Gli anni bui della repressione: la dittatura militare

 

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L'isolamento politico del regime

 

L'isolamento politico del regime

Un altro referendum farsa, nel 1980, consegnò nelle mani di Pinochet la presidenza cilena fino al 1990 e nel 1981 fu promulgata la nuova costituzione voluta dallo stesso dittatore.
L'opposizione al governo, pur profondamente divisa al suo interno, coinvolse non solo le sinistre, ma anche la Chiesa cilena e perfino alcuni esponenti della destra ultra nazista che nel 1973 aveva favorito e collaborato direttamente al golpe contro Allende e Unidad Popular. Le manifestazioni in piazza, intensificate dal 1983, la ripresa degli attentati dimostrativi e l'implacabile repressione delle cosiddette forze dell'ordine provocarono, fino al 1985, non meno di 200 vittime tra manifestanti, poliziotti e carabineiros.
Nell'agosto del 1983 le forze di opposizione moderata non marxista fondarono il raggruppamento di Alleanza Democratica che propose l'allontanamento di Pinochet e un dialogo con le forze governative, in modo tale da provocare un cambiamento non traumatico e non rivoluzionario del governo cileno. Anche di fronte a propositi così moderati, la repressione scattò con tale durezza da indurre i governi di quasi tutto il mondo a isolare quello di Santiago e da convincere il presidente italiano Sandro Pertini, a invitare l'ONU a bandire il governo cileno "che si è posto fuori del consorzio civile".
Nel gennaio 1984 il regime subiva altre piccole sconfitte: il potente sindacato dei minatori eleggeva, nonostante l'esplicita volontà contraria di Pinochet, Rodolfo Seguel come proprio presidente, contemporaneamente la Chiesa cilena si dissociava dal regime, chiedendo, tramite le parole dell'arcivescovo di Santiago, Fresno, la fine della repressione militare. La reazione fu una repressione ancora più brutale, venne arrestato Andres Zaldivar, presidente dell'Unione mondiale democristiana e vennero uccisi numerosi manifestanti, tra i quali un sacerdote missionario francese.
Questo atteggiamento, portò anche alla dissociazione o alle dimissioni di alcuni ministri, alla diserzione degli ambasciatori CEE dalle manifestazioni ufficiali e all'annullamento dei viaggi previsti a Santiago dai capi di Stato esteri. Era l'inizio dell'isolamento politico totale del regime. Nonostante la durissima repressione, si intensificarono le manifestazioni, ripresero le azioni di guerriglia del M.I.R. e della recente formazione dei "rodriguisti" (dal nome di Manuel Rodriguez, eroe dell'indipendenza cilena). In questo clima la giunta dichiarò lo stato di assedio (dal novembre 1985 al giugno del 1985) e Pinochet chiamò al governo gli esponenti dell'ala più intransigente della destra ultra nazista, i cosiddetti "falchi puri".
Nella seconda metà degli anni ottanta della giunta andata al potere nel 1973 al fianco di Pinochet era rimasto solo l'ammiraglio José Toribio Merino, ciò nonostante i rapporti con l'opposizione non migliorarono affatto. Venne dichiarata incostituzionale l'opposizione di sinistra del Movimento Democratico Popolare e Pinochet accusò i governi di Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, che premevano affinché il dittatore lasciasse il potere nel 1989, come previsto dalla costituzione del 1980, di "miopia politica ed economica".
Nel 1986 il generale, scampato ad un attentato organizzato dal gruppo guerrigliero di sinistra, il Fronte patriottico Manuel Rodriguez, accentuò la repressione, lasciando "mano libera" alle squadre della morte e imponendo la censura su qualsiasi voce di opposizione.
L'anno successivo le opposizioni si riavvicinarono per contrastare il potere del dittatore, da una parte i partiti di destra, che inizialmente temevano di perdere il potere con l'uscita di scena di Pinochet, dall'altra l'opposizione clandestina formata dai partiti socialisti e comunisti e da una nuova coalizione promossa dall'ex vicepresidente della Repubblica Clodomiro Almeyda: Izquierda unida.
Nel 1987, nonostante l'appello di riconciliazione del Papa, in visita a Santiago, la repressione continuò imperterrita, ma spinse il mondo a premere con più convinzione per la caduta del dittatore. Per accontentare le pressioni esterne, Pinochet, convinto della facile vittoria, indisse un referendum di appoggio alla sua linea, che si svolse il 5 ottobre del 1988, ma a sorpresa la vittoria andò al "fronte dei no" con il 54% dei voti.
Nella notte tra il 5 e il 6 ottobre, quando ormai era chiara la vittoria degli oppositori, il regime tentò una sorte di "auto golpe" per non dover subire la sconfitta alle urne, ma l'operazione fallì a causa del mancato appoggio di una buona parte dell'esercito e dell'opposizione dell'aviazione, della marina e dei carabineiros.
Il "comitato del no", sostenuto da sedici partiti, propose al regime di avviare immediate trattative per preparare il passaggio dei poteri, Pinochet rifiutò, ma dovette piegarsi ad un referendum costituzionale che sancì 54 modifiche alla costituzione del 1980. Sparirono, così, gli articoli che mettevano fuori legge i partiti marxisti, fu fissato a otto anni il mandato presidenziale (poi ridotto a quattro), mentre rimanevano inalterati i contrasti relativi al sistema economico iper liberista e quelli sulla legge della giunta militare, che proclamava l'autoamnistia per le atrocità commesse dall'esercito nei primi anni della dittatura.

ë foto: manifestazione dei sin casa contro la dittatura militare

ì foto: Rodolfo Seguel presidente del sindacato dei minatori

ë foto: Augusto Pinochet al termine di una cerimonia religiosa

é foto: manifestante per le vie di Santiago

 

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