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carte regionali

India
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note storiche
Ganjifa
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un particolare ringraziamento a Jeff Hopewell, la cui profonda conoscenza delle carte Ganjifa
è stata un prezioso riferimento nella compilazione di questa galleria




(salta le note storiche)

NOTE STORICHE
Nonostante l'origine dei passatempi indiani, come il gioco da tavolo Ashtapada (rinominato Chaturanga nel V secolo dC), si perda nella notte dei tempi, in questa terra il periodo aureo delle carte da gioco sarebbe giunto molto più tardi, nel corso del XVI secolo, al tempo dei Mughal (o Mogol), dinastia musulmana dall'Asia Centrale, i cui esponenti erano grandi appassionati di Ganjifa.

La teoria prevalente riguardo alle carte Ganjifa è che questo stile sia nato in Persia, verosimilmente sotto l'influenza di carte da gioco provenienti dall'Oriente (forse mazzi a semi monetari), raggiungendo l'India al tempo degli imperatori Mughal.
carte Ganjifa
carte Ganjifa
Tuttavia, nella locale tradizione orale si trovano tracce di carte simili e di molto antecedenti (pre-Mughal). Si chiamavano Kridapatram, il cui significato è all'incirca "stracci dipinti da gioco", e la composizione del mazzo era apparentemente basata sul 12: questo infatti era il numero dei semi, ciascuno dei quali era composto da un analogo numero di carte, e usavano segni quali cavalli, elefanti, uomini, ed altri di questo genere. In pratica, erano una versione antica dello stile Dasâvatâra descritto a pagina 2, ma esistevano anche mazzi ispirati all'epopea Mahâbhârata, ed altri che avevano un minor nunero di semi (8, o 10). È localmente detto che al tempo dei Mughal queste carte fossero già entrate in uso da diversi secoli. Molti particolari sulle carte Kridapatram, però, rimangono avvolti nel mistero, così come la loro stessa esistenza, non essendo menzionate da nessuna fonte scritta antecedente al XVI secolo.

L'Islâm aveva già stabilito dei contatti con il mondo indiano dal XIII secolo, quando popolazioni musulmane provenienti da una regione corrispondente al moderno Afghanistan avevano esteso il loro dominio verso il Punjab, e altre aree dell'India nord-occidentale. Erano i discendenti delle genti turche che avevano invaso la Persia nell'XI secolo, e che all'incirca 200 anni più tardi erano stati cacciati da quella stessa terra da parte dei Mongoli. Queste popolazioni conservavano alcuni elementi del loro retaggio turco, ma parlavano il farsi (persiano), e fra i loro aspetti culturali ve ne erano diversi derivati anche dai Mongoli. Lo stesso nome della dinastia Mughal, infatti, nella loro lingua significava "mongolo".

origine geografica della dinastia Mughal

Nel 1398 il conquistatore Timur Lenk (Tamerlano) era riuscito a sottomettere molte regioni settentrionali del subcontinente indiano, senza però fondare dei veri possedimenti. Ciò accadde solo agli inizi del '500, quando Bâbur (uno dei discendenti di Timur, nel cui albero genealogico compariva anche il famoso condottiero mongolo Genghis Khan) ripeté le gesta del suo antenato, conquistando una larga fetta di India nord-occidentale, e fondando con ciò l'impero Mughal.
Dal 1556 al 1605 uno dei suoi successori, Akbar, completò tale campagna, espandendo il confine dell'impero verso est, fino a raggiungere il Golfo del Bengala.

Bâbur, il primo imperatore Mughal
I Mughal erano musulmani, ma non imposero mai l'osservanza delle regole islamiche, come in passato avevano fatto altri conquistatori; sotto il loro regno, gli Indù vennero lasciati liberi di usare la propria lingua, di mantenere i propri costumi e conservare il proprio stile di vita.
È durante questo periodo che le carte Ganjifa fiorirono, dapprima solo a corte, dove venivano usate edizioni di lusso in avorio o guscio di tartaruga con intarsi di pietre preziose (queste erano dette darbar kalam), ma più avanti il gioco si diffuse anche fra la gente comune, che usava mazzi dai costi più contenuti fatti di legno, foglie di palma, cartoncino, e svariati altri materiali a buon mercato (edizioni dette bazâr kalam).
Nel 1648, sotto il regno di Aurangzeb, vennero reintrodotte rigide regole islamiche, che provocarono insurrezioni in diverse parti dell'impero; ciò portò alla perdita di alcuni territori per mano dei ribelli.
I regnanti che seguirono non furono abbastanza energici da riportare l'impero Mughal allo splendore originale. Nella prima metà del XVIII secolo questo cominciò a sgretolarsi; solo 50 anni dopo, le poche parti rimaste sotto il controllo dei Mughal vennero prese da Marâthâ (uno stato Indù indipendente che un po' alla volta era divenuto a sua volta un impero), e nel 1803 passarono in mano britannica.
Akbar


GANJIFA  O  GÂNJAPHÂ
India
Il più antico riferimento alle carte dette Ganjifa è una cronaca indiana risalente agli inizi del XVI secolo; il testo, una biografia di Bâbur, contiene una descrizione dei semi del mazzo, e riferisce che lo stesso monarca si dilettava nel gioco delle carte con sua figlia, e fece persino omaggio di un mazzo ad un amico.

Il nome di queste carte deriva dal vocabolo farsi  ganjifeh, il cui significato è "carta da gioco". Tale nome straniero si deve all'origine persiana di questo passatempo, senza dubbio antecedente al 1500 e nato, come già detto, dall'evoluzione di carte provenienti da altre terre, probabilmente dall'Asia Centrale o dall'Asia Minore (questo argomento viene trattato in dettaglio più in basso nella pagina).
Secondo Culin, il termine ganjifa potrebbe essere stato creato fondendo il vocabolo indigeno  ganj ("tesoro") con l'espressione cinese  chi pai cioè "carte (da gioco) di carta"; infatti, i mazzi indiani hanno quasi certamente dei progenitori orientali. Ma la trasformazione nel neonato stile Ganjifa comportò modifiche più radicali di quelle osservate in qualsiasi altro tipo di carte: il numero dei semi venne considerevolmente aumentato, i loro segni cambiarono, e persino la tradizionale forma rettangolare divenne circolare, dando vita all'unico tipo di stile regionale esistente al mondo le cui carte sono rotonde. In realtà, esistono anche esempi di mazzi Ganjifa rettangolari, risalenti al XIX secolo o precedenti, soprattutto nelle aree del paese dov'era più probabile una contaminazione culturale occidentale (portoghese, olandese), ad esempio nel sud; ma nella tradizione, quella più consolidata è la forma rotonda.


6 di Kurma (il segno del seme è una tartaruga) e
10 di Narasimha (il segno è un chakra, disco decorato),
da un mazzo Dasavatara Ganjifa
Nonostante i numerosi cambiamenti, la struttura generale di qualsiasi mazzo Ganjifa non è in realtà molto diversa da quella di altri tipi di stile. I semi sono sempre costituiti da 12 soggetti, i cui sfondi sono colorati. I valori comprendono carte non figurate che vanno dall'1 (o asso) al 10, e due figure: un ministro (o consigliere) e un re.
Le carte non figurate hanno i segni del seme, più o meno stilizzati, distribuiti secondo varie disposizioni, una libera scelta dell'artista autore del mazzo, benché spesso influenzata dalle tendenze locali.

L'origine geografica del mazzo influenza anche i colori usati per lo sfondo, uno diverso per ogni seme, da cui i nomi alternativi per i mazzi Ganjifa a seconda del loro numero: atharangi ("otto colori"), navarangi ("nove colori"), dasarangi ("dieci colori"), baraharangi ("dodici colori"), e così via.
Negli stili con più di otto semi alcuni colori possono rassomigliarsi, ma in questo caso i bordi, chiaramente diversi, ne facilitano il riconoscimento.
Edizioni provenienti dalla stessa area non solo hanno illustrazioni simili ma anche sfondi coincidenti, che invece differiscono da quelli di mazzi prodotti altrove.

I nomi dati alle due figure sono tanto in farsi, la lingua ufficiale dei Mughal, che in sanscrito, anticamente parlato dagli Indù, che in hindi (lingua moderna), come viene mostrato nella tabella qui a destra.
Le loro illustrazioni ritraggono figure umane ed incarnazioni delle molte divinità indiane, in diversi atteggiamenti, che cambiano a seconda dello stile del mazzo e delle tradizioni della regione.
MINISTRO
RE
farsi:    vazîr / wazîr    shâh
sanscrito:    pradhân    nrpah
hindi:    mantrî    râjâ

le figure qui in alto sono del seme di Kartikkeya (dio della guerra)
il cui segno è un pavone; vengono da un mazzo Dasavatara Ganjifa deck
Nello stato di Orissa (India orientale), da cui provengono gli esempi mostrati in questa galleria, i segni dei semi sono più stilizzati di quelli usati nel resto del paese, al punto di non essere più riconoscibili, quasi astratti. Tuttavia, a parte i colori di fondo e la scelta dei semi, alcune differenze stilistiche si possono trovare anche da città a città, nel medesimo stato.


1 e 10 di Changa ("arpa") da un mazzo Mughal Ganjifa:
ciò che il segno rappresenta non è più riconoscibile
Nel gioco, l'ordinamento naturale delle carte non figurate (1 la più bassa, 10 la più alta) è seguito solo da metà dei semi, mentre i valori di quelli rimanenti sono ordinati al contrario (1 è il più alto, 10 il più basso). I semi del primo gruppo sono detti bishbar ("forti"), mentre quelli con ordinamento rovesciato sono detti kambar ("deboli"); espressioni alternative usate in alcune aree centrali del paese sono dahele-bandibaji ("semi a 10 alto") e ekka-bandibaji ("semi a 1 alto").

Al di là delle caratteristiche grafiche, ciò che forse rappresenta la principale peculiarità di qualsiasi mazzo Ganjifa è che queste carte sono ancora prodotte e dipinte a mano da esperti artigiani, chiamati chitrakara, i cui laboratori sono a volte specializzati in questa forma di arte. Ne consegue che ogni mazzo è senza dubbio un esemplare unico.

I dorsi sono privi di decorazione, oppure hanno piccoli motivi lungo il bordo.

dorsi di carte Ganjifa


disco vergine non ancora dipinto
Oggi le carte Ganjifa vengono realizzate con strati di carta pressati, ma in Orissa è ancora usata la stoffa. Dapprima, i teli vengono bagnati con colla ottenuta dai semi di tamarindo; una volta asciutta, per mezzo di uno stampo la stoffa inamidata viene tagliata a cerchi, due dei quali incollati assieme formeranno ciascuna carta; quindi è applicata una pasta di gesso per rendere la superficie uniforme, e infine le carte vengono dipinte.
Alcuni mazzi sono contenuti in una scatola o astuccio, spesso decorato con motivi pertinenti allo stile delle carte (vedi prima foto della pagina).

il chitrakara Jayadev Moharana, autore
delle carte Dasavatara di questa galleria

(gentile concessione di Jeff Hopewell)
Tentativi di stampare mazzi Ganjifa sono stati fatti nel corso del XX secolo, peraltro senza mai riscuotere troppo successo, e quindi senza mai scalzare la tradizione artigiana.
Purtroppo a causa della scarsa richiesta, negli ultimi decenni la produzione di tali mazzi, una volta attività fiorente in tutta l'India, è andata drasticamente riducendosi, ed è ora non più molto comune. Anche il gioco è sicuramente minacciato di estinzione, ma non ancora scomparso, e in particolare nello stato di Orissa la popolazione locale ancora utilizza mazzi Ganjifa.

il chitrakara Kalu Charan Bariki, autore
delle carte Mughal di questa galleria

(gentile concessione di Jeff Hopewell)



RAPPORTI FRA GANJIFA E ALTRI GIOCHI ANTICHI

Tracciare la rete di relazioni esistente fra Ganjifa (o Kridapatram) e altre forme di gioco dalle quali le carte indiane potrebbero aver avuto origine e, forse, alle quali avrebbero dato vita a loro volta, è un'impresa ardua a causa delle molte incertezze e dati mancanti, e delle varie correnti culturali a cui nel corso del tempo questa terra è stata esposta.
Fra quest'ultime, una delle più antiche è quella legata al Buddismo, che dall'India settentrionale si diffuse a varie zone della Cina; ciò potrebbe aver creato un canale di relazioni attraverso cui le carte da gioco sarebbero potute penetrare in India, ammesso che fossero già esistite così precocemente anche nelle terre cinesi: ciò è sospettato da alcuni studiosi, senza che però se ne sia ancora trovata una prova.
Dasavatara Ganjifa
1 di Kartikkeya
(seme aggiuntivo del Dasavatara)

L'interpretazione di Culin del termine ganjifa come "carte (da gioco) del tesoro fatte di carta", se corretta, fornirebbe due elementi in più a favore di un'origine dai mazzi cinesi a semi monetari, poiché i segni usati da questo sistema simboleggiano chiaramente il denaro, cioè il "tesoro" - alcuni studiosi ritengono persino che in Cina le carte una volta rappresentassero una forma di banconote - e perché sono l'unico tipo di mazzo che, nella lingua d'origine, viene chiamato "carte di carta" così da distinguerle dalle tessere da gioco (per maggiori dettagli cfr. le note storiche nella
galleria cinese).

Anche l'antico gioco da tavolo indigeno Chaturanga, che in seguito assunse la forma persiana Shatranj (ancora in uso), è stato ritenuto come una delle possibili fonti da cui potrebbero essere nate le carte indiane rotonde. Questo era una specie di corsa, nella quale i pezzi potevano anche combattersi l'un l'altro. Richiedeva pezzi di diversa gerarchia - il più alto era il râjâ - e un lungo dado a quattro facce.
Il suo nome sanscrito, catur ("quattro") e anga ("parte, fazione"), si riferiva ai quattro corpi dell'esercito indiano: guidatori di elefanti, cavalleria, fanteria e guidatori di carri (divenuti in seguito "navi"); con l'eccezione di questi ultimi, i rimanenti tre figuravano anche fra i semi delle carte Kridapatram.
disposizione d'apertura dei pezzi del Chaturanga

(adattato, da R.C.Bell)

Tuttavia, il concetto del Chaturanga, il cui scopo è di riprodurre una guerra, è molto più simile alle moderne varianti degli scacchi (scacchi occidentali, scacchi cinesi, ecc.) che ai giochi Ganjifa, il riferimento più vicino al Kridapatram, dato che le regole di quest'ultimo non sono state tramandate da alcuna fonte scritta.
cronologia dell'evoluzione delle carte antiche
Le carte indiane erano usate per giochi di presa, due dei quali hanno i nomi di Ekrang e Hamrang (cfr. Games played with Ganjifa di John McLeod), lo stesso tipo di schema col quale venivano usati i primi tarocchi europei, ora rimpiazzati dalle varianti regionali che da essi sono scaturiti.
Anche i mazzi mamelucchi venivano probabilmente usati per giochi di questo tipo: la qualità delle carte che ci sono pervenute fa pensare che fossero realizzate per giocatori di alto livello sociale, i quali con ogni probabilità non giocavano per denaro; per giunta, il gioco d'azzardo è una pratica che l'Islâm giudica riprovevole.
L'uso di scale gerarchiche a valori invertiti a seconda dei semi sembra essere un'altro elemento comune. Si ritrova in alcuni giochi cinesi, così come pure in alcuni europei di antica origine; non siamo in grado di dire se ciò avvenisse anche nei giochi praticati dai mamelucchi, ma poiché è opinione comune che dai mazzi arabi scaturirono gli stili europei, si può ragionevolmente supporre che tale doppio criterio di gerarchia fosse adottato un po' ovunque.


carte Mughal Ganjifa, fine XVIII secolo
(ristampa di un originale nel Museo Fournier di Alava-Gasteiz, Spagna):
i semi raffigurati sono (da sinistra) Servi, Monete d'Oro, Fiori

Somiglianze si possono ricercare anche fra i segni dei semi indiani (in particolare nello stile Dasâvatâra) e quelli dei mazzi mamelucchi; nonostante la discrepanza fra i due sul piano quantitativo - rispettivamente, dodici semi contro i "soliti" quattro - la presenza nei mazzi Ganjifa di Denari (due diversi tipi, d'oro e d'argento), Brocche d'acqua, Spade e Bastoni quasi coincide con i Denari, Coppe, Spade e Bastoni da polo che formano l'altro sistema.

La struttura dei mazzi indiani comprende anche le figure, un ulteriore elemento in comune con i mazzi mamelucchi, sebbene quest'ultimi ne avessero tre per seme, mentre i mazzi Ganjifa ne hanno solo due; nei mazzi arabi, inoltre, a causa delle norme islamiche, su tali soggetti non compariva che una scritta a menzione del loro grado e seme di appartenenza,mentre i personaggi delle figure indiane sono pienamente illustrati.

Mughal Ganjifa, fine XVIII secolo:
wazîr e shâh (figure) dei semi di Arpe e Spade
Gli stili cinesi a semi monetari, invece, non hanno figure, sebbene in alcuni giochi gli onori possano essere aggiunti in testa o in coda alle carte non figurate, per formare sequenze più lunghe, e quindi di fatto comportandosi come se fossero delle figure.
In conclusione, le carte arabe e quelle indiane appaiono effettivamente correlate, ma non troppo strettamente. Ciò può spiegarsi con il fatto che tale relazione anziché diretta potrebbe essere filtrata attraverso la Persia, un perno tanto geografico che culturale, incuneato fra i mondi arabo, centro-asiatico e indiano.


Altri stili Ganjifa si possono vedere nelle seguenti pagine del sito dell'I.P.C.S.:
  • Sawantwadi Dasavatara
  • Sawantwadi Moghul
  • Nossam Dasavatara.

    Un'altra pagina dello stesso sito, Sawantwadi French Suited Pattern, mostra interessanti esempi di "ibridi" che fondono lo stile Ganjifa con quelli europei. Le carte sono rotonde, lo stile grafico è indiano, ma i semi sono francesi. Tali mazzi entrarono in uso in ristrette aree sulla costa occidentale del paese, in seguito alle rotte commerciali che provenivano soprattutto dal Portogallo e dei Paesi Bassi.
    Venero prodotti anche stili "ibridi" a semi spagnoli (portoghesi), ma in numero assai più esiguo di quelli a semi francesi.

    pagina 2
    Mughal Ganjifa
    pagina 3
    Dasâvatâra Ganjifa
    pagina 4
    altri stili Ganjifa



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