentamente, ripassai in esilio.

    III

    Pellegrinaggio del fiore giallo,
    melo raccolto umilmente,
    oleandro prosternato, filo
    di siepe tagliato dal carnefice:
    sospesero paziente
    lo spazio al tuo passo, seguito
    da re favoloso, attraverso
    terre del sogno con falconi e cani.
    I mantelli, ora, del vento
    affastellano quel popolo, vuotando
    la reggia d'ogni guizzo contenuto.
    Medicante sotto i cipressi
    che sovrastano cielo e aria,
    riparti a cercare
    una bocca alta sospesa.

    IV

    Soccorse il mio mantello fiammeggiante
    ore funebri al monaco
    alluminante in fioca luce;
    brillò per lui, albero
    santo, la lancia in cui credette;
    e vivo, coi piedi scattanti
    per lui presso la grotta
    fiorita avventandomi, il drago schiantai.
    Ne sorse un limpidissimo mattino,
    ove posasse il suo
    paradiso sospeso.
    Io pago mi ritrassi. A lui lasciai
    l'aspetto in pegno.

    V

    Forse, lontano, mentre
    combattevo tra queste arcaiche rocce,
    un evento si compì che non conosco:
    disse un dio la parola decisiva,
    ed io fui escluso dal comandamento.
    Da allora, in squallide rive, i velieri
    dentro un cristallo irreali
    hanno d'eterno i confini,
    né sopraggiunse il richiamo
    che dall'asciutta riva
    mi conduca al vascello pavesato,
    ai dolci canti, alla città di gemme.
    Colpevole di avere
    cinto di braccia il Drago.

    VI

    Se scappi, t'inerpichi tra i venti,
    in te cade con fusa passione
    il castello, la chiesa, la caverna,
    la gobba preumana del monte.
    Un cunicolo sprofonda,
    incavandoti come la terra
    che si scosta dal cammino dell'Averno,
    all'angoscia precipitante
    di uomini e demoni che si sotterrano.

    VII

    Come bandiere contenuti nel vento
    giungono da oriente Animali,
    ai limiti del vero coi campi
    dove pascolino bacche
    da invisibili rami sollevate.
    Vengono in branco a trarti
    dalla spelonca del tuo rifugio,
    che tu ne lasci lo scalino umano,
    e l'ombra nel cavo ai demoni.
    Disseminando smarriti i campi,
    esistenze tralasciate per sempre,
    lo stuolo volando ti trascina
    nelle vene del monte, a estinguere
    ogni passato: ti dissolvi
    in nera pioggia, sui tronchi sospesa.

    VIII

    I quattro Re delle Carte
    siedono al tavolo di consiglio
    per giudicarti. Ogni vetro è murato,
    ronzano incorruttibili le mosche,
    testimone è il vaso impolverato.
    Mentre sei al chiuso serrato,
    un orrido torrente scava
    fuori la consistenza alle facciate,
    le macina, le spoglia, furiosamente
    l'alveo aguzzo prepara
    per quando, aperto il vetro, sui cespugli
    nel gelido fiato contorti,
    ti getteranno i Quattro, condannato.
    Chiodi, hanno i parapetti,
    come Cristo impotenti;
    già accumula passato
    e violette il torrente, suona
    smemorata la campana d'un Medioevo
    che tu raccatti, spettro, le tue ossa.

    IX

    Scuoto appena, nel sonno,
    gli embrici delle case,
    fermo nel cielo il respiro
    sulle mura che vanno
    in polvere come il mio calzare.
    Vessillo portato a memoria nei giorni rituali,
    percorro le vene in un'ampia
    narrazione di morte.

    Prima terra abiit

    I

    Nella rete all'ascella del canale,
    gli ammucchiati secondi di pesci
    fanno urto come un'ora.
    Il cielo è una grande meridiana
    arcuata, silenziosamente
    l'inombra un indice che scatta
    come un fiotto di sangue.
    Senza rumore cancella l'era.

    II

    L'uccello che attraversa
    i cieli di mezzogiorno,
    esalato da montagne
    aquilone d'amore,
    per noi nelle sere
    ricorda dolce
    precipitare i muri,
    scomparire i mondi,
    in una polvere invisibile
    che fra me e te aleggia.

    III

    Mani e voci dei mali,
    il pietoso trifoglio,
    dalla memoria si cancellano
    come amore dal giovane;
    secco è il Melo,
    in bilico sulla terra
    che s'apre e soffia morte,
    in aria
    sono già nuvole, i prati.
    Gusci sparsi, forme
    spente nel Vacuo.
    Lacera lo spazio
    l'ultimo uccello che attraversa il mare.

    IV

    Occhi del cimitero, stretti in mazzo
    con un brivido posato,
    sui muri spenti vacillano:
    un mondo affiorato
    si schiera quieto, fatto vero.
    Simili a noi, i Simili le terre
    invadono e le vigne,
    si drizzano i Monarchi,
    gli Irati si slanciano
    con i flagelli alzati.
    Le scimmie gridano sui tetti,
    suonano sconosciute le campane
    ad appelli di voci mai sentite.
    La dolcezza tutta a te si serra
    di un passero e un rametto ancora vivi;
    radi i chicchi di giorni a noi serbati;
    già nel Regno
    i carri immani, celesti e terreni,
    coi venti non volgono che i morti
    leggeri intorno alle terre.

    V

    Dai pali, le nuvole montanti
    come popoli di uccelli,
    risalgono al declino
    d'una loro civiltà.
    Elementi mai visti
    corrono sugli sconvolti
    campi dell'io,
    che l'uomo umilmente
    ha spogliato di alberi e pietre
    per abitarvi un vento
    despota, che fruga
    oltre le anime dei sassi.
    Fermo agli inutili
    lineamenti terrestri,
    si raccoglie il volo dei migratori.

    VI

    Invade un esercito le rocce,
    rispondono dal basso
    le precipitazioni dell'ombra.
    Salgono cerchi vegetali
    alle vesti di città turrite
    sospese in uno specchio
    raggiante, nel fulgore
    che precede l'incenerire;
    un altro Sole,
    fatto sostanza ferma,
    continua a irradiare la sua follia.
    Dal cielo che si conclude
    si depongono piume
    a ombelichi di altre epoche.
    Cancella un messaggero di vittoria
    il disarmato crepuscolo,
    sotto le lance opposte
    dell'andirivieni lunare.

    VII

    Gli angeli con lividi capelli
    e dita di carezze morse via,
    tolgono i chiodi dal battente
    che il mondo chiuse in un'epoca caldea:
    con gesti sbandati
    strappano i fili del loro costrutto,
    in fuga per la scala planetaria,
    travolgendo i fiumi fra le dita,
    sradicando i puntelli
    infitti nelle gole di quaggiù.

    VIII

    I nibbi sorvolano la serpe,
    e dalle porta arcuate
    esce un popolo a saggiare
    la terra profanata
    dalla dolce infermità degli angeli.
    Oltre la città fiammeggiata
    lo dardeggia un furore
    e dal deserto
    schierati angeli roventi
    scortano un espanso,
    rarefatto signore.

    IX

    Precipita a volo l'araldo
    della venuta celeste.
    Al suo raggio feroce,
    ogni penna come una lama,
    la terra si fa deserta.
    Spinto dalle pietre a oracolare,
    percuote col timone la roccia
    nel suono prolungato delle montagne,
    sulle colpe ammutolite
    di cui non ha memoria.
    Un dio, rimasto solo,
    si volge a punire sé stesso.

    Interregnum

    I

    Alto muro, porte pazienti
    di una cittadella del passato
    contro il petto
    del gigante che preme.
    Sull'arca, deserto
    scudo, una spada
    di solitudine taglia
    eventi accumulati
    su pianure di cause vane.
    Il corpo arreso, di fieni arso,
    ricade sino ai limiti del mare.

    II

    Dall'arco ardente caduto
    come una cicala nell'estate,
    sui monti nudi
    al clamore crescente
    del giorno solo e ultimo;
    la potenza d'un calore - raggio
    viene come il coltello
    dai forti della pianura
    sullo sconfitto che giace:
    su lui l'oro faldato
    accatastato, crolla,
    senza la mano armata
    del sole che lo sostiene.
    Si prolunga lo strazio
    sino ai lenti confini della luna.

    III

    Una testa mozzata si dissangua
    sul più alto pilastro del mondo,
    e il sangue cade sull'altra faccia
    più bassa, di un tempo lunare.
    L'occhio guarda oscuramente
    sulla pietra l'impressa vena
    dove goccia l'essenza del pianeta:
    sul segno riposa l'ascia,
    cifra sacra
    d'una fuga d'esistenza.

    IV

    Un grifone di segni uncinati,
    crescente come nuvola
    in un'aria metallica,
    proietta le sue ellissi sulla pietra.
    Più disumano del mare,
    scandaglia le corti di psiche
    con la petrosità di un occhio
    che sui muri non si attenua.
    Le forme, come uno specchio,
    le sue membra sinuosamente seguono,
    e senti la sua bocca, al di là
    delle nostre orecchie cadute
    in qualche cimitero,
    che penetra lenta a cercare
    nei petti un'erba
    che bruca con leggerezza
    dileguando lungo le verticali.

    V

    Il piumaggio dissemina foreste,
    il vento delle ali
    fa archi di mare
    e il suo sangue dorato
    scivola come un gonfalone
    nelle arterie di pianeta.
    Dal suo buio antico
    circonda i piedi della vergine
    sul dorso d'elefante,
    risale alle groppe
    dell'Anatolia interiore,
    raggiunge, azzurro - verde, una palude
    pensosa di piume cadute
    quando lucevano altre lune:
    ombra cui la ragione non fa più scala.
    Dai voli lasciati in alto, ricade impigliata
    una morta parvenza,
    intorno alle isole del mondo inverso.

    1)Nativa di Roma, Maria Luisa Orlandini risiede da molti anni a Firenze, dove è docente di storia dell'arte e redattrice di un periodico letterario. Ha pubblicato una raccolta di poesie per le “Edizioni di storia e letteratura” di Roma, ha scritto molte monografie e saggi storici e artistici e ha tradotto varie opere di autori francesi e inglesi.

    Sommario

    LA RISVEGLIA nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872