Loretta Lo Giudice
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L’esperienza artistica di Antonella Prota Giurleo racconta insieme una storia e più storie.

Comune denominatore è l’impegno, non solo quello scontato dell’artista che fa (e Antonella Prota Giurleo ha un agire artistico tenace, infaticabile e fecondo), ma anche e soprattutto tematico.

Una storia, si diceva, che non è semplicemente un curriculum, ma è una storia intima, di crescita e di maturazione, di fedeltà a motivi mai abbandonati. Primo fra tutti l’essere donna. " L’arte è sessuata" affermava l’artista in un recente incontro pubblico, rifiutando quel neutro che, "corrisponderebbe alla fine della specie umana" sono parole di Luce Irigaray che continua ammonendo: "Voler sopprimere la differenza sessuale equivale a evocare un genocidio più radicale di qualunque distruzione abbia mai potuto verificarsi nel corso della storia". Il genere dunque come conditio sine qua non. Ma affermandosi, il genere si cala nella relazione e nel tempo da cui emergono quelle tante storie vive nell’opera dell’artista. Dalla relazione, soprattutto tra donne (madri/figlie, amiche che si trasmettono vita, esperienza, oggetti, che intervengono con piccoli pezzi o atti alla creazione dell’opera stessa) alla relazione tra donne e uomini in rapporti che si intrecciano, ma anche si interrompono e si ricompongono. E poi ancora la relazione col presente nell’impegno di denuncia della sopraffazione delle libertà, fino all’installazione realizzata per Passaggi a Nord Ovest – Biella 2001 - sul tema delle morti bianche. La "presenza-memoria delle morti sul lavoro" con la collocazione sul muro esterno di una casa di abiti da lavoro bianchi e rigonfi "come se fossero le figure di fantasmi" - scriveva Alberto Fiz in quell’occasione- "sono immagini che incidono profondamente sulle nostre coscienze e a renderle particolarmente efficaci è il contrasto tra la delicatezza della rappresentazione e il dramma che esprimono…"

" Voglio rappresentare - dice l’artista - la vita nei suoi diversi aspetti: certo la sua preziosità e la possibilità di costruirla con equilibrio e con armonia. Ma è vita anche il dolore.

Tuttavia la rappresentazione del dolore, che può essere intollerabile, che può essere indicibile, che è sempre e comunque prima di tutto di chi lo vive, impone il pudore.

Dunque non una "rappresentazione", ma una "evocazione" che non provi a "raccontare" l’inenarrabile, ma ne riconosca la presenza, come parte della vita stessa: una parte che non può negare, che anzi può forse esaltarne la preziosità"

Sembra –forse lo è- una risposta concreta a una obiezione della stessa Luce Irigaray che "Spesso, - constata - guardando alle opere di donne, mi sono rattristata per lo strazio che esprimevano, uno strazio che rasentava l’orrore. Avrei voluto contemplare la bellezza creata da donne, e mi trovavo davanti all’infelicità, alla sofferenza, alla tensione nervosa, talvolta perfino al brutto. L’arte, a cui avevo pensato come a un momento di felicità, di riposo, di risarcimento rispetto alla dispersione della vita quotidiana, di unificazione o comunione, diventava occasione di un dolore o di un peso supplementare."

Da qui un interrogativo: "Come costruire la nostra bellezza?"

Antonella Prota Giurleo raccoglie la domanda e costruisce una risposta.