L'ultimo atto: l'arresto del boia Pinochet

 

"Maledetto sia il Cile, se Pinochet muore nel suo letto" era scritto sui muri di Santiago. Pareva che l'ex dittatore sarebbe morto impunito, protetto dai suoi ricatti, dai suoi generali e dalla gente che grazie a lui si era arricchita. Un funerale solenne, con truppe adoranti a seguito del feretro imbandierato, avrebbe chiuso la parabola fortunata di un massacratore. Sembrava tutto pianificato: avrebbe terminato la sua vita in maniera trionfale, dopo aver massacrato milioni di persone, senza un processo, senza né pentimenti, né rimorsi. Eppure, dove non erano riusciti gli oppositori politici, le pressioni degli altri stati e delle società umanitarie in anni di dittatura, sono stati determinanti una banale ernia del disco e due magistrati spagnoli, Baltasar Garzon e Manuel Garcia Castellon.
Nel settembre del 1998 il generale Pinochet si reca in Gran Bretagna per un'operazione di ernia lombare. Il tempo scorre sereno, nessuna preoccupazione, nessun sospetto: tra un te dalla Thatcher e una mancata visita a Parigi (la Francia non gli concede il permesso di soggiorno) il dittatore si prepara al banale intervento.
Il 17 ottobre, però, Scotland Yard annuncia che "un uomo di 82 anni è stato fermato in base ad una richiesta di estradizione del governo spagnolo secondo cui tra l'undici settembre 1973 e il 31 dicembre 1983 egli ha ucciso cittadini spagnoli in Cile".
Durissima la reazione del governo cileno. Il ministro degli esteri protesta formalmente con la Gran Bretagna per "quella che consideriamo una violazione dell'immunità diplomatica di cui gode il senatore Pinochet".
Esclusa quella cilena, le reazioni internazionali sono state quasi unanimemente positive. Fidel Castro, in visita a Porto per il vertice Ibero-americano, è incredulo: "Ma è vero? È confermato?" sono le prime dichiarazioni del Líder Máximo. Molto soddisfatta Amnesty International che inutilmente per anni aveva denunciato le brutalità del generale cileno etichettando l'arresto come "fatto storico". In Italia, a causa della crisi di governo, pochi si sono espressi sulla vicenda. La notizia dell'arresto di Pinochet, però, è stata accolta da un boato e da un lungo applauso della folla durante la manifestazione romana di Rifondazione Comunista. Scandalosa, invece, la posizione dell'ex premier conservatore Margaret Thatcher che, tramite una lettera al "TIMES", invita le autorità a rilasciare Pinochet.
In Cile, oltre alla posizione ufficiale del governo, protestano le destre che con il dittatore si erano arricchite, esultano i familiari dei desaparecidos, che per la prima volta intravedono la possibilità di fare giustizia, mentre stenta a crederci Hortensia Bussi. Dice di aver sentito la notizia alla radio, ma non si fida fino in fondo, vorrebbe altre conferme. Una volta convinta, la vedova di Allende tira fuori tutta la sua gioia, ma anche la rabbia che ha dentro: "È una notizia splendida, sono molto contenta. Visto che non si poteva far giustizia in Cile, che almeno si faccia all'estero. Questo è un giorno importante. Sono migliaia e migliaia i cileni che chiedono con forza che si arrivi alla verità, da oggi possiamo ritornare a sperare". E sulla posizione del governo cileno, che protesta per l'arresto: "Non c'è da stupirsi, il governo ha ancora paura di Pinochet e delle forze armate".
Altri stati hanno richiesto l'estradizione (Francia, Svizzera, Svezia). Il dittatore, cui è stata concessa la libertà vigilata, è stato trasferito in una clinica psichiatrica e si attende il verdetto della Camera dei Lord, il più importante organo giuridico inglese, che dovrà decidere se Pinochet dittatore ha diritto o no all'immunità diplomatica, quindi se è legale l'arresto.
Una cosa è certa, condannato o no, questo arresto è servito a far ricordare le atrocità commesse da un uomo che per piegare il Cile, massacrò i cileni.

é foto: il procuratore spagnolo Baldasar Garzon

ë foto: un'immagine recente di Pinochet

 

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